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Le cose non dette

Le cose non dette 

14 Febbraio 2026
575 Views
di Cristina Ruffoni

Nel suo ultimo film: Le cose non dette il regista Gabriele Muccino pur rimanendo fedele alla potenza espressiva dei sentimenti e dei desideri raccontati che da sempre lo contraddistinguono e fanno amare dal suo pubblico, mette in campo un’evoluzione, la trasformazione della storia in noir, alla Match Point di Woody Allen, solo che in questo caso, l’assassino non è il marito incastrato tra moglie e amante.

Quando le due coppie amiche, entrambe in crisi, Anna e Paolo insieme a Elisa e Carlo, decidono di prendersi una vacanza a Tangeri per darsi nuove possibilità, la figlia tredicenne Vittoria, infatuata di Carlo, durante un pranzo, chiede il significato di alibi, preannunciando quello che succederà poi, con l’arrivo in città della giovane amante Blu, che innesca il processo di svelamento che sfocerà in tragedia.

Gabriele Muccino con l’aiuto e la complicità di Freud, analizza la società attuale e ci provoca, tirandoci dentro nella tensione quasi disturbante della visione del film.

Non siamo davvero liberi finché non accettiamo di essere responsabili delle nostre scelte ma la responsabilità non è comoda, esige consapevolezza, rinuncia all’ alibi e, soprattutto, confronto con i nostri desideri più profondi.

Gabriele Muccino smaschera i compromessi dei suoi protagonisti, quelli con cui ci silenziamo, togliamo il sonoro all’autenticità e anestetizziamo l’inquietudine dell’esistenza, “la paura della morte e della solitudine si affronta meglio in coppia”, dichiara Carlo per giustificare l’infelicità del proprio matrimonio. Proprio lui, interpretato da Stefano Accorsi, che come venticinque anni fa nell’Ultimo Bacio, tradisce la moglie Elisa, interpretata allora da Giovanna Mezzogiorno e in questo film da Miriam Leone.

Carlo è il narcisista all’ennesima potenza, angosciato dalla libertà e incapace di scegliere, con una fortissima regressione e nostalgia per l’infanzia, non in senso romantico ma come tempo della dipendenza, dell’assenza di responsabilità, del godimento senza colpa.

Oggi più che mai il pensiero di Sigmund Freud è attuale, sembra avvisarci il regista in questa storia. Non basta infatti sentirsi liberi come sostiene all’inizio la giovane studentessa Blu al suo professore, né rivendicare i propri diritti di indipendenza, la vera libertà è la capacità di assumersi le proprie responsabilità, come chiede Paolo interpretato da Claudio Santamaria all’amico Carlo, in un raro momento di sincerità anche delle proprie parole.

Nella versione raccontata dai quattro al ritorno a Roma al commissariato viene sottolineato da Carlo che sarebbe bastato non stare zitti fin dall’inizio per evitare il susseguirsi dei fatti e la tragedia finale.

Neppure gli adolescenti si salvano, pervasi dall’ onnipotenza infantile e senza nessun limite, come Vittoria, oppressa da una madre ossessiva, Anna, interpretata da Carolina Crescentini e trascurata da un padre assente.

Muccino e Freud non ci possono promettere la libertà. L’unica, che alla fine, riesce veramente a cambiare e salvarsi nonostante tutto, è Elisa, perché ha un suo mondo da dove ricominciare, una via per “la verità di sé”.

E in un tempo di identità fragili e di illusioni rassicuranti, il film di Muccino ci racconta questa forma che stiamo pericolosamente perdendo, come la responsabilità delle proprie parole, per una autentica apertura all’altro.

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