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La doppia vita di Gianni Canova, il gentleman di oggi

27 giugno 2017
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di Cristina Ruffoni

Un giornalista,  interroga Orson Welles,  un regista che gira in technicolor la passione di Cristo, su Federico Fellini. E lui risponde: “Fellini danza, egli danza…..”

dalla Ricotta di Pierpaolo Pasolini – 1963

Gianni Canova Preside della Facoltà di Comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità Pro-Rettore alla Comunicazione, eventi e rapporti con le istituzioni culturali Università IULM International University of Languages and Media

Gianni Canova
Preside della Facoltà di
Comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità
Pro-Rettore alla Comunicazione,
eventi e rapporti con le istituzioni culturali
Università IULM
International University of Languages and Media

Gianni Canova sembra aver creato nel tempo della sua ininterrotta ed  eclettica carriera, una efficace metafora, un vero e proprio ruolo cinematografico, il personaggio del critico che lui stesso poi rinnega, che alterna  ironia e rigore, autorevolezza e finzione, dissacrazione e buon senso, umanità e cinismo, in bilico tra il Flâneur baudelariano e Sean Connery, vestito impeccabilmente come loro e dai modi racé che lo fanno un gentiluomo del cinema inoltre sempre pronto a meravigliare e a spiazzare.

In un panorama sempre più complesso e frammentato, nell’epoca della crisi finanziaria, della minaccia del terrorismo, delle nuove migrazioni, per contrastare l’incertezza del futuro e l’omologazione della globalizzazione, si assiste invece a  una chiusura progressiva e  a un ritorno all’ordine, un ripristino delle convenzioni dal punto di vista sociale, culturale  e antropologico, un riassetto omologante,  incoraggiato dai mass media e dai poteri forti istituzionali e finanziari.

Quello che al contrario, emerge maggiormente, attraverso la sua passione sconfinata per il cinema, è che Gianni Canova, ha  sempre esercitato  fin dall’inizio, la facoltà di liberarsi dalla necessità di dover fare scelte limitate sulla critica  da esercitare o  sul campo degno di essere esplorato, indagando il linguaggio più che il prodotto, le conseguenze fluide e mobili della visione, più che i dogmi dei generi o i codici fissi della rappresentazione, invocando l’inaspettato.

Ancora oggi, dopo un’ampia notorietà e guadagni assicurati dalla televisione, per sua stessa ammissione, non rinuncerebbe mai al privilegio d’insegnare, al confronto umano e intellettuale diretto con i suoi giovani studenti, rispetto alle patinate recensioni con attribuzione di trionfanti stelline e rassicuranti palline di giudizio richieste dal web e da un’informazione accelerata e superficiale.

In controtendenza a decaloghi certificati e dizionari consacrati, Gianni Canova ha sempre scommesso e preferito inventarsi riviste come Duel, fondata nel ’93 con durata ventennale e l’innovativa e unica “8 e mezzo”, dalla grafica visionaria ai progetti comuni con la convinzione che i film fossero non solo dei documenti da certificare ma una verifica costante e una valutazione del mondo.

Pur riconoscendo un valore fondamentale e una pratica necessaria alla  memoria e alla consapevolezza del valore dei grandi classici, come il neorealismo italiano, la Nouvelle Vague e il cinema tedesco da Fritz Lang a Bergman, da Metropolis a Alphaville, Canova, confondendo ancora giovani allievi e addetti ai lavori, conferisce un valore di rottura espressivo e formale a casi come i B movies americani o a fenomeni d’incasso come Checco Zalone.

“Non ho mai creduto nell’attribuzione assoluta di valore, al contrario, l’impatto con un film è molto simile all’innamoramento destabilizzante e irrazionale, come mi è accaduto durante la visione ripetuta per sette volte di  La grande Bellezza, film danzante, che ho ammirato più per i suoi difetti plateali, piuttosto che per i suoi pregi riconosciuti”. E’ proprio questo folgorante colpo di fulmine che ci augura ogni volta Canova all’ingresso del cinema. Per non smettere mai, non rinunciare a cogliere il senso anche di altre traiettorie e coincidenze, sperando che lo spettatore possa aggiungere una riflessione personale. Perché, non ha mai sottovalutato il pubblico e sempre ritenuto capace l’osservatore finale di ogni epoca o contesto, di captare e ricevere gli indizi, per un rapporto dinamico, non statico, con ciò che guarda.

