Intervista alla scenografa Margherita Palli

7 Aprile 2019
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di Carlo Schiavoni e Carlo Golinelli

In questo momento della nostra storia i social network sono diventati parte integrante e quasi fondamentale (almeno crediamo sia così) della vita di tutti noi e in qualche modo mostrano come ci vogliamo presentare agli occhi delle altre persone.
Quando scorriamo, per esempio, la pagina Instagram della scenografa Margherita Palli possiamo trovarla assieme a un suo gatto, o in un simpatico selfie dove fa capolino dalla base dell’immagine, e se siete fortunati potreste trovarla in una foto assieme al Gabibbo.
Tutto questo è un grande segno di energia ed entusiasmo giocoso che la scenografa mostra attraverso i social e soprattutto nel suo lavoro dove i suoi allestimenti sono pieni di un gusto raffinato e sguardo visionario.
Margherita Palli si è confermata come uno dei personaggi principali nel panorama della scenografia italiana e del mondo, vantando anni di collaborazione con i più grandi registi italiani e non tra i quali: Luca Ronconi, Mario Martone, Aleksandr Sokurov e molti altri. Contano inoltre le innumerevoli scenografie di opere per il Teatro alla Scala di Milano tra cui l’inaugurazione della stagione 2017/2018 con “Andrea Chenièr” di Umberto Giordano e la più recente “Chovanchina” di Modest Musorgskij diretta da Valery Gergiev. Insegna inoltre scenografia alla Naba di Milano.
Abbiamo la fortuna di poterle fare qualche domanda:

Volevamo cominciare facendole una domanda innanzitutto sulla nuova mostra di Palazzo Reale “Il meraviglioso mondo della natura” di cui lei ha curato l’allestimento, ci vuole parlare di questo importante suo lavoro?

Per questa mostra mi hanno chiamato Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa chiedendomi di occuparmi delle scenografie e ho trovato subito il tema molto intrigante e interessante. Assieme alla mia assistente Alice De Bortoli e a Pasquale Mari, che si occupa delle luci, siamo riusciti a ricostruire la Sala del Grechetto di Palazzo Verri seguendo le indicazioni del catasto, dei dati scritti; da quadri. Il nostro lavoro è stato quindi quello di ricostruire lo spazio unendo testimonianze diverse. Abbiamo lavorato anche con un pittore-scenografo bravissimo che si chiama Rinaldo Rinaldi e lavora a Modena e abbiamo ricostruito la stanza come ci immaginiamo fosse all’epoca, cercando di fare in modo che gli stessi effetti di luce che sono utilizzati all’interno dei quadri venissero ripresi nella stanza. La stanza poi comunica con un’altra ricostruzione dove abbiamo invece creato una scenografia con 160 animali imbalsamati e impagliati , collaborando con il Museo di Storia Naturale di Milano e con le sue collezioni . Gli animali sono disposti per creare l’illusione come se fossero scappati dal quadro, si può dire come in “Una notte al museo”!. Da una collezione di mio marito Italo Rota di animali tedeschi in miniatura abbiamo creato un panorama ad altezza bambino con gli animali che entrano nel quadro.
E’ stata un’importante collaborazione sia con i curatori ma anche tra i musei milanesi che hanno a loro modo collaborato per la costruzione di questa mostra: la Pinacoteca Ambrosiana ha dato il Caravaggio, la Sormani ha dato le tele, il Museo di Storia Naturale ha fatto un grosso lavoro per ritrovare gli animali che vengono rappresentati… un’altra volta hanno dichiarato come Milano è una città moderna dove ci può essere questa grande sinergia tra i poli culturali milanesi. E’ una mostra sofisticata, però credo possa essere divertente ed ha diversi piani di lettura. E’ visitabile sino al 14 Luglio.

Sala dalla mostra: “Il meraviglioso mondo della natura” (foto di Margherita Palli)

Dal 1984 inizia la sua lunga collaborazione con Luca Ronconi, che tra l’altro lei ha definito con l’espressione “la mente di cui sono il braccio”, cosa ci può dire di questo vostro rapporto e in quale modo questo la ha influenzata dal punto di vista artistico? Ha qualche aneddoto particolare?

All’inizio della mia carriera ho intrapreso i percorsi più disparati poi sono ritornata al teatro nell’82 dove ho fatto l’assistente in teatro. Successivamente Ronconi mi ha chiesto subito di collaborare per un lavoro.
Non so credo che un suo aspetto che apprezzavo molto era che non parlava molto e credo ci accomunasse una certa tenacia e passione nel lavorare e forse da parte sua un entusiasmo fanciullesco che lui portava nel lavoro. Provava una gioia infantile nel finire i lavori e ad iniziarne di nuovi. Credo di avere imparato da lui la serietà di un lavoro, il rigore di un lavoro e la consapevolezza che ogni produzione di un testo teatrale o di un opera è comunque un lavoro corale che coinvolge non solo te ma tante altre persone. Per esempio nella Chovanscina ci saranno stati fra macchinisti, attrezzisti, figuranti ,coristi, cantanti, orchestra , regista , light designer, costumista, assistenti e direttore d’orchestra; non so quante persone ma più di 300 , tanta gente. Questo è probabilmente l’insegnamento più grande che ho ricevuto.

