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Un anno di scuola

Un anno di scuola

di Marta Dore

un anno di scuola

In questi giorni è arrivato al cinema un film italiano, Un anno di scuola, che mette in scena un gruppo di adolescenti. A differenza di tanti altri lavori sui giovanissimi, però, questo ha il grande merito di rappresentare ragazze e ragazzi di 18 anni con una rara carica di verità e con la preziosa capacità di non giudicare, ma sicuramente di voler capire attraverso lo svolgersi della storia, senza spiegoni, senza dire e ribadire. È questo forse il segreto della sensazione di autenticità che si prova guardando il film di Laura Samani, che è giovane ma non adolescente, e ha alle spalle un primo lungometraggio, Piccolo corpo, per il quale ha vinto il premio come migliore regista esordiente ai David di Donatello del 2022.

un anno di scuola

La storia è semplice e si ispira all’omonimo romanzo di Giani Stuparich, che però è ambientato nel 1909 e racconta le vicende della prima ragazza ammessa all’ottavo anno del ginnasio, quello che dava accesso all’università. Nel film, che si svolge invece nel 2007, la protagonista è Fred (Stella Wendick), una diciottenne svedese, orfana di madre, che arriva a Trieste al seguito del padre, incaricato di ristrutturare un’azienda del territorio. Fred si iscrive a un istituto tecnico della città, dove si troverà a essere l’unica femmina in una scuola frequentata solo da maschi. Unica femmina e per di più svedese, con quello che significa(va) nell’immaginario maschile.

foto di classe

A poco a poco, fa amicizia con tre compagni di classe: Antero (Giacomo Covi), riservato e studioso, Pasini (Pietro Giustolisi), bello, tormentato e istrionico, e Mitis (Samuel Volturno), dolce e protettivo. I tre hanno formato fin da piccoli un sodalizio molto esclusivo, ma Fred riesce a essere accolta nel loro ‘club’, come se fosse un maschio. E qui si innesta il tema principale del film, che indaga proprio che cosa comporta essere l’unica ragazza in un gruppo di ragazzi. Per diventare una di loro, Fred deve sacrificare una parte di sé, e sia lei sia i tre amici si trovano a dover gestire un desiderio che, in modi diversi, tocca tutti.

Un anno di scuola

Uno degli aspetti più riusciti è proprio la rappresentazione del desiderio, che qui non è mai banalizzato né ridotto a stereotipo. È qualcosa di confuso, che si insinua nelle relazioni e le trasforma lentamente, mettendo alla prova l’amicizia e l’identità di ciascuno. Fred, in particolare, è costretta a confrontarsi con un paradosso: per essere accettata deve negare la propria differenza, ma è proprio quella differenza a renderla centrale nel gruppo.

Un anno di scuola

È lei ad avere una maggiore consapevolezza di ciò che sta accadendo, dentro e fuori di sé. È lei, in modo spesso silenzioso, a spingere gli altri a uscire dall’infanzia emotiva in cui sono ancora in parte immersi. La sua presenza rompe equilibri, ma allo stesso tempo costringe ciascuno dei tre ragazzi a confrontarsi con sentimenti più complessi, a prendere posizione, a crescere. In questo senso, Fred è anche una figura generativa, capace di innescare un processo di maturazione collettiva. 

Stella Wendick

Il film di Samani, presentato all’ultimo Festival di Venezia, si muove con delicatezza dentro questi equilibri fragili, evitando qualsiasi deriva moralistica o didascalica. Non c’è mai la tentazione di trasformare i personaggi in simboli o portatori di un messaggio esplicito: sono, prima di tutto, corpi e sguardi, esitazioni e silenzi. È proprio nei silenzi che il film trova la sua forza, lasciando emergere tensioni e sentimenti senza bisogno di parole.

Un anno di scuola

Trieste, con i suoi spazi sospesi tra mare e confine, diventa uno scenario perfetto per raccontare una fase della vita altrettanto sospesa: quella in cui non si è più bambini ma non si è ancora adulti. I ragazzi poi parlano spesso il dolce dialetto triestino, così raro da sentire al cinema e così bello. Tra l’altro, nel 2007 non c’erano ancora i social né gli smartphone: quasi commuove vedere questi ragazzi muoversi ed entrare in relazione tra loro senza telefonini di mezzo.

Un anno di scuola

Gli interpreti, tutti molto credibili – nonostante nessuno di loro sia un professionista né abbia studiato recitazione, contribuiscono in modo decisivo alla sensazione di verità che caratterizza il film. Non c’è mai l’impressione di assistere a un’interpretazione costruita: i dialoghi sembrano rubati alla realtà, così come i gesti e le dinamiche tra i personaggi. Del gruppo di attori, a Venezia ha ricevuto il Premio Orizzonti Miglior Attore Giacomo Covi (Antero): ma mi piace pensare che abbiano scelto lui per premiare in realtà tutto il cast.

Un anno di scuola

Il film si chiude con un piano sequenza meraviglioso, un omaggio commovente al passaggio faticoso e splendido verso la maturità che è l’adolescenza. 

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