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Francesco Guccini

Guccini

11 Agosto 2026
59 Views
di Noemi Stucchi

«Ma penso che questa mia generazione è preparata / a un mondo nuovo e a una speranza appena nata».

Ci sono canzoni che, anche dopo decenni, continuano a sembrare vere perché non restano prigioniere del proprio tempo. Dio è morto di Guccini per me è una di queste. Dentro a questa canzone ci abbiamo trovato qualcosa anche noi, molti anni dopo.

Io sono di un’altra generazione. Guccini non l’ho vissuto negli anni Settanta. Eppure, in qualche modo, mi è stato trasmesso ed è arrivato.

Prima ancora di La locomotiva, credo di aver imparato a memoria Dio è morto. Ricordo un CD masterizzato che girava in macchina negli anni Novanta. Non l’avevo fatto io: era uno di quei tanti dischi che passavano di mano in mano come una piccola eredità musicale. Dentro c’erano Guccini, De André, De Gregori e molti altri. Un improbabile remix del cantautorato italiano.

Nella mia testa erano lì tutti insieme. Diversissimi e in qualche modo parte della stessa playlist.
Guccini, però, aveva una voce tutta sua. Non soltanto per il timbro, per il modo di cantare o per quelle canzoni piene di parole. Lo ricordo anticonformista e coerente con se stesso, intellettuale e popolare, politico e ironico insieme. Un poeta che non si preoccupa troppo di esserlo, cantautore e uomo d’osteria.

Francesco Guccini è venuto a mancare il 6 agosto 2026.
Si dice che durante i concerti sul palco aveva l’abitudine di chiedere al pubblico di stare seduto. Perché in piedi ci si stanca e bisogna stare comodi. Apriva spesso con Canzone per un’amica e chiudeva con La locomotiva. Una canzone per cominciare, una per finire. In mezzo, tutto il resto: la politica, l’amore, l’amicizia, le osterie, l’Appennino.

E Pàvana. Non era nato lì, ma qui aveva trascorso i primi anni della sua vita e lì era tornato a vivere nel 2001. In quel piccolo paese aveva ritrovato un pezzo della propria infanzia, un mondo che sentiva ormai scomparso ma al quale continuava a essere profondamente legato.

Guccini è stato uno di quegli artisti che hanno continuato a essere fedeli a quello che erano. Le sue canzoni raccontano persone, contraddizioni, illusioni, sconfitte. Dentro a queste canzoni Guccini riusciva a metterci anche un po’ di  Storia senza trasformarla in una lezione.

La locomotiva, uscita nel 1972 dentro l’Album Radici, è forse l’esempio più famoso. Una storia realmente accaduta, quella dell’anarchico Pietro Rigosi. Nella canzone la vicenda diventa una leggenda, quasi una favola sulla giustizia:

«E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano / Ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite / Sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite»

E poi c’è L’avvelenata, che è un’altra faccia di Guccini, diretta e sfrontata. Una canzone che nasce in  risposta alle critiche ricevute dal critico Riccardo Bertoncelli, che lo aveva considerato ormai un artista finito dopo la pubblicazione di un disco difficile come Stanze di vita quotidiana.
Con L’avvelenata Guccini risponde dopo qualche anno e sembra che voglia togliersi un peso:

«Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia / Io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi»

Eppure lo stesso autore con gli anni l’avrebbe guardata con una certa distanza, arrivando a considerare la canzone in parte superata e a eseguirla meno volentieri dal vivo.

Poi c’è Vedi cara.
Questa, invece, l’ho capita più tardi.

Forse le canzoni di Guccini funzionano proprio così. Le ascolti perché qualcuno prima di te le ascoltava. Ti abitui alle parole, alla sua voce, alle sue canzoni lunghe, a quei testi che sembrano chiederti più attenzione di quella che, da ragazzi, si è disposti a dare.

Poi arriva un momento in cui una canzone in qualche modo diventa tua.

Vedi cara la capisci solo se sei adolescente quando una storia finisce senza capire il perché. Guccini non ti risolve niente, ma dà un nome a quello che senti:

«Vedi cara, tutto quel che posso dire / È che cambio un po’ ogni giorno, è che sono differente»

E mentre oggi lo ricordiamo, mi viene da pensare ancora a quel CD in macchina con Guccini e tanti altri, di una generazione che non era la mia, ma che in qualche modo mi è stata consegnata.

Forse è questo il lascito più bello di Guccini: essere riuscito a passare da una generazione all’altra con quella coerenza che gli appartiene.

Le sue canzoni sono rimaste lì, ad aspettare. Quando le riascolti, ti accorgi che stavano parlando proprio a te.

Francesco Guccini

Bruno from Roma, Italia, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons

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