di Noemi Stucchi
La 61ª Biennale Arte di Venezia, intitolata In Minor Keys, si sviluppa come sempre tra le due sedi principali dell’evento: l’Arsenale e i Giardini. All’Arsenale il percorso si costruisce attorno a uno spazio comune, un luogo di dialogo condiviso tra artisti e opere; ai Giardini, invece, ogni nazione continua a raccontarsi attraverso il proprio padiglione. Una novità di questa edizione è l’assegnazione del Leone tramite votazione diretta dei visitatori: per la prima volta non è una giuria a decidere.
Questa 61ª edizione assume anche il valore di una commemorazione. Il progetto è infatti dedicato a Koyo Kouoh, la curatrice nominata e scomparsa nel maggio 2025, il cui lavoro è stato portato avanti e sviluppato dal team curatoriale. Il titolo In Minor Keys (“In chiavi minori”, o forse meglio tradotto con “Frequenze minori”) racconta già molto dell’approccio scelto.
Questa non è una Biennale che urla. Non ci sono opere che cercano lo scontro diretto, non ci sono manifesti gridati, non c’è la volontà di indicare un colpevole o di trasformare l’arte in un atto di denuncia esplicita. Forse qualcuno potrebbe aspettarsi proprio questo dall’arte contemporanea, soprattutto in un momento storico segnato da guerre e conflitti. Da sempre all’arte viene attribuita una funzione critica, capace di anticipare il proprio tempo e di prendere posizione. Qui, invece, la scelta è diversa.
Sono tanti sussurri. Tante voci che parlano a bassa frequenza. Piccole storie che si sviluppano all’interno di microcosmi. Le “frequenze minori” mettono al centro un universo fatto di materiali, arti applicate, linguaggi e pratiche differenti. La tecnologia, tema spesso dominante nelle mostre contemporanee, rimane invece sullo sfondo (eccezione fatta per il padiglione della Cina). Al centro emerge piuttosto una visione quasi postuma del mondo, dove il botanico, le piante, la materia organica e la vita nel suo complesso diventano protagonisti.
Nei colori, negli odori e nelle atmosfere si percepisce un coro di voci che, pur provenendo da contesti diversi, finiscono per dialogare tra loro. È una mostra che invita continuamente chi passa a rallentare. E questo è forse uno degli aspetti più riusciti del progetto. Chiunque abbia visitato una Biennale sa quanto possa essere fisicamente stancante: ore e ore in piedi, chilometri percorsi tra padiglioni e installazioni. Qui, invece, si incontrano continuamente divanetti, panchine, spazi in cui fermarsi. È come se la mostra stessa dicesse al visitatore: fermati un momento e guardati intorno. Guarda quante piccole cose esistono attorno a te. Respira. Non devi correre. Non esisti soltanto tu e la tua fretta. Dove stai andando? Guarda ciò che ti circonda.

Dettaglio dell’allestimento
Molto riuscito anche l’allestimento progettato da Wolff Architects. La struttura portante è realizzata con cartone riciclabile. Si rimane colpiti da enormi colonne costruite interamente con un elemento che, preso singolarmente, è fragile come un foglio di carta. Non so esattamente perchè, ma davanti a queste architetture mi è tornata in mente una frase di Bob Marley: “If you are a big tree, we are the small axe”. La forza è lì: nell’unione modulare, la fragilità diventa struttura, sostegno, architettura. Anche la rivoluzione, in fondo, può essere questo. È uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente dell’intera mostra.
Se nelle passate edizioni c’era quasi sempre almeno un’opera capace di imporsi immediatamente allo sguardo, qualcosa di visivamente potente che, nel bene o nel male, rimaneva impressa nella memoria, questa volta la sensazione è diversa. Nulla di eclatante, nulla di spettacolare. È una Biennale forse meno “instagrammabile” se paragonata alle edizioni precedenti, poco interessata all’effetto immediato. Tutto appare più livellato, più uniforme. Non ci sono grandi picchi, almeno secondo la mia impressione. E forse è proprio questa la sfida che In Minor Keys affida al visitatore: avvicinarsi alle piccole cose. Leggere una didascalia. Scoprire chi è l’autore. Informarsi sul suo percorso. Cercare la storia che si nasconde dietro un’opera. In questa Biennale non è l’opera a venire incontro a te. Sei tu che devi fare un passo verso di lei.
Arsenale: tre opere
Alfredo Jaar, The End of the World (2023-2024)
L’opera è un’installazione da attraversare. Si entra attraverso una piccola apertura e ci si ritrova dentro a una sala che sembra vuota. Gli occhi si devono abituare un attimo alla luce rossa accecante. Si attraversa questa sala lunga e stretta, uno spazio dal soffitto altissimo che obbliga il visitatore a percorrerlo fino in fondo. Un rosso che non è soltanto visivo, ma fisico. Disturba, affatica, crea disagio. Si attraversa la sala con una crescente sensazione di fastidio che diventa parte integrante dell’opera stessa. La didascalia parla di un ambiente che “non lascia spazio alla fuga” e la sensazione è esattamente questa.

