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JESSICA FERRO: L’ UNICITA’ DEL MOLTEPLICE

a cura di Erika Lacava

Dalle più classiche tecniche di incisione Jessica Ferro fa derivare opere inconsuete. Il suo lavoro parte da un’attenta analisi della natura per approdare a risultati al confine con l’astrazione, dove il soggetto si perde e diventa traccia, solo fino a un certo momento percorribile, per poi lasciare spazio al segno puro. In un’ottica che valorizza l’unicità del molteplice.

Laureata in Belle Arti all’Accademia di Bologna, la giovanissima artista, classe 1992, della provincia di Rovigo, unisce una straordinaria abilità tecnica a una spiccata capacità di astrazione con risultati altissimi che l’hanno portata ad esporre fin dai tempi del liceo. Jessica Ferro ha preso parte a numerose collettive e personali, in Italia e all’estero, distinguendosi come finalista, solo negli ultimi due anni, ai Premio Bugatti e Cascella e al Premio Arte, con diploma d’onore.

L’universo di riferimento di Jessica Ferro, fin dall’inizio del suo percorso, è quello piccolissimo degli insetti e dei molluschi. Un mondo a cui ci accostiamo istintivamente con disgusto e ribrezzo, se non con paura o terrore. Quello che spaventa, in esseri così piccoli, è la loro capacità di apparire e scomparire all’improvviso e di essere ovunque, non visti, complici le loro dimensioni. Imprendibili, veloci, invisibili, gli insetti uniscono a queste qualità anche una straordinaria resistenza che fa sì che siano, da milioni di anni, la classe di animali più numericamente consistente sulla terra, con una capacità moltiplicativa sorprendente. Ma nonostante questo, ogni insetto, nel grosso della moltitudine, è unico.

Copiati prevalentemente dal vero, raccolti nella natura, o cercati in testi di entomologia e malacologia, gli insetti dei primi lavori di Jessica Ferro rivelano un approccio scientifico preciso, uno sguardo analitico in cui sembra di vedere la chiarezza e la raffinatezza degli studi zoologici e botanici di Dürer e Leonardo. Lentamente, e definitivamente nel 2013, lo sguardo di Jessica si fa più soggettivo, maturo, spostandosi dall’oggetto di studio al modo di rappresentarlo, da una visione semplicemente “oculare” e retinica a una interiore.

Regolando il microscopio visivo su valori di ingrandimento sempre maggiori e analizzando il suo oggetto con occhio sempre più macroscopico, Jessica Ferro ci dà la sensazione di entrare nel corpo dell’insetto, di diventare insetto con lui in una sorta di metamorfosi kafkiana. Zoomando sulla loro piccola realtà, in un processo di interiorizzazione e soggettivazione del loro essere, si passa attraverso un rimescolamento in cui quello che prima era oggetto si fa ora soggetto, e viceversa. Gli insetti, che nei primi disegni erano immersi in una luce abbagliante, su sfondo bianco e asettico da laboratorio, iniziano ora ad essere inseriti in sfondi naturali che si fanno via via più presenti fino a diventare, in alcuni lavori pittorici, parte predominante dell’opera. Dai lavori di passaggio in cui vediamo riflettere sulla corazza dell’insetto il paesaggio circostante, arriviamo infine a vedere l’insetto confondersi e sparire in nel paesaggio stesso.

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“La vetrina rossa dei fasmidi”, 2013, olio su tela, 200 x 140 cm

Insetti stecco, insetti foglia, insetti foglia secca: appartengono tutti alla classe dei Fasmidi, insetti capaci di mimetizzarsi tra i rami e le foglie e di svelare, improvvisamente e inaspettatamente, la loro presenza. La parola “fasmidi” deriva dal greco “phasma”, fantasma: qualcosa che appare, un’esistenza inquietante, con la stessa radice della parola “fantasia”. I fasmidi escono così dalle loro vetrine, dai giardini botanici e dagli insettari per entrare nel mondo dell’arte rivelando il nesso tra apparizione e immaginazione. Nascosti dietro una foglia, appoggiati a un ramo, con essi si confondono ma d’un tratto, spostando lo sguardo, li vediamo. É lasciata così aperta la strada a quegli incontri puramente “accidentali” a cui Didi-Huberman affida la fascinazione della conoscenza, in uno scarto che libera, per un attimo, dai percorsi segnati. Nei lavori di Jessica Ferro è infatti sempre viva l’ambiguità tra quello che sembra di vedere e quello che effettivamente è, in un gioco di rimandi tra il visibile e l’invisibile, tra sfondo e soggetto in primo piano, in un mimetismo perenne che è una delle leggi fondamentali della natura.

Al di là delle tecniche pittoriche tradizionali, i risultati più particolari in Jessica Ferro sono ottenuti con la stampa. Sperimentare è la regola base della sua produzione. Applicando una tecnica per n volte su supporti diversi e con modalità di impressione differenti, si ottengono x alla n risultati. Tutto, contrariamente allo scopo base della stampa a incisione, rigorosamente in monotipo.