Non a caso, uno dei registi preferiti da Canova, rimane Jean-Luc Godard, dove sperimentazione e narrazione, storia e sogni coincidono e nelle sue storie frammentate e fulminanti, sembra di vedere tutte le tappe che agitano le nostre confuse e meravigliose vite.

Nel ’43 Visconti sta girando “Ossessione” che anticipa alcune lezioni stilistiche del neorealismo, un cinema povero di mezzi ma ricco di creatività, di qualità narrative e visive. Alla fine della sua carriera Il regista “che danza”, Fellini non trovava più finanziamenti. Come si concilia questa triste realtà, con gli incassi record di Checco Zalone? Persiste la memoria storica del cinema italiano, nei giovani che vogliono occuparsi di cinema? Hanno delle nuove storie da raccontare oltre che le competenze tecniche?

Il cinema italiano anche nel suo splendore, ha sempre avuto due anime, quella d’autore e una popolare, ad esempio il grande Totò, Ciccio Ingrassia e Franco Franchi  o le storie interpretate dai  cantanti amati degli anni ’60, un genere capace d’intercettare i gusti e lo spirito del tempo. Il caso dei produttori poi, che rischiavano personalmente al di là del denaro pubblico, rimane un ricordo remoto e un fenomeno confinato in quel periodo sublime, che in Italia non si è più ripetuto. Però, anche attualmente, si verificano esperienze straordinarie, come “Young Pope” di Sorrentino, di altissima qualità narrativa, interpretativa e visiva, distribuito in 130 paesi al mondo per il mercato internazionale, un esempio vincente da imitare e replicare fuori dal coro del clan e dagli impedimenti burocratici. D’altra parte, il cinema dovrebbe essere materia scolastica e non passare dal capestro della televisione di stato. Il pietismo non paga e altera le informazioni, ad esempio, all’ultimo Festival di Cannes, sembravamo totalmente esclusi, quando in realtà, eravamo presenti fuori concorso con sei esordienti di notevole livello e spessore. 

Il sodalizio Ballard e Cronenberg ha innescato un nuovo genere, che trascende la fantascienza, l’horror e il giallo, con soluzioni formali e compositive  che si rifanno al fumetto, citano il Surrealismo, Buñuel e perfino Rauschenberg. É ancora ipotizzabile un simile risultato, con i registi e gli autori italiani attuali o rimane confinato al Commissario Montalbano di Camilleri?

Non  ragioniamo sempre pensando alle eccellenze straniere, citiamo invece “Il racconto dei racconti” del giovane regista Matteo Garrone, ispirato alla raccolta di fiabe di Gianbattista Basile, del 2015, film intenso e unico anche dal punto di vista innovativo per la contaminazione surreale e letteraria, apprezzatissimo dal pubblico e snobbato da una certa critica ufficiale. Altro esempio, Franco Moretti, fratello di Nanni, saggista e critico di Letteratura del ‘900, capace d’inventarsi testi e sceneggiature, come il romanzo  “Il Borghese”, a livello di Ibsen o Thomas Mann ma sconosciuto al grande pubblico.
Il nostro libro più tradotto e diffuso all’estero è Pinocchio, carico e denso di significati escatologici e di metafore degne di qualsiasi altro capolavoro straniero e decisamente superiore ai testi tradizionali imposti nelle scuole, come quelli di Pascoli o Manzoni, ma disprezzato perchè ritenuto popolare. 

Gianni Canova con l'attore Jude Law

Gianni Canova con l’attore Jude Law

Antonioni, dopo aver girato “Blow up” (1966), associa la macchina fotografica alla cinepresa. Niente di sconveniente! Entrambi questi apparecchi non stuprano e neanche possiedono, anche se possono trasgredire, distorcere e spingendo la metafora all’estremo, assassinare, tutte attività che, a differenza dell’atto sessuale, possono essere svolte anche da lontano e con un certo distacco. Oggi è sempre più difficile trovare un soggetto cinematografico sconveniente, che può scandalizzare o infrangere tabù? O comunque condurre a un’evoluzione sulla percezione?

