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VIVA ARTE VIVA 57a Biennale di Venezia

13 novembre 2017
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di Erika Lacava

Ingresso-della-57a-Biennale-di-Venezia-con-drappi-di-Sam-Gilliam

“Viva Arte Viva”: la 57esima Esposizione Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia, aperta fino al 26 Novembre, è curata quest’anno da Christine Macel, parigina, classe 1969, già curatrice del Padiglione Francese nel 2013 e dal 2000 curatrice capo del Centre Pompidou di Parigi. 51 Paesi per 120 artisti invitati, di cui 103 alla loro prima esposizione in Biennale. 85 le partecipazioni nazionali disseminate tra gli storici Padiglioni dei Giardini, l’Arsenale e il centro storico di Venezia.

La Biennale di Christine Macel si propone di essere un inno alla creatività in tutti i suoi aspetti. Le premesse che accolgono il visitatore all’ingresso del Padiglione Centrale dei Giardini parlano di una Biennale “con gli artisti, degli artisti e per gli artisti”, in cui il ruolo della curatrice viene volontariamente ridimensionato per farsi quasi solo portavoce delle loro istanze. La condivisione di intenti, la collaborazione continua e costante tra curatrice e artisti vuole essere infatti il segno distintivo di questa edizione, per una mostra che si arricchisce di giorno in giorno di contenuti ed eventi.

Fioriscono così le attività collaterali, raggruppate nei tre Progetti Paralleli: le “Tavole Aperte”, in cui gli artisti incontrano il pubblico a pranzo per parlare, in modo conviviale, del loro lavoro, le “Pratiche d’artista”, brevi video realizzati negli studi degli artisti, pubblicati sul sito della Biennale e visibili presso lo Spazio Performance nelle Sale d’Armi dell’Arsenale, e infine la “Biblioteca degli artisti”, che raccoglie in un vero spazio dedicato i principali titoli ispiratori della loro attività.

Mai Biennale si è proposta di addentrarsi così profondamente nelle pratiche del fare arte, con incursioni nelle vite private degli artisti, nei loro studi, nelle loro letture, a tavola. Una dichiarazione che si fa subito pratica nel primo Padiglione, quello degli “Artisti e dei Libri”, che apre con il serbo Mladen Stilinović che, con alcuni scatti della sua “Praise of Laziness”, ci porta dritto dritto nel suo studio a osservarlo mentre cerca la posizione migliore per dormire, mentre l’austriaco Franz West riposa sul divano e lo espone in mostra.

Seguono altri studi d’artista con i perenni letti sfatti, cassette degli attrezzi aperte, scale, vecchie sedie, tele stese ad asciugare, batterie e casse audio per distrarsi durante le ore di lavoro, perché, come sostiene Christine Macel, l’arte non può che nascere e trovare il suo terreno di crescita tra otium et negotium, tra ozio e azione.

Come re dell’ozio operoso viene qui legittimamente eletto il Libro, di cui troviamo omaggi e rimodellazioni ad opera dell’inglese Jonh Latham, al crocevia tra istallazione e scultura, che dal 1958 elegge i libri a sua materia prima, applicandoli sulle tele, raggruppandoli in forme di palle incancrenite di gesso e appese al soffitto come pianeti, oppure bruciati, masticati e distillati in provetta. Molto interessanti anche i lavori di Abdullah Al Saadi, Emirati Arabi, pergamene e piccoli taccuini srotolabili scritti in arabo e disegnati, inseriti in scatole di latta da tè, o gli impeccabili bookpainting iperrealisti del cinese Liu Ye e le preziosissime e indecifrabili calligrafie di Irma Blank negli spazi della Biblioteca, nei Giardini.

Altro elemento che ritroviamo in questo Padiglione sono gli oggetti di uso comune, dai trasparenti e quasi impercettibili “quasi-object” di Philippe Parreno, agli “object trouvé” di Hassan Sharif, filari di scaffali sovraccarichi di palline, imbuti, bulloni, flaconi di detersivi, fino ai carrelli della spesa pieni di rastrelli e vecchio materiale informatico di Raymund Hains. Una nota a parte merita il lavoro del danese Olafur Eliasson che allestisce, tra i ripiani di uno spazio simile a un reparto Ikea, un laboratorio per rifugiati e richiedenti asilo dediti a costruire, per tutta la durata dell’esposizione, lampade in legno di varie figure geometriche con luce verde, il cui ricavato verrà devoluto al progetto di accoglienza “Green Light”. Un work in progress i cui risultati vengono di volta in volta appesi al soffitto e alle pareti del Padiglione.