Le tecniche impiegate sono molteplici: all’incisione a puntasecca, acquaforte e acquatinta si aggiungono la xilografia e la ceramolle, incisioni su plexiglass e gesso, a tratti il frottage. Le carte vanno dalla normalissima carta da disegno, sottile o spessa, dalle tonalità più o meno calde, alla carta giapponese, alla carta lucida o quella da forno che ha una particolare reazione al colore. Spesso le carte vengono preparate con una base di pigmenti naturali prima di essere impresse a inchiostro dalla matrice incisa, con pressatura a torchio o manuale, aiutandosi con strumenti concavi o sfruttando il peso del corpo, con risultati ogni volta differenti.

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Così come per le tecniche, anche i colori scelti da Jessica Ferro sono frutto di sperimentazione, in un gioco di esplorazione e scoperta che porta l’artista a usare materiali inconsueti come caffè, olio e altre sostanze alimentari, affiancati a materiali usuali, come gli inchiostri e i pigmenti pittorici. I colori, spesso di derivazione naturale, sono stesi a più strati e confusi l’uno sull’altro in modo da rendere a distanza la sensazione di un unico colore e rivelare solo da vicino la loro ricchezza di particolari. Il colore privilegiato è il rosso che viene estratto, nella colorazione del carminio, dalle femmine di un piccolissimo insetto, la cocciniglia. Il colorante ottenuto, usato per usi sia alimentari sia tintori, ritorna così nelle tele di Jessica Ferro come rappresentazione dell’origine di sé stesso, un insetto in rappresentanza di tutti gli insetti.

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“La vetrina rossa dei fasmidi”, 2013, olio su tela, 200 x 140 cm

Nelle quasi totalità delle opere, la stampa non è un processo a ripetizione che restituisce multipli, ma un evento unico, stampato in monotipo. L’incisione e la stampa sono usate da Jessica come tecniche di produzione e realizzazione irripetibili, scelte per la loro capacità espressiva e di sintesi, per la capacità trasfigurativa che porta, di materiale in materiale, da un disegno all’incisione e da questa alla sua trasposizione su carta, dal cavo al rilievo, dal negativo al positivo. Si tratta di un procedimento in cui si resta all’oscuro del risultato finale fino al momento in cui l’intero processo di stampa è terminato, e, dopo l’impressione, si gira il foglio. Jessica Ferro scardina così la premessa base dell’incisione come strumento di riproducibilità tecnica e restituisce all’opera riprodotta la sua “aura”, quell’hic et nunc che Benjamin dichiarava scomparso con la stampa.

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“Spira Mirabilis”, 2015, polittico, 90×90 cm tecniche pittoriche e incavo-rilievografiche sperimentali miste su tavola opera vincitrice del “PREMIO MARINA DI RAVENNA 2015”

Quello che interessa Jessica, infatti, è l’unicità che caratterizza ogni singola opera, la libertà che essa stessa si prende di essere diversa dalle altre nate dalla stessa e unica matrice. Come figlie di una stessa madre, ogni opera è unica e vive accanto alle altre nella loro complessiva molteplicità, ognuna con le sue proprie particolarità.

Di incisione in stampa, di differenza in ripetizione, Jessica Ferro procede con tempi lentissimi che la riportano in una dimensione altra, stampando e inchiostrando la matrice in modo diverso, a volte ripetendo la figura in posizioni differenti, altre volte scomponendola in parti che la restituiscono intera solo se affiancate. La stessa parola “insetto”, derivata da “in-sectum”, “secare”, sezionare, tagliare, mantiene traccia della sezione, del separabile e del parziale, contro l’intero. Le conchiglie, le zampe di cavallette, le ali di mosche sono estratte a pezzi da una matrice in cui l’insetto è intero, e riprodotte parzialmente, a impressioni differenti, sulla carta. Ne derivano dettagli macroscopici dei peli delle zampe, o corpi d’ape senz’ali, frammenti d’ali in movimento. Grazie alle grandi dimensioni delle opere, che spesso sfiorano i due metri, possiamo muoverci tra un’opera e l’altra di un dittico, trittico o polittico, trovandoci a inseguire l’insetto nella rappresentazione dei suoi movimenti, nella sua apparizione e sparizione, tra le diverse parti del suo minuscolo corpo scomposto e vederlo muovere, vibrare, come in volo, tra un opera e l’altra.

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“Apparizioni”, 2015 – xilografia/monotipo su carta – 30 x 40 cm cad.

Se alla base della conoscenza, secondo Deleuze, c’è la differenza nella ripetizione di alcuni tratti comuni, alla base dei lavori di Jessica Ferro troviamo l’unicità dell’ape, della conchiglia, della mosca, nella molteplicità delle loro possibili rappresentazioni tecniche, ogni volta differenti. Una differenza che sancisce l’unicità di ogni essere in un mondo così piccolo a cui viene prestata attenzione, un’infinita pluralità di differenze.

 

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