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Cara Televisione

Aldo Grasso “Cara televisione”

di Noemi Stucchi

«Nel momento in cui scrivo, sono trentasei anni che ogni sera guardo la televisione, che ogni mattina redigo una rubrica di critica, che ogni giorno mi confronto con Lei (le devo almeno una maiuscola). Una follia, forse, di cui però non mi pento.» (p. 11)

Tempo, dedizione, ossessione. Cara televisione edito da Raffaello Cortina Editore, è (come suggerisce il sottotitolo) “una dichiarazione d’amore e altri sentimenti”. L’autore è il critico televisivo Aldo Grasso, storico della televisione, editorialista del Corriere della Sera, professore ordinario dell’Università Cattolica di Milano.

Dopo molti libri dedicati alla storia della televisione, la narrazione si sviluppa su due filoni.
Da un lato l’autore mette sotto la lente di ingrandimento programmi e conduttori, mostrando come la TV rifletta e influenzi i cambiamenti della società; dall’altro lato “Cara televisione” nella sua forma più diaristica diventa uno specchio dell’autore.
Aldo Grasso guarda se stesso, racconta cosa significa fare questo lavoro, come lo ha vissuto in trentasei anni di professione, cosa serve davvero per fare il critico: non solo competenza, ma tempo, sguardo, capacità di giudizio e anche una certa resistenza agli insulti.

La critica televisiva è spesso considerata una forma minore rispetto ad altre, ma leggendo queste pagine si capisce quanto sia un modo per capire il presente. Nella storia della televisione, Aldo Grasso lo racconta con chiarezza: dalla centralità del servizio pubblico alla frammentazione del sistema, dalla Rai alle televisioni private, fino all’arrivo dei grandi gruppi internazionali.
Dal controllo al sistema ibrido dell’intrattenimento, il servizio pubblico della televisione non esiste più o non è più percepito come tale.
Molto forte è la riflessione sul rapporto tra televisione e realtà, soprattutto nei programmi di cronaca e nei talk show. Qui la televisione non si limita a raccontare i fatti: trasforma e piega alle proprie logiche.

«la televisione è diventata ormai come uno di quegli esperimenti scientifici in cui l’osservazione modifica la realtà osservata» (p.108)

È un passaggio centrale: la TV non è neutra, ma interviene sulla realtà che racconta.
Questo emerge con particolare evidenza nel genere Crime dei programmi giudiziari dove il racconto televisivo rischia di influenzare quello reale, creando una sorta di “secondo processo”.

Nel capitolo E se la stampa non esistesse? Grasso riflette sul rapporto tra giornalismo e televisione, sulla mediazione e sull’impoverimento del linguaggio. Dai talk alla parodia del Reality, fino al nuovo linguaggio dei social “tiktokese”.
In queste pagine troviamo esempi concreti: canali e programmi che guardiamo ogni giorno. Non sono riflessioni astratte, ed è proprio per questo che le pagine di Aldo Grasso funzionano.
Ad esempio, si parla di Fiorello, di Maria De Filippi, di Real Time e il “Castello delle Cerimonie”. Le sue argomentazioni si muovono tra esempi pratici, citazioni e riferimenti più alti, ma restano sempre ancorate alla quotidianità televisiva che, volenti o nolenti, fa parte della nostra cultura.

La domanda allora diventa inevitabile: siamo davvero rappresentati da ciò che la televisione trasmette?
Se è una questione di maggioranza, c’è il tema degli ascolti. La televisione vive dell’audience, ma Aldo Grasso ricorda che i numeri non bastano a definire il valore di un programma:

«E questa, quella del consenso, è una delle tante, paradossali, tirannie cui oggi siamo sottoposti. (…) Anche le dittature fanno leva sul consenso.» (P.117)

Qui arriva il lavoro del critico, perché audience non è sinonimo di pubblico.
Cosa fa la critica in fondo? Nella definizione di “critica” Grasso riprende “Estasi e terrore. Dai Greci a Mad Men” di Mendelsohn: «La critica si basa su questa equazione COMPETENZA + GUSTO = GIUDIZIO SIGNIFICATIVO» (p. 23)
Dall’etimologia della parola, “Crino” in greco significa discernere: separare il bello dal brutto.
Il lavoro del critico continua a essere proprio questo: individuare cosa funziona, cosa no, capire e motivare.

Il metodo e il proprio gusto vanno di pari passo: il gusto si affina nel tempo, e insieme alla competenza forma il cuore del giudizio critico. Quello di Aldo Grasso vuole essere un incoraggiamento a restare autentici verso se stessi, anche quando c’è da prendere posizione. E come dice la citazione di Stanislaw Jerzy:

«Il critico deve stare tutto o sulla scena o sulla platea, altrimenti il sipario gli cadrà sul collo come una ghigliottina» (p. 32)

Grasso sceglie da sempre la platea. «Non ho mai pensato che la televisione instupidisca il pubblico. Non l’ho mai pensato per rispetto del pubblico (e anche un po’ di me stesso)» (p. 133)
In fondo, la posizione di Aldo Grasso si chiarisce proprio nelle sue parole più personali:

«Mi sono sempre definito uno “spettatore di professione” e sono stato spesso scambiato per uno snob (…) ma sono esattamente il contrario: un “sincero democratico” la cui curiosità indagatrice è ugualmente sollecitata da un programma ben riuscito come dal trash più efferato, dal pezzo di bravura come dall’approssimazione più sfacciata. Insomma, amo il popolare senza demagogia». (p. 23)

Fare critica è un esercizio di verità, che va oltre la promozione e il consenso. Senza giri di parole, nella video-intervista al Corriere della Sera condotta da Maria Serena Natale, non possiamo che essere tutti d’accordo con Aldo Grasso:

«Dire ogni tanto che il re è nudo è una soddisfazione che ogni tanto è bello prendersi»

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