di Miki Solbiati e Noemi Stucchi
Volete vedere Miranda Priestly su un volo in classe economy? O mentre si appende il cappotto da sola, senza lanciarlo addosso agli stagisti? I tempi sono cambiati, pare addirittura che qualcuno si sia lamentato alle risorse umane. Scusate se anticipo qualcosa, ma dovevo proprio dirlo.
A vent’anni dal primo capitolo, Il Diavolo veste Prada 2 ci trascina ancora una volta dietro le quinte di quello che all’apparenza è il lavoro dei sogni, rivelandone invece ritmi frenetici, sacrifici e dinamiche spietate.
Torniamo nella redazione di Runway, l’influente rivista di moda guidata da Meryl Streep nei panni dell’iconica Miranda Priestly. Il primo film aveva avuto un impatto mediatico enorme con una narrazione allora innovativa perchè mostrava senza filtri luci e ombre di ciò che si è disposti a sacrificare pur di fare carriera.
Meryl Streep aveva un obiettivo preciso: raccontare cosa significa essere una donna di potere, come viene percepita e trattata, dando forma a un personaggio che nasce proprio dalla sua interpretazione. Le sue battute restano iconiche, “that’s all” , cioè “è tutto” diceva nel primo film per chiudere le sue affermazioni lapidarie sminuendo l’interlocutore. Miranda è una figura complessa, da cui si può subire e imparare.
É per questo che nel primo film abbiamo visto una giovane Anne Hathaway nel ruolo di Andy alle prese con ritmi massacranti e richieste spesso umilianti da parte della sua capa. Un percorso duro, fatto di compromessi e crescita, in cui il rapporto con Miranda si trasformava progressivamente in un legame mentore-allieva. Fino alla scelta finale: quella di allontanarsi da quel mondo, dopo averne compreso fino in fondo le regole e il prezzo da pagare.
Il sequel rinuncia all’effetto sorpresa e guarda al presente, evitando l’effetto nostalgico. La carta stampata lascia spazio ai click, sempre più vicino all’articolo da tabloid. La tematica racconta con lucidità questo cambiamento del settore editoriale.
Il film riunisce il cast originale. Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, insieme al regista David Frankel e alla sceneggiatrice Aline Brosh McKenna. Un ritorno compatto che permette di raccontare non solo cosa è successo ai personaggi, ma anche mostrare i cambiamenti di Runway e della sua redazione al completo, compresa di nuovi stagisti.
In questo secondo film Anne Hathaway rappresenta un’idea di giornalismo rigoroso e autentico. Andy torna al fianco di Miranda per salvare la reputazione di Runway, anche se la soggezione nei confronti della sua ex capa non può scomparire. Hathaway è sorprendentemente identica a come la ricordavamo: più elegante, più sicura, ma con le stesse sopracciglia di allora (riprendendo la battuta del film). Diventa un ponte tra generazioni, dialogando con giovani stagisti molto più consapevoli rispetto al ruolo che lei stessa aveva ricoperto in passato.
Emily Blunt torna invece nei panni di Emily, più tagliente che mai. Apparentemente superficiale e spietata, incarna il compromesso necessario per “arrivare” e costruirsi una carriera. Eppure, sotto quella corazza, si intravede ancora una dimensione affettuosa.
Tra i personaggi, spicca su tutti Stanley Tucci. Il suo Nigel è il vero cuore del film: una presenza silenziosa e fondamentale, simbolo di dedizione, integrità e amore per il proprio lavoro, lontano dai riflettori ma essenziale per far funzionare tutto. I dialoghi sono brillanti, ma quando parla lui raggiungono un livello superiore: ogni battuta è intensa, capace di colpire e commuovere.
Nel cast si aggiungono nuovi volti, tra cui Simone Ashley, già nota per Bridgerton, e B. J. Novak, familiare al pubblico di The Office.
Inutile dirlo: in questi giorni sono comparsi ovunque articoli e post che mettono a confronto le foto del primo film con quelle di oggi. Sono passati vent’anni, eppure il cast è rimasto intatto e gli attori e le attrici sono uguali da allora. Il tempo trascorso sembra aver aggiunto solo esperienza e presenza scenica.
Perché vedere il secondo film? Al di là della trama e dei dialoghi, è soprattutto un’esperienza visiva. È uno di quei film che meritano di essere visti al cinema. Abiti, luci, colori e scenografie: sembra di essere i protagonisti di una rivista patinata come lo è Runway.
Le location sono parte fondamentale del racconto. Si parte da New York City, con i suoi ritmi frenetici e le redazioni eleganti, per poi spostarsi negli Hamptons, tra ville spettacolari immerse nel verde, con giardini curatissimi e pergole in glicine: ambienti sospesi ed eterei, quasi irreali.
Poi c’è Milano, protagonista assoluta. Milano viene raccontata come capitale indiscussa della moda. Se nel primo film spiccava la presenza di Valentino Garavani, qui il parterre si allarga: da Donatella Versace (presente anche in un cameo) a Dolce & Gabbana fino a Brunello Cucinelli. Le grandi maison diventano parte integrante della narrazione, in una vera celebrazione del fashion system contemporaneo: ogni scena sembra una sfilata, ogni outfit è pensato per lasciare il segno.
Tra le location milanesi si riconoscono alcuni luoghi iconici, come il raffinato ristorante Giacomo Milano e il celebre Hotel Parigi, dove viene mostrata la lussuosa suite di Miranda: ambienti sontuosi, fatti di marmi, tessuti preziosi e luci soffuse.
Indimenticabile è Brera, cuore artistico della città, dove si svolge una delle scene più spettacolari con Lady Gaga. Nel cortile dell’Accademia troneggia la statua di Napoleone come Marte pacificatore, realizzata da Antonio Canova: ed è proprio lì, su una passerella rossa allestita per l’occasione, che prende vita un momento visivamente potentissimo con la voce di Lady Gaga.
Vale la pena vederlo? Assolutamente sì.
Per gli attori, per gli outfit, per l’estetica impeccabile. Ma soprattutto per lei: Meryl Streep, che ancora una volta dimostra come un personaggio possa diventare eterno.