Da un tema politico e sociale passiamo a uno più intimista ed emotivo nel “Padiglione delle Gioie e delle Paure”, subito accolti dalle grandi tele espressioniste del siriano Marwan e dalle contorsioni del corpo trafitto, bendato e poi sulla superficie della carta bruciato o disegnato dell’ungherese Tibor Hajas.

Poi la ricca sala della tormentatissima Kiki Smith, che fa del vetro, dell’azzurro chiaro e della trasparenza il filo conduttore tra dipinti su carta velina intarsiati di schegge e fiumi di lacrime, vetrate disegnate a pennarello e grandi installazioni di vetro a forma di stelle a pavimento. L’afroamericana Senga Nengudi allestisce invece una sala simile a una camera di tortura, con telai di radiatori e ventilatori a cui sono legati, tirati, collant di nylon neri e marroni, a simboleggiare le trasformazioni subite dal corpo femminile e le pressioni e oppressioni su di esso della società.
Due piccole gioie, oltre questi dolori, sono i quadretti naif dai colori tenui della cinese Firenze Lai e, anche se leggere solo nella forma e non nel contenuto, le meravigliose ed essenziali installazioni d landscape montuosi e acquatici della canadese Hajra Waheed.

All’esterno del Padiglione principale ai Giardini troviamo i 30 padiglioni dalle architetture storiche. I lavori più spettacolari come impatto visivo sono le installazioni site specific nel Padiglione americano, dove Mark Bradford sovraffolla lo spazio della prima sala con un gigantesco meteorite di concrezioni materiche che costringe il pubblico a camminare rasente i muri, alludendo a una sensazione di sovraffollamento, marginalità ed esclusione tipica della contemporaneità, e quello inglese, a opera di Phyllida Barlow, che sviluppa un concetto simile con imponenti colonne e massi circolari, balconi incrostati e stretti cunicoli di ruderi di legno. Innovativo il padiglione di Israele che si snoda tra tappeti di fondi di caffè intarsiati di muffa e dense nuvole, enormi e opprimenti, dalla forma di carro armato.
Vince secondo noi la palma per il padiglione più interattivo e divertente l’Austria che presenta, a opera di Erwin Wurm, un camper bucato in cui poter infilare la testa e far fuoriuscire le gambe e le braccia, e contenitori di plastica con disegnate semplici istruzioni da eseguire come sdraiarsi, accovacciarsi, salire su un piede solo, creando continue e bizzarre sculture viventi. La Corea si distingue, a dispetto delle insegne al neon di Cody Choi che fanno apparire la facciata un casinò di Las Vegas, per custodire all’interno una riflessione su comunissime immagini di momenti di lavoro in dialogo con un palo da lap dance. Molto interessante e di sicuro impatto visivo il discorso di Lee Wan sulla relatività del tempo, con oltre 600 orologi che vanno a velocità differente a seconda del tempo proprio di ognuno.

Inquietante e curioso allo stesso tempo il padiglione della Russia, dove proiezioni di soldati allineati, aquile a due teste con corpo meccanico e altri idoli diversamente combinati riportano all’immaginario la Metropolis di Fritz Lang insieme agli scenari delle grandi dittature politiche, mentre nella stanza sotterranea una app permette di vedere, tra le installazioni bianchissime e minimali, i corpi nascosti e schiacciati dalle architetture.
Interessanti anche le foto evanescenti color seppia di Tracey Moffat per il Padiglione dell’Australia, le griglie rudimentali con i sassi incastrati da panorama lunare nel Padiglione del Brasile e il lavoro pensato globalmente sul “Turned upside down” del Giappone con edifici in legno speculari sospesi come navi galleggianti, a cui fa da contraltare la visione “dal basso” degli spettatori che fanno capolino dal piano inferiore attraverso un buco nel pavimento.
Hanno scelto la performance i padiglioni della Francia e della Germania, ricostruendo il primo uno studio di registrazione con auditorium e strumenti in legno, e il secondo un grande spazio vuoto fatto di lastre di vetro trasparente su cui, camminando, si vedono le azioni dei performer nello spazio sottostante, sentendosi a propria volta osservati e attori grazie all’immagine riflessa negli specchi adiacenti. Per questa performance continua, dal titolo “Faust”, che metaforicamente rivela i controlli, lo spaesamento e le vertigini della società contemporanea, l’artista Anne Imhof si aggiudica il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale.
Nell’Arsenale, oltre ad altri 23 Padiglioni nazionali, tra cui l’Italia, continua a snodarsi il discorso di Christine Macel tra gli altri sette Padiglioni da lei curati. Nel Padiglione dello “Spazio Comune” spiccano i libri e i tessuti intrecciati di Maria Lai, una delle poche italiane presenti in mostra, e i fili colorati tesi tra i rocchetti e i vestiti nell’installazione del cinese Lee Mingwei.

