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Prima della bomba

20 aprile 2017
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di Federica Piergiacomi

Una nuova collaborazione tra il regista argentino Cèsar Brie e il drammaturgo romano  Roberto Scarpetti. Dopo il successo di Viva l’Italia che raccontava le morti di Fausto e Iaio due ragazzi del centro sociale Leoncavallo nella Milano della strategia della tensione, questa volta realizzano uno spettacolo su un tema quantomai attuale, un viaggio nella conversione all’Islam, che riflette e fa riflettere sul bisogno di un senso di appartenenza, dell’esigenza di sentirsi coinvolti in qualcosa, sulle differenze tra Oriente e Occidente.

Andato in scena al teatro di Campo Teatrale, un luogo piccolo e raccolto che è solito dare spazio a questo regista, con coproduzioni, produzioni, seminari.

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Questo spettacolo è un viaggio, un viaggio attraverso la mente di un ragazzo che decide di dare la sua vita per un credo, per sentirsi parte di qualcosa. Tutto inizia con l’istante precedente lo scoppio di una bomba nella metropolitana di una grande città italiana, alla fermata di Repubblica, l’unica stazione che Milano e Roma hanno in comune. Poi il nastro si riavvolge e si riparte da zero, da un ragazzo normale Davide, studente all’ università, che è stato tradito dalla vita, le sue speranze sono state deluse, ma lui è giovane, non ancora formato, lasciato dalla ragazza perde anche un amico, forse il suo migliore amico, quello con cui condivideva ideali nobili e la voglia di cambiare le cose che hanno i giovani pieni di energia e affamati della vita. L’amico muore nel tentativo di salvare una ragazza dallo stupro, e il nostro protagonista si ritrova da solo, senza nessuna spinta, nessuna speranza nell’avvenire, fino a quando per caso capita sulla pagina web di un sito che promuove la religione islamica. Piano piano ci si avvicina, deluso dalla religione cattolica, forse definitivamente per il fatto che il prete, cattolico, durante il funerale di quell’amico così importante, continua a storpiarne il nome.

Sempre più deluso si avvicina cercando un suo posto è un suo ruolo all’integralismo islamico, allontanandosi sempre di più dalla madre e dagli amici, fino alla decisione finale, in cui lo spettacolo torna al punto in cui era partito.

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I cinque interpreti, Umberto Terruso, Andrea Bettaglio, Catia Caramina, Massimiliano Donato, Marco Rizzo, si muovono all’interno di un musallah, un tappeto da preghiera islamica, sul quale il regista agisce con una semiotica concezione dell’ambiente, come sempre altamente studiata dove i movimenti uniti alle voci e ai gesti creano un coro perfetto riuscendo in questo modo a creare una bolla di tensione intorno alla scena ed impedendo quasi il respiro degli spettatori.

Forte la regia, come sempre, generosi gli attori che ci regalano uno spettacolo denso, interessante il tema, non semplice e forse in alcuni momenti troppo semplificato, una questione difficile perché fin troppo contemporanea di cui è giusto parlare anche a costo di rischiare una semplificazione che apparentemente non rende giustizia alla realtà dei fatti, ma in fondo questo tipo di teatro non ha il compito di spiegare le cose ma di dare degli input per approfondire e devo dire che in questo lo spettacolo non pecca assolutamente.

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