di Cristina Ruffoni
La Gioia di Nicolangelo Gelormini ha tutte le caratteristiche per essere l’unico film italiano in concorso alle Giornate degli Autori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2025, prima fra tutte un cast d’eccezione, ma soprattutto perché il regista, pur partendo da un reale fatto di cronaca, non cede allo scontato parossismo della morbosità disturbante e spesso cinica di chi racconta un femminicidio, bensì intraprende la strada della dimensione psicologica e di una analisi mai giudicante ma, che riguarda tutti noi, sottolineando un’incapacità collettiva di esprimere la parte affettiva, in una società come la nostra, sprovvista sia di un vocabolario sia di una profondità per viverla e darle voce.
Pur essendo napoletano, Gelormini descrive in modo esemplare e con una cura particolare nei dettagli, la claustrofobica provincia italiana, in questo caso piemontese, dove per non essere subito etichettati e incasellati bisogna mimetizzarsi nei corridoi e nei parcheggi. E’ proprio in questo contesto che inizia la storia tra l’insegnate di francese un po’ attempata Gioia, una straordinaria e trasformista Valeria Golino e il giovane e conturbante Alessio, l’attore Saul Nanni autentico talento di luci e ombre. La camera della casa, dove lei vive isolata con i genitori e dove iniziano a frequentarsi per delle ripetizioni di francese, sembra quella di un’adolescente, con delle bambole di pezza, maglioni con i fiori e la sciarpa della Juve in mostra.
La vera infelicità non è non aver mai amato ma non essere stati visti e intercettati, desiderati e in questo corpo invisibile Valeria Golino è abilissima a manifestare tutte le sfaccettature e la complessità del suo personaggio, totalmente disarmato e vulnerabile l’unica capace d’immaginare anche attraverso la cultura, mentre dall’altra parte si limitano a sopravvivere nel degrado e nella sopraffazione.
Lei conosce Verlaine e Flaubert e ha ancora dei sogni nel cassetto irrealizzati, che neppure la madre troppo apprensiva e vecchio stile riesce ad intercettare e condividere.
Jasmine Trinca interpreta perfettamente la madre di Alessio, spregiudicata, edonista e avida come quella di Gioia pensa solo al bollito e alle pulizie di casa, indifferente ai bisogni che non siano quelli del focolare domestico.
Risultano talmente convincenti e surreali Gioia e Alessio che, per un attimo, ci lasciano sperare in un possibile seguito ma i loro mondi sono troppo lontani e contrastanti. Un preludio di morte estremante poetico, come la giornata trascorsa alla pista di prova al Lingotto, risulta il loro primo bacio appesi a un albero dove lui le stringe il collo per trattenerla sospesa in aria. La dicotomia non è quindi dettata dalla differenza d’età ma dalle due menti ed esperienze agli antipodi e destinate a una rotta di collisione e alla tragedia. Lo sguardo del regista è sempre rispettoso e dolce con la vittima anche quando Gioia risulta a tratti comica, paradossale e perfino grottesca, ricordandoci che in nome dell’amore e del desiderio tutti siamo stati manipolati e sedotti.
Avendo già dimostrato grandi capacità nella regia, Valeria Golino si addentra questa volta nell’infelicità e nell’autodistruzione invece che nella gioia ma riesce a farci trattenere il respiro, a farci commuovere per i gesti e le parole e ricordarci quanto questi risultino importanti e necessari.
Nessuna possibilità di riscatto, di poter cambiare la propria vita, né con i sogni ma neppure con i soldi, il corpo e l’immaginazione si rivelano per i due protagonisti due bombe esplosive che nessuno dei due riesce a gestire anche all’ennesima potenza.
Non è il vero classico film italiano ma La Gioia è destinato ad essere ricordato, perché apre molte porte e spalanca finestre in quelle zone misteriose e invisibili che, nello stare o sottrarsi al mondo, troppo spesso vengono solo lambite ed evocate e mai percorse fino in fondo come in questo caso.






