di Marta Dore
Il 25 settembre 2026 al Cinema Beltrade di Milano si è tenuta l’anteprima del film “Night Shift” diretto da Nicola Pietromarchi. Oltre al regista, erano presenti in sala anche il velista Ambrogio Beccaria (protagonista del film) e il produttore Tommaso Romanelli. Al termine della proiezione, il giornalista Michele Lupi ha moderato il dibattito con intervista agli ospiti.
Non sono una velista, lo ammetto. Sono andata in barca a vela una sola volta, da ragazza, e purtroppo non posso purtroppo dire di avere familiarità con questo modo di vivere il mare. Lo preciso perché Night Shift, il cortometraggio di Nicola Pietromarchi con il navigatore oceanico Ambrogio Beccaria, racconta un mondo che conosco pochissimo. Eppure è riuscito a farmi entrare, almeno per un momento, dentro la passione di chi ha scelto di attraversare gli oceani.

La storia comincia lontano dall’acqua. Siamo a Lorient, nell’inverno del 2025, e la barca Allagrande Mapei è ferma in un cantiere. Si lavora per renderla più leggera, modificarla, prepararla alle prossime sfide. Beccaria segue ogni dettaglio. Poi succede qualcosa: la barca prende la parola. Interroga il suo skipper, gli chiede di ricordare, lo accompagna verso le origini del suo amore per il mare. Un espediente che potrebbe sembrare un po’ azzardato, ma che dà al racconto una dimensione intima: quella barca è una compagna alla quale affidare la propria vita.
Alle spalle ci sono un incidente e una stagione interrotta; davanti, il progetto di un giro del mondo in solitario e senza scali. In mezzo, il lavoro necessario per ripartire. E la fragilità di chi sa che prepararsi benissimo, ricorrendo a tecnologia sofisticate, non significa mettersi al riparo da tutto.

Le riprese sono molto belle. C’è una cura delle immagini che rende affascinante anche il cantiere, uno spazio che difficilmente assocerei all’avventura. Lo scafo, le mani che lavorano, la materia di cui è fatta la barca acquistano una presenza quasi fisica. Il film trova bellezza nell’attesa, in quel tempo sospeso in cui il viaggio e la sfida devono ancora cominciare.
Una perplessità, però, mi resta. Questo andare in barca a vela è fatto di tecnologia, materiali sofisticati, precisione, ricerca della prestazione. Del resto siamo in un ambito agonistico: sarebbe ingenuo aspettarsi soltanto vento fra i capelli e contemplazione dell’orizzonte. Il contatto con la natura però dov’è, mi chiedo? Quanto spazio rimane per ascoltare il mare, oltre che per studiarlo e affrontarlo? Ma qui quello che conta, mi sembra, è la sfida: con la potenza degli oceani, con la tecnica e la tecnologia. E con se stessi, da soli e lontani da tutto.
Night Shift mi convince soprattutto quando lascia emergere l’uomo dentro il progetto sportivo. Il desiderio di tornare, il bisogno di fidarsi, la paura che convive con la passione. Mi ha fatto capire qualcosa di chi, dopo un incidente e mesi in un cantiere, continua a pensare che il proprio posto comunque sia là fuori, sotto il cielo, ossessionato dalla speranza di arrivare al traguardo sano e salvo. E vincitore.








