di Noemi Stucchi
Conoscete Dries Van Noten? Nelle ultime settimane se n’è parlato molto dopo l’uscita di “Il Diavolo veste Prada 2”, che abbiamo recensito qui. È sua, infatti, la giacca indossata da Meryl Streep in una delle scene più iconiche del film.
Definire Dries Van Noten semplicemente uno stilista sarebbe riduttivo. Fin dalle origini è uno degli Antwerp Six (i Sei di Anversa), il gruppo di designer del Belgio che, a partire dagli anni Ottanta, ha rivoluzionato il linguaggio della moda contemporanea.

Dries Van Noten, Portrait. Photo Credits: Camilla Glorioso
Insieme al compagno Patrick Vangheluwe, Dries Van Noten ha dato vita alla Fondazione Dries Van Noten, scegliendo come sede Palazzo Pisani Moretta, uno dei più straordinari palazzi affacciati sul Canal Grande. L’obiettivo dichiarato è creare un luogo in cui arte, moda, design e arti applicate possano incontrarsi senza confini.
Ad aprire il programma espositivo è The Only True Protest Is Beauty, mostra curata dallo stesso Dries Van Noten insieme a Geert Bruloot, figura storica della moda belga e sostenitore del lavoro degli Antwerp Six fin dai loro esordi. Più che una semplice esposizione inaugurale, è una dichiarazione d’intenti.

Ancor prima di entrare, è il titolo a catturare l’attenzione. The Only True Protest Is Beauty è una frase del cantautore e attivista americano Phil Ochs: “In such ugly times, the only true protest is beauty.” In un presente attraversato da conflitti e fratture sociali, quella frase smette di essere uno slogan e diventa una domanda: può davvero la bellezza rappresentare una forma di resistenza?
Il palazzo non è una cornice spettacolare dentro cui collocare opere; affreschi, stucchi, soffitti monumentali, i pavimenti si mescolano all’arte contemporanea. Passato e presente si osservano, si interrogano, si guardano continuamente. È un dialogo equilibrato fatto di rimandi e contrasti.

Palazzo Pisani Moretta. Photo: Camilla Glorioso
Si rimane colpiti anche dall’attenzione quasi ossessiva riservata a ogni dettaglio. Dalla brochure alle didascalie, molte delle quali accompagnate da brevi video che aiutano a comprendere il lavoro degli artisti; dall’accoglienza degli operatori museali, fino a quei particolari che probabilmente molti visitatori nemmeno noteranno. Il basamento di un manichino, ad esempio, riprende esattamente le venature del pavimento veneziano su cui è collocato, quasi a voler annullare il confine tra allestimento e architettura. Niente sembra lasciato al caso. È il tipo di cura che non cerca di farsi notare, ma che finisce inevitabilmente per raccontare la filosofia dell’intero progetto.
La mostra è dedicata a una “bellezza” che parla del saper fare: un elogio all’artigianalità. Moda, fotografia, gioielli, vetro, ceramica, arti applicate e scultura: tutto nasce da una ricerca, da una domanda, da un’urgenza.
Mentre attraversavo le sale mi è tornato in mente un passaggio del libro “A stile libero” di Uberta Zambelletti. Osare, sperimentare e cercare il proprio linguaggio estetico significa anche cercare di capire chi siamo. È una riflessione che riaffiora quasi naturalmente davanti a questa mostra. Perché qui la bellezza non è un rifugio dalla realtà. È uno strumento per interrogarla.
E allora viene spontaneo chiedersi cosa si stia davvero andando a visitare. Palazzo Pisani Moretta o la mostra? La risposta, probabilmente, è entrambe le cose e per assistere al dialogo che nasce tra questi due mondi. Le opere parlano tra loro e parlano con il palazzo. Rimandano continuamente a simboli, materiali, iconografie, accostano epoche lontanissime attraversando il tempo e lo spazio.

Photo Credits: Camilla Glorioso
Il percorso si sviluppa su tre livelli del palazzo e accompagna lentamente il visitatore in un cambio di atmosfera. Al piano terra è ancora la luce naturale a dominare gli ambienti. Appena entrati si viene accolti da un’opera quasi brutale e imponente come una colonna monumentale realizzata con materiali di recupero: The Blind Leading the Blind #48 di Peter Buggenhot (2012). In un’altra sala, un video dedicato a Christian Lacroix introduce uno dei riferimenti che riaffioreranno più volte durante la visita. È un omaggio allo stilista francese, celebre per avere riportato nell’alta moda degli anni Ottanta l’esuberanza di ricami, colori e richiami barocchi.

