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I corti della Biennale – Storie di muri

di Francesca Bianchessi

Il Festival del Cinema di Venezia (leggi di più qui) è ormai concluso con i suoi sorprendenti protagonisti e i suoi ritorni in grande stile. Noi qui però non parliamo delle grosse produzioni e dei lungometraggi tanto osannati (o criticati), oggi parliamo di quella categoria che spesso viene tralasciata o poco considerata: quella dei cortometraggi.

Purtroppo i corti vengono un po’ mangiati da film lunghi, che spesso hanno star di calibro e storie corpose. D’altronde in pochi uscirebbero di casa per vedere un solo corto, anche se d’autore o magari targato Pixar, eppure nel tempo questa modalità di racconto si è ritagliata il proprio spazio. I già citati Pixar, che vediamo prima dei film, oppure serie tv che hanno fatto dei loro episodi autoconclusivi una vera forza (Ad esempio Black mirror o Love, death&robots). Certo non mancano le difficoltà di uno stile narrativo così concentrato. Come nei racconti brevi, non ci si può permettere cali: il tempo è troppo poco. Mentre nei lungometraggi ci sono momenti allegri, momenti tristi, d’azione o (perché no?) noiosi, il corto questo non se lo può permettere. Sulla breve distanza lo spettatore dev’essere convinto subito. E i corti di Venezia? Beh, loro vengono da diversi paesi del mondo e sono uniti solo dal Festival eppure qualche tema comune c’è e, prima di parlare delle singole opere, vediamo un po’ queste tematiche comuni.

Techno, mama

C’è tanta intimità in questi corti, intimità che forse non sarebbe emersa prima. In questo anno ci siamo ritrovati a fare i conti con noi stessi e le cose che ci circondano e questo ritorna in molte di queste piccole opere. Nelle relazioni, nelle situazioni, la pandemia non c’è ma fa sentire la sua spinta rivelando tante fragilità. In questo i protagonisti li ritroviamo spesso soli, in lotta, in procinto di scappare o di chiudersi al mondo. In questo campionario di relazioni umane i veri protagonisti sembrano essere i muri che si instaurano tre le persone.

Dei 13 cortometraggi (in realtà 14, ma Sad story non mi è stato possibile vederlo per motivi a me ignoti), quelli secondo me più convincenti, quindi non necessariamente i più belli, sono stati Techno, mama, per la regia di Saulius Baradinskas, The shift (il turno) di Chiara MarottaLoris Giuseppe Nesee , The fall of the ibis king corto animato di Josh O’Caoimh, Mikai Geronimo.

Nel film di Baradinskas il protagonista è il giovane Nikita che sogna Berlino e la musica tecnho, ma la madre ha aspettative diverse: con lui e i suoi fratelli è dura e a tratti ostile, addirittura soffocante e non vuole lasciarlo partire.
Quello che colpisce qui è il ritmo e, soprattutto, l’uso dei colori. In questo mondo blu grigio dove lui e la madre lavorano facendo le pulizie, Nikita indossa il rosso più acceso che possiate immaginare. Anche la sua stanza è dominata da questa tinta e i fratelli, fin quando hanno volontà di ribellione verso questa calma blu apparente e soffocante, vestono anche loro di rosso. Rossa è anche la stanza dove lui e un altro ragazzo ballano e ascoltano la loro musica preferita, tra i due sembra esserci un’attrazione latente che non gli è possibile vivere. Quest’uso dell’abbigliamento, permette ad un corto di appena 18 min. di restituirci personaggi a tutto tondo dei quali intravediamo tutto il percorso: a voi scoprire che strada sceglierà Nikita.

Ne Il turno troviamo un sacco di silenzio. Un’anziana allettata che non riesce più a parlare e due badanti, una italiana una di origine africana. Le due più che incontrarsi si scontrano, per quei pochi secondi in cui si scambiano il turno, la prima appare poco interessata alla cura dell’anziana e spesso aggredisce (a parole) la seconda accusandola di fare un pessimo lavoro. La seconda d’altronde fa del suo meglio e, per entrambe, l’unica finestra sul loro mondo per cui sacrificano quel tempo vuoto rimane, ovviamente, il telefonino.

 

 

Infine The fall of the ibis king è una danza elegante di colori. Un teatro dove lo spettacolo è solo la punta della vera storia che si svolge dietro le quinte. Una storia di gelosia e relazioni impossibili da cui solo un atto (teatrale e non) estremo può far uscire i nostri protagonisti.

The fall of the ibis king

Notevole è anche Hairtie, egg, homework books di Luo Runxiao. Una bambina brava e diligente, sogno di ogni famiglia a modo, a casa vive gli abusi che il padre perpetra sulla madre. La forza della storia sta nello scoprire che anche un suo compagno viene maltrattato dal padre, nelle reazioni diverse dei due bambini e nella risposta scomposta del mondo adulto a questi pestaggi.

Hairtie, egg, homework books

Una menzione onorevole vorrei darla a Sandstorm di Seemab Gul. Un’adolescente pakistana, Zara, ha un contatto con un uomo via smartphone, uomo che non ha mai incontrato di persona. Tramite video è più facile essere liberi, ma c’è un muro potente tra quella volontà e il mondo reale, senza filtri, dove tra le persone occorre aver fiducia. Contraddizione che emerge quando Zara dovrà incontrare l’uomo di persona.

Sandstorm

Insomma questi corti del 78° Festival del Cinema di Venezia sono “Intimità per tutti i gusti”, le contraddizioni e le solitudini che vedrete sono tante da poterne ricavare ognuno le proprie, e in fondo riconoscerci nelle storie ci permette di trarre numerosi spunti per trovare il bandolo della matassa della nostra propria storia.

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