miart 2019

10 Aprile 2019
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di Erika Lacava

24esima edizione della fiera milanese, diretta, in continuità con gli scorsi anni, da Alessandro Rabottini. Tassello fondamentale nel mercato italiano e internazionale, come sempre il miart fa parlare di sé dividendo il pubblico tra i suoi massimi estimatori e i grandi delusi dall’arte contemporanea tutta. Nel mare magnum dei plausi e degli asti nel giudizio, un altro piccolo contributo che cerca di essere il più oggettivo possibile, ma con la consapevolezza che ogni punto di vista è sempre parziale e racconta più sul narratore che sull’oggetto della narrazione.

I lavori di Lucia Tallová per Soda Gallery (Bratislava) aprono spazi di profondità diverse con pagine di libri arrotolate come pergamene o srotolate come fiumi in piena, accanto ai tasselli di lettere di Jaro Varga. Installazione discreta e quasi eterea a confronto con il forte impatto visivo dello stand che Sara Zanin (Roma) dedica al russo Evgeny Antufiev ricoprendolo interamente con scotch da pacco e facendone teatro per le sue figure primitivo-ancestrali, in dialogo ideale con le maschere di Pascale Marthine Tayou della vicina Galleria Continua (San Gimignano, Beijing, Les Moulins, Habana). Come sempre da Continua Loris Cecchini con le sue diramazioni cellulari, a cui si aggiunge una nuova ricerca estroflessa sul piccolo formato e gli allumini incisi e grattati del giovane duo Ornaghi & Prestinari, accanto alle sculture delle veneri contemporanee e ai memento mori del belga Hans Op De Beeck. Meritano un cenno anche le piccole stelle di Kiki Smith e i nuovi specchi di Pistoletto che, “riflettendo” sulla società contemporanea, inglobano soggetti di origine asiatica. Proposti anche da Cardi, Milano, con rimandi dai lati opposti dello stand, sono costeggiati da un’intera parete di piccoli sipari fotografici di Wolf Vostell.

Rizzuto Gallery (Palermo) pone le stalagmiti di marmo di Jachym Fleig sui fondali simil-pietra degli oli di Giuseppe Adamo, ricreando un ambiente di terra in cui le opere si sposano perfettamente. La greca Kalfayan Galleries punta tutto su una grande carta di disegni cesellati di Antonis Donef, mentre Kaufmann Repetto (Milano) sui vetri rotti dei bicchieri da tè della marocchima Latifa Echakhch. Hauser & Wirth (St. Moritz e Zurigo) dedica l’intero stand a Paul McCarthy con le sue gigantografie pop in stampa cibachrome accanto a manichini a dimensione naturale. Formalmente coerente lo spazio di Loom Gallery (Milano) tra sculture di Pierre-Etielle Morelle, Paul Gees, Marco Andrea Magni e le linee minimal della signora dell’arte Annamaria Gelmi. Studio Guenzani (Milano) allestisce accanto ad Arienti mensole dedicate ai cataloghi storici di mostre, tra cui spiccano Penone, Ontani, Arnulf Rainer, Donald Judd e un manifesto di Kounellis alla Galleria L’Attico di Roma nel 1967. Otto Zoo (Milano) ospita il visitatore sotto un cielo stellato nell’installazione on demand di Serena Vestrucci, mentre Canepaneri (Milano) fa pendere le catene inanellate di oggetti industriali dell’inglese Roger Hiorns.

Oltre a scoprire le novità del mercato, il miart offre conferme sulla sua stabilità nella sezione Established: da Tornabuoni appagano l’occhio Renato Mambor, Isgrò, Fontana, Burri, Boetti, oltre a due piccoli disegni di Picasso e al meraviglioso schizzo preparatorio di Christo. Bellissimi anche i Christo di Tega (Milano), da cui troviamo anche Adami, Turcato, Melotti, mentre Nelio Solego, Mario Nigro e Pino Pinelli sono da Invernizzi, Milano. Da Prometeo Gallery (Milano) si ammirano le foto dense di fuliggine di Santiago Sierra mentre le grandi donne della performing art, Abramović e Beecroft, sono da Lia Rumma, Milano e Napoli. Degne di nota anche le 144 pagine di taccuino di Irma Blank per P420, Bologna, e il blu oltremare di Anselmo dipinto direttamente sulla parete dello stand di Tucci Russo, Torre Pellice (TO), accanto ai Penone e a Tony Cragg.
Osa scelte diverse Montrasio Arte, Milano e Monza, con le sculture geometriche di Carlo Dell’Amico accanto ai delicati monocromi di Angelo Savelli e ai grossi nomi di Bepi Romagnoni e Sol Lewitt. Galleria Cortesi (Lugano, Londra e Milano) cerca varchi di mercato alternativi puntando con determinazione sul gruppo Zero e sulle tendenze ottico-cinetiche di Heinz Mack, Nigro e l’interessantissimo Gianfranco Pardi. Mimmo Scognamiglio propone e vince tra gli stand più fotografati con gli animali avvolti nei centrini di Joana Vasconcelos e un paio di pezzi dell’inconfondibile Chiharu Shiota. Kitsch la scelta di De Carlo (Milano), con i panda abbracciati su carta dorata di Rob Pruitt in uno stand da paradiso delle delizie con mandarini cinesi e sedie color oro.
Casoli De Luca (Roma) strizza l’occhio all’imminente salone del mobile con i piccoli tavolini di FuturBalla in edizione limitata 80 pezzi, mentre in un altro stand omaggia Mario Merz di un igloo in pietra e un grande disegno su carta. Come sempre la sezione Object fa da trait d’union tra l’art week e la design week milanese: qui troviamo Elisabetta Cipriani con anelli e collane firmate dai maestri dell’arte povera Castellani, Penone, Pascali, Kounellis oltre alla più giovane Sissi e ai big Ai Weiwei, Shiota e Zaha Hadid.

Per Generations, due gallerie che pongono a confronto artisti di generazioni differenti, si notano le esili figure di Alice Cattaneo (1976) per MLF, Bruxelles, come piccole estroflessioni in sintonia cromatica con i dipinti di Katsumi Nakai (1927-2013) per Ronchini, Londra (in foto di copertina). Sempre in Generations si distinguono le fotografie di Birgit Jürgenssen per Hubert Winter (Vienna) accanto a quelle fortemente stilizzate di Tina Lechner. Per la sezione Decades colpiscono invece le gigantografie di teste di spalle di Jon Thompson per gli anni ’90 dalla Anthony Reynolds Gallery, Londra, oltre alle foto della performer e poetessa ungherese Katalin Ladik per abc Gallery per gli anni ’80. Duilio Cambellotti con le sue influenze simboliste si trova in buona compagnia negli anni ’20 per lo stand di Russo (Roma) tra Wildt, Severini e Medardo Rosso, mentre Maria Lai rappresenta gli anni ’60 per M77 (Milano) con disegni a matita, cornici di piume e lavori di paglia e legno.
Batte senza gara negli stand degli emergenti la Galleria Una di Piacenza, che si distingue per il maturo solo show minimale del greco Vasilis Pageorgiou.
Infine, un capolavoro su tutti lo troviamo fuori dal miart: quello sui caselli daziali di Porta Venezia commissionato dalla Fondazione Trussardi a Ibrahim Mahama, che già si era fatto notare sui muri dell’Arsenale alla Biennale di Venezia due edizioni fa, in un’installazione perennemente senza tempo.

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