Di Cristina Ruffoni
Buen Camino, l’ultimo film di Checco Zalone uscito a Natale dopo solo due giorni ha battuto, come incassi e presenza di spettatori, quelli precedenti e perfino Avatar: Fuoco e Cenere di Cameron, scopo dichiarato in conferenza stampa senza finzioni e ipocrisie da tutta la produzione. Una storia road movie apparentemente più semplice e con battute giudicate da tutti meno originali e più prevedibili, ma che s’inserisce, senza neppure troppi sforzi e salti pindarici, nella tradizione della commedia all’italiana, quella di Mastroianni e Sordi, che riusciva ad essere politica senza schierarsi, perché faceva ridere e dissacrava tutto quell’apparato sociale di un’Italia sostenuta e forgiata dal sistema.
Non si vogliono esprimere giudizi di valore, visioni apocalittiche o valutazioni antropologiche, semplicemente si mostrano tutte le idiosincrasie, le fragilità e le contraddizioni, a livello umano – un padre arricchito che ha tutto, considerato una nullità dalla figlia – culturalmente – quando l’ignoranza viene ostentata come una qualità – e nel corpo – il primo a tradire e a mostrare i suoi limiti, quando la prostata si prende gioco della virilità del maschio italiano in Ferrari e con l’amante giovane – ma senza mai arrivare al dramma, sempre attraverso una parodia surreale, trash e anche un po’ sgangherata, espressa in modo eloquente ed efficace nel balletto finale sulla prostata infiammata.
I temi precedenti ruotavano sul posto fisso, la ricerca dell’amore e sull’immigrazione, questa volta sono i rapporti generazionali e affettivi a condurre il filo della narrazione, dal padre mobiliere che si riprende dall’ictus pur di evitare di lasciare la sua azienda al figlio nullafacente e incapace, al tentativo di recuperare l’affetto di una figlia che vuole invece essere l’opposto e fuggire lontano.
La figura della quarantenne pellegrina di cui Checco Zalone finisce poi per innamorarsi e che lo aiuta nel suo riscatto come padre, si rivela con molta ironia e leggerezza essere una suora. L’intellettuale mistico, che potrebbe assomigliare a Gad Lerner, è invece, purtroppo appena abbozzato e lasciato incompiuto, come altri temi e caratteri, relegati ai margini e spunti non approfonditi, rischiando così di apparire delle macchiette e poco accattivanti nel complesso della parodia.
Ancora una volta, Checco Zalone non delude però il suo pubblico molto trasversale, facendo leva anche sul fatto oggettivo che nessuno meglio di lui finora è riuscito a dare una valida continuità e alternativa a questo genere, non Christian De Sica o altri comici ormai dimenticati e da dimenticare. Mai sottovalutare o prendere sottogamba chi riesce a far ridere mostrando la cruda realtà, con la consapevolezza che chi esce dalle sale dopo aver visto Buen Camino, non vuole cambiare nulla di questa Italia e soprattutto non si sconvolge più di niente, ma si sente momentaneamente sollevato nel ritrovarsi, nella maggioranza dei casi, molto ben rappresentato e raccontato, come questa volta dal regista Gennaro Nunziante e dal sempre molto poco corretto politicamente Checco Zalone, anche quando rinuncia alla graffiante imprevedibilità delle sue battute.