Peter Buggenhout The Blind Leading the Blind #48, 2012. Mixed media (cardboard, iron, polystyrene, polyurethane, textile, wood) covered with domestic dust. Courtesy of the artist and Axel Vervoordt Gallery. Photo: Matteo de Mayda
Salendo al piano nobile tutto cambia. La luce naturale scompare e le sale si immergono nell’oscurità. Le opere emergono da un’illuminazione calda, quasi dorata, che costruisce un percorso visivo fatto di apparizioni. Ritornano continuamente temi iconografici come la vanitas, il rapporto tra eros e thanatos, la luce e l’ombra. È un allestimento che mette in luce le opere dal buio come in un quadro di Caravaggio. (A proposito di Caravaggio, abbiamo recensito qui il libro di Francesca Cappelletti)
Ho rifatto il percorso due volte e sono convinta di non aver visto tutto. Ci sono opere nascoste nelle nicchie, dettagli e rimandi che si scoprono soltanto tornando sui propri passi.
Se dovessi parlare di tre opere, ecco cosa mi piacerebbe raccontare:
Kaori Kurihara, Pirouette Botanique (2025)
A un primo sguardo sembrano piccoli frutti esotici, piante grasse, organismi vegetali sconosciuti. Kurihara costruisce un immaginario botanico sospeso tra scultura e natura, popolato da forme succose, spinose, bitorzolute, irresistibilmente tattili. Commestibili? Forse. O forse velenose. Anche l’allestimento contribuisce a questa sensazione: le sculture sono adagiate su piccoli supporti che sembrano nascere direttamente dall’architettura della sala, riprendendone motivi decorativi e colori. Ancora una volta, nulla è lasciato al caso.

Kaori Kurihara Soleil de neige, 2024 Stoneware, underglaze decoration, glaze, gilding, silvering Courtesy of the artist. Photo: Matteo de Mayda
Rebecca Manson, Lantern Wings (2024)
Vedendola ho pensato subito all’associazione con il Padiglione Italia della Biennale di Venezia. Forse per quella stessa attenzione verso il microcosmo, alla terra cotta, alla materia che si annida come un’insieme di piccole conchiglie. L’enorme ala di farfalla è composta da oltre dodicimila minuscoli frammenti di porcellana. Da vicino si osserva la pazienza infinita del lavoro manuale. È un’opera che racconta insieme la fragilità della natura e la straordinaria forza della scultura e del gesto artigiano.
Joseph Azzamounov, L’Échiquier des Songes (2024)
A prima vista appare come un prezioso tavolo da gioco, quasi un reperto proveniente da una civiltà lontana. Oro, dettagli minuziosi, materiali raffinati gli conferiscono un’aura senza tempo. Solo osservando il video che accompagna l’opera si comprende che quella scacchiera prende vita grazie a un braccio robotico: i pezzi si muovono e si scontrano in una partita. È impossibile non pensare ai conflitti che attraversano il nostro presente, ma anche a tutte le guerre che la storia continua a riproporre sotto forme diverse. Tecnologia e memoria, passato e futuro convivono nello stesso oggetto. Il gioco diventa strategia. La strategia diventa guerra. E l’arte, ancora una volta, ci costringe a osservare ciò che spesso preferiremmo non vedere.

Joseph Arzoumanov, L’Échiquier des Songes, 2026. Gold, silver, precious and semi-precious stones, mother of pearl, gold and silk embroidery, Armenian volcanic stone, wood marquetry, calfskin parchment, Murano glass, bronze, steel, robotic components. Courtesy of the artist. Photo: Courtesy Fondazione Dries Van Noten
The Only True Protest Is Beauty
Fondazione Dries Van Noten
Palazzo Pisani Moretta, Venezia
Dal 25 aprile al 4 ottobre 2026
Orari di apertura
Mercoledì – Lunedì: 10.00 – 19.00 (ultimo ingresso alle 18.00)
Martedì: chiuso.
Per informazioni aggiornate, biglietti ed eventuali variazioni di orario è consigliabile consultare il sito ufficiale della Fondazione.
Si ringrazia:
Fondazione Dries Van Noten e GC Agency