Nel “Padiglione della Terra” troviamo invece opere che indagano il rapporto uomo-ambiente naturale, degnamente rappresentato dalla grande installazione, simile alla vetrina di un negozio, di Michael Blazy che ha inserito innesti botanici in vecchie scarpe nel tentativo di farle ritornare a un ciclo di vita naturale. Nel “Padiglione delle Tradizioni” citiamo l’italiano Michele Ciacciofera e il messicano Orozco, mentre nel “Padiglione degli Sciamani” domina per imponenti dimensioni la tenda ricamata in juta del brasiliano Ernesto Neto, un vero “sagrado lugar” in cui trovano ristoro, oltre al bisogno di spiritualità, anche quello di riposarsi e per un attimo sostare.
Sottane e camicie da notte plastificate, oltre a vestiti disegnati e a video trasgender, per il “Padiglione Dionisiaco”, mentre nel “Padiglione dei Colori” emergono le delicatissime tele dai tratti essenziali e dalle tinte tenui di Giorgio Griffa e Riccardo Guarneri. Un’esplosione di colore finale per il grande muro di palle di feltro colorate della statunitense Sheila Hicks, mentre l’argentina Liliana Porter per il “Padiglione del Tempo e dell’Infinito” segna lo scorrere del tempo attraverso lo svuotamento di una cantina, tra armadi sventrati, sedie ribaltate, orologi rotti e una scia di mille ammennicoli comuni del nostro vivere quotidiano.
Infine il Padiglione Italia, curato da Cecilia Alemani e intitolato “Il mondo magico” dal testo dell’antropologo De Martino sulla fondamentale valenza trasformativa dell’immaginario sull’interpretazione del reale. Alemani riduce gli artisti invitati solamente a tre, adeguando numericamente il padiglione agli altri padiglioni nazionali e offrendo così agli artisti spazi più vasti d’espressione.
Roberto Cuoghi, modenese, classe 1973, ricrea con una struttura gonfiabile la forma di una chiesa a pianta a croce, nei cui transetti laterali giacciono “corpi di Cristo” in diversi materiali diversamente decomponibili. Il richiamo alla decomposizione è fortissimo come è forte l’odore di acido e di muffa che avvolge il padiglione. Corpi parzialmente bruciati, frantumati o mutilati, prodotti in una specie di forno crematorio e deposti su lettini simili a quelli di un obitorio. Il lavoro di Cuoghi sull’“Imitazione di Cristo” genera interrogativi tanto sulla base storico-morale della nostra cultura quanto sulle ecatombi di corpi cui quotidianamente assistiamo, tra guerre e migrazioni, inducendo nel visitatore un senso complessivo di oppressione e rigetto.

Completamente diverso il lavoro di Adenita Husni-Bey, 1985, milanese di nascita ma statunitense di adozione, che porta in mostra filari luminosi cui sono legati calchi di mani in silicone, frutto di un workshop condotto con un gruppo di ragazzi. Gli interrogativi dell’artista sono rivolti a indagare le nozioni di identità, razza, estrazione sociale, sfruttamento del territorio e in generale vulnerabilità, concetti espressi nelle carte dei tarocchi disegnate dalla stessa artista. Le mani che tengono il filo luminoso sembrano ricordarci quanto siamo tutti legati da uno stesso filo e l’importanza che ognuno di noi si faccia carico della sua parte di responsabilità.

Per ultimo, ma non certo per importanza, Giorgio Andreotta Calò, 1979, veneziano, con la sua vasca di 25 cm di profondità ricolma d’acqua che riflette e duplica illusionisticamente il soffitto dell’Arsenale. Un modo eccellente e suggestivo per onorare sia la richiesta della Alemani di mettere in risalto le strutture architettoniche del Padiglione, sia la “magia” che dà il titolo alla sezione italiana: un incanto ottico potente anche grazie al sapiente gioco di specchi sul lato opposto allo spettatore che fa apparire i visitatori delle ombre in lontananza.

Complessivamente una Biennale ricca e innovativa, la cui unica nota critica sono i nomi dei padiglioni, strutturati un po’ scolasticamente in capitoli come l’indice di un libro che non lascia spazio all’immaginazione, ma ne descrive in modo didascalico il contenuto. Se questo scontenta un po’ il visitatore più pretenzioso, che però trova modo di rifarsi con l’ottimo livello sia dei Padiglioni curati dalla Macel, sia di quelli nazionali, uscendone comunque arricchito e gratificato, ha però il pregio di avvicinare e semplificare la visita al pubblico più generalista che, tra letti sfatti, tavole apparecchiate, pratiche socialmente utili e sculture viventi, ha modo di entrare più addentro le pratiche del fare arte, sentendo gli artisti in qualche modo più vicini.

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