Alfredo Jaar, The End of the World (2023-2024)
In fondo alla sala, protetto da una teca di vetro, si trova un cubo. Ci si sente schiacciati dalla stanza, dalla luce rossa, e ci troviamo di fronte a un oggetto piccolo 4 cm. Il cubo è fatto da strati di minerali e terre rare.
Sulla parete d’ingresso sono elencati i dieci minerali che compongono il cubo: cobalto, terre rare, rame, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio e platino. Le scritte sono bianche e riportano alcune informazioni aggiuntive: i luoghi da cui provengono i minerali e il loro utilizzo. Materiali indispensabili per la tecnologia contemporanea, presenti negli oggetti che utilizziamo ogni giorno e al centro di enormi interessi economici e geopolitici.
In quel minuscolo cubo sono racchiuse le risorse per cui si combattono guerre, si sfruttano territori e persone e si producono danni ambientali spesso irreversibili. Alla fine del percorso, la riflessione di Allyn Aglaia riportata in didascalia ne riassume perfettamente il significato: «Il cubo brilla. Lo desideriamo. Ne abbiamo bisogno. Il mondo finisce, ancora e ancora.»
Sawangwongse Yawnghwe, People’s Desire (2018)
L’installazione, lunga circa sei metri, è composta da oltre 2.500 piccole figure in argilla. Alcune camminano, altre viaggiano su imbarcazioni, altre ancora sembrano sospese in un esodo senza fine.
Singolarmente queste statuine sono minuscole. Potrebbero quasi passare inosservate. Ma è proprio la loro moltiplicazione a generare l’impatto emotivo dell’opera. Migliaia di corpi che avanzano insieme diventano una massa umana impossibile da ignorare. La fragilità del singolo si trasforma nella forza del collettivo.

Sawangwongse Yawnghwe, People’s Desire (2018)
È interessante osservare come qui sia il figurativo a tornare con tutta la sua forza. Le persone si fermano, osservano, fotografano. La scultura rimette al centro l’essere umano e la sua storia. Non ci sono effetti speciali né tecnologie immersive: ci sono migliaia di piccoli corpi che raccontano una vicenda universale fatta di migrazioni, persecuzioni e sopravvivenza.
Forse è anche per questo che l’opera funziona così bene. Non chiede di essere decifrata attraverso concetti complessi. Chiede semplicemente di guardare.
Padiglione Italia: Con te con tutto di Chiara Camoni, a cura di Cecilia Canziani
Il progetto si sviluppa come un’unica grande installazione distribuita in due sale e si apre con una processione di figure femminili appena più alte di una persona. Sono sculture in argilla, materiche e silenziose, che ricordano divinità minori o antiche presenze rituali. Passando accanto a queste donne-colonna si ha la sensazione di entrare in uno spazio dove la figura femminile e la natura si fondono.
Guardando queste opere ho pensato subito alle riflessioni di Donna Haraway e all’idea del Chthulucene: un mondo in cui l’essere umano non è più al centro, ma parte di una rete complessa di relazioni tra viventi. Qui la terra sembra diventare donna e la donna sembra diventare terra. Le figure appaiono come incarnazioni del polimorfo, della materia vivente, della natura stessa.

Un dettaglio fotografico del Padiglione Italia, Con te con tutto di Chiara Camoni
Nella seconda sala la trasformazione si compie. Quelle presenze verticali si sdraiano, si frammentano, perdono la loro individualità e tornano a fondersi con il terreno.
La mia lettura è inevitabilmente personale. Se nella prima sala richiamano le korai del mondo classico, nella seconda ricordano odalische adagiate sulla terra. È come assistere a un passaggio continuo tra cultura e natura, tra forma e materia, tra identità e dissoluzione.
Si parte dal canone classico della figura femminile per arrivare a un dialogo più ampio con ciò che è vita, con ciò che esiste oltre l’Antropocene. Una presenza che accompagna tutto e tutti. Sempre con te. Sempre con tutto.
Ho apprezzato molto la curatela e l’attenzione all’esperienza del visitatore. Oltre al comunicato stampa tradizionale, è possibile scaricare un’audioguida con la spiegazione ufficiale del progetto ed è disponibile anche una versione facilitata dei contenuti. Un dettaglio che può sembrare secondario, ma che racconta una reale attenzione all’inclusione e all’accessibilità, temi che dovrebbero essere sempre più centrali nelle istituzioni culturali.