Persiste un feroce bigottismo e un moralismo di fondo, che non permetterebbe nessuna crescita espressiva ed intralcia ogni spregiudicatezza formale e libertà ribelle di contenuti. L’immaginario continua ad alimentarsi e livellarsi alla seduzione volgare delle veline televisive, permettendo di gridare allo scandalo e all’oltraggio al pudore, per giustificare la condanna a un  capolavoro come “L’ultimo Tango a Parigi” di Bertolucci, una distorsione e una dicotomia che dovrebbero far riflettere sull’immobilismo ipocrita di una certa mentalità imperante. D’altra parte, come ricorda Pasolini già nel 1963, siamo il paese in Europa,  più analfabeta, con la borghesia più ignorante in assoluto.

Giustamente Canova sottolinea la capacità concreta americana di creare anche un’industria culturale, parallela a quella commerciale dei colossal, a differenza del nostro paese, dove le idee, possono anche non essere pagate, privilegiando delle cose futili. Arretratezza, ignoranza, paura e avidità sono alla base di questo grande equivoco di fondo?

Finchè in Italia, persiste un retaggio cattocomunista di giudizio falsificatorio, che continuerà a separare la qualità dalla diffusione, la profondità dalla comunicazione, circoscrivendo la cultura alta in paletti invalicabili, poco o nulla, può servire ad incoraggiare i giovani talenti a fermarsi e lavorare in questo paese. L’industria culturale deve essere alimentata e sostenuta dai mass media e da nuovi finanziatori che investono per avere un ritorno da un film o un progetto editoriale, non solo per prestigio o autocompiacimento di nicchia, di una casta auto riferita e decadente intellettualmente e umanamente.

Attraverso una serie di video, Canova ci chiede di riflettere sulla coralità di un film e dare la giusta importanza, al sceneggiatore, al costumista, a chi si occupa di scegliere il cast. Il regista più che altro è colui che dando le direttive, tiene unito e coordina il gruppo durante le riprese. Ancora una volta, in Italia si mitizza il ruolo demiurgo del regista e si sottovaluta il contributo fondamentale attuato dagli altri. I giovani sanno oggi lavorare e immaginare in un progetto condiviso?

In Italia, si è persa la tradizione della bottega artigiana ed è anche per questo, che l’insegnamento  deve essere indirizzato al recupero e alla valorizzazione dei ruoli considerati marginali e comprimari, nuove prospettive professionali per diversi talenti, che invece all’estero rappresentano l’eccellenza, gli Italiani fuggiti da qui, invidiati e corteggiati per la loro audacia, immaginazione e capacità di coniugare tradizione e innovazione, storia e futuro, contenuti ed effetti speciali.

Le istituzioni hanno anche grazie a Veltroni, concesso dei finanziamenti al cinema italiano, a scapito di altri ambiti della cultura, che poi però sono sprecati in produzioni e sceneggiature pseudo commerciali e ancora troppo convenzionali, tralasciando i progetti più validi ed innovativi. Come poter inceppare queste dinamiche perverse e sterili?

Questa è per fortuna, una vecchia storia da dimenticare. Io stesso, faccio parte di una commissione,  che con Franceschini, lavora per indirizzare i fondi ed investire nuove risorse in più numerose sale di visione, in scuole di cinema innovative. Sinergie umane e capitali mobili e non certo più confinati alla produzione. É solo innescando una rete di relazioni e creando un territorio flessibile ai cambiamenti, che si  attuano opportunità autentiche e differenti condizioni.

Nuovi programmi futuri all’orizzonte, che coinvolgono come sempre anche i suoi allievi? Come s’immagina il cinema di domani?

A Venezia, abbiamo inaugurato la mostra: “Viva Vivaldi”, strutturata sull’interazione e la convergenza di molteplici linguaggi, gli allievi stessi sono gli ideatori e i protagonisti, di questa iniziativa, sono loro, che, quando sono alla ribalta, su un palcoscenico, si trasformano in strumenti espressivi, capaci di utilizzare le nuove tecnologie, per esaltare storie infinite con suoni, immagini e visioni, esperienza e sogni.

E’ in uscita a Settembre, un mio nuovo libro: “Divi, Duci, Papi e Cormorani”, un’indagine e una demistificazione del potere, in un paese come il nostro, dove tutti si definiscono eroi per la rivoluzione ma nessuno vuole veramente farla o forse solo al cinema. Quel cinema sempre più diffuso, cangiante ed eterogeneo, la nostra eterna speranza e fugace salvezza..

Gianni Canova con l'attore e regista Checco Zalone

Gianni Canova con l’attore e regista Checco Zalone

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