di Noemi Stucchi
Nostra solitudine di Daria Bignardi pubblicato da Mondadori nel 2025 per la “Collezione Scrittori italiani e stranieri” parte dalla consapevolezza della propria solitudine. Pensieri liberi che collegano l’esperienza personale con quella lavorativa da giornalista.
Non è un racconto ripiegato su se stesso come un diario, ma un gesto di apertura sul mondo.
Verso chi, da solo, si trova a combattere disuguaglianze e oppressioni, nei confronti di chi per scelta o necessità si trova in esilio dal mondo.
La solitudine è qualcosa di profondamente nostro. Già dal titolo, in quel “nostra” è inscritta una dimensione plurale che è quella del noi. In questo passaggio dal singolare al collettivo la solitudine smette di essere un disagio privato e diventa una forma di responsabilità verso gli altri.
Nel testo scorrono chat di gruppi WhatsApp, in quella tensione tra il desiderio di uscire dai social e la difficoltà di rinunciare alle relazioni leggere. Seguono le sedute con lo psicologo e piccoli, quotidiani drammi di vita: dal divorzio e le case che si disfano, all’idea di prendere un cane, al parallelo tra i traumi degli animali e quelli dei padroni, l’intimità delle colazioni milanesi.
Lo sguardo si allarga dall’esperienza personale a quella degli altri: il mestiere di giornalista diventa decisivo, perché la solitudine degli altri è qualcosa che Daria Bignardi incontra per lavoro, ascolta, raccoglie con il compito di trascrivere.
Da questo passaggio nasce il racconto di figure segnate da perdite estreme, come Wael Al-Dahdouh, giornalista palestinese caporedattore di Al Jazeera. Le bombe gli hanno portato via tutto, ma viene chiamato “La Montagna” per la sua dignità e per la forza di continuare a raccontare con il suo lavoro.
Accanto a lui ci sono storie di donne come Caroline che a quarant’anni scopre la verità mostruosa su suo padre e si trova davanti a una solitudine radicale, descritta dall’autrice con parole nette: “Non riesco a immaginare una solitudine peggiore della sua” (p. 59), perché non è quella di una moglie che può separarsi da un marito, ma quella di una figlia che non può divorziare da un padre.
Intorno a queste vicende si innestano riflessioni più ampie sulla condizione femminile e sulle battaglie combattute all’interno delle mura domestiche: il libro “parla della solitudine. Di quanto quella femminile sia in relazione con l’oppressione patriarcale, per esempio” (p. 136).
La scrittura è diretta e non appesantisce. Con naturalezza si passa dall’io agli altri, dall’essere umano al mondo animale.
Daria Bignardi riesce a vedere una forma di connessione e di legame che appartiene a tutti gli esseri viventi. Dal bisogno di prendersi cura di un cane allo sguardo del gorilla, davanti ai quali l’essere umano resta, semplicemente, un ospite.
È una riscoperta della parte animale che ci abita, richiamata anche dalla frase sul retro della copertina: “Chi è felice nella solitudine o è una bestia selvaggia o un dio, diceva Aristotele. Bestia selvaggia mi ci sento spesso, dio mai”.
Non mancano i viaggi come quello lungo il Mekong percorso insieme al figlio Ludovico o il viaggio in Cisgiordania. “Per la maggior parte delle persone fare questi lavori (l’inviato di guerra, il cooperante) è una scelta: difficile si finisca a farli per caso” (p. 86).
“Perché mi dimentico che la mia solitudine non è solo mia?
La nostra solitudine non è solo nostra. Essere consapevoli dei meccanismi che governano il mondo e la sua storia, rifiutarne ingiustizie e oppressioni e organizzarsi per combatterle, obbliga a molti compromessi e a qualche speranza, quel sentimento tenero e perdente che ci rende umani”. (p. 126)
In quel campo di battaglia e di consapevolezza che è la solitudine, Daria Bignardi trova la forza per continuare a raccontare la storia di sé e degli altri.
Non è una ricetta e il libro non offre soluzioni. È un invito a guardare la solitudine con occhi nuovi, a riconoscerla, a farne, se possibile, motivo di legame e responsabilità.