Dal ’91 insegna alla NABA di Milano. Quali sono secondo lei le parti più interessanti dell’insegnamento?

Alla NABA sono arrivata un po’ per caso nel senso che Tito Varisco, il fondatore della Naba e al tempo anche il mio insegnante in accademia è andato in pensione, Gianni Colombo allora direttore della NABA mi ha proposto la cattedra, l’ho fatto diciamo un po’ inconsciamente l’ho fatto così insomma, per mettermi alla prova, non pensavo comunque di rimanerci fino ad oggi e di appassionarmi. Non so credo che una delle cose che mi diverte di più dell’insegnare è crescere dei ragazzi , insegnare un mestiere ma anche aiutarli a scoprire dentro di loro delle cose . Alcuni inizialmente si iscrivono perché vogliono fare scenografia e finiscono a fare le sfilate di moda piuttosto che si iscrivono per fare l’underground e finiscono alla Scala a fare l’opera classica. E un’altra grande soddisfazione che ho è quando giro nei teatri italiani e anche stranieri e ritrovo tantissimi miei ex studenti che stanno lavorando li.

Ritratto di Margherita Palli (foto di Francesco Maria Colombo)

A proposito di teatro, volevamo chiederle, come è nato il rapporto artistico che oggi la lega a Mario Martone?

Di Martone io conoscevo già il suo lavoro e lui penso conoscesse il mio; tanti anni fa, Claudia Di Giacomo la mia agente mi aveva chiesto se fossi interessata a fare uno spettacolo al National Theater di Tokyo e li è stato il nostro primo incontro ed è nata una collaborazione che spero continui nel tempo e che ha prodotto diversi lavori tra cui l’ultimo è la Chovanscina alla Scala.

Ultima sua fatica, tutt’ora in scena alla Scala, è “Chovanscina”: cosa vi ha ispirato nel mettere in scena questo affresco della Russia del XVII secolo? Mario Martone scrive di avere provato a “immaginare l’opera come se si svolgesse in un tempo futuro”.

Martone mi ha detto che con la Chovanscina di Mussorgsky voleva rappresentare un futuro distopico, mi ha mostrato delle immagini, io mi ricordavo di certi quadri russi e da quelli abbiamo lavorato e abbiamo costruito una scenografia post-apocalittica con influenze da Chernobyl ma anche da Bladerunner passando per Aleksandr Deyneka. Il mondo che viene rappresentato è distopico ma prende immagini e oggetti dalla realtà e questi vengono messi in scena. Abbiamo ragionato anche sulla neve che appare nella scena, lavorando sull’immaginario, questa neve simboleggia il freddo russo ma anche la neve del post disastro nucleare . Inoltre assieme ad una ditta specializzata siamo riusciti ad elaborare, secondo le indicazioni di Martone, una grande luna che viene proiettata sulla parete della scena, e che si trasforma in sole lucente e fuoco della pira del finale.

Scena dal secondo atto di Chovanchina (foto di Marco Brescia e Rudy Amisano)

Nella rappresentazione de “La Cena delle Beffe” di Umberto Giordano in cui ha lavorato assieme a Mario Martone è inevitabile notare un forte sguardo “cinematografico” sulla scena e una chiara citazione ai Gangster movies degli anni ’30, il cinema è un medium che apprezza? In quale modo il cinema influenza il suo lavoro?

Un aspetto divertente di Martone è che è un uomo molto colto e che trasporta nel teatro aspetti visivi cinematografici e viceversa. Riesce sempre a portare modelli cinematografici a teatro magari cambiando il momento storico in cui la vicenda viene rappresentata ma sempre rispettando l’aspetto musicale… come ne “La Cena Delle Beffe” che è una storia pensata originariamente nella corte dei Medici, Martone è riuscito a trasportare la scena in una New York di inizio secolo, la New York mafiosa del Padrino. Al posto dei gregari ha messo dei picciotti che cercavano di organizzare una festa, quindi in qualche modo tornava tutto. Abbiamo fatto un grosso lavoro con la direzione tecnica e L’ing Malgrande ha risolto dei problemi ; i tecnici della Scala hanno costruito una grande struttura alta 9,00 metri , divisa in tre piani . Al piano piu basso la cantina , al piano terra il ristorante e al piano di sopra c’erano le camere come quelle pensioni di vari film di Hitchcock.
La macchina che i picciotti utilizzavano era una macchina simile a quella di Al Capone che avevamo noleggiato, l’insegna del locale/hotel, sono tutti oggetti che abbiamo preso dall’immaginario dei gangster movies americani portandoli in teatro.

In quale modo il balletto e in modo particolare “Lo schiaccianoci” che abbiamo visto da lei rappresentato sempre alla Scala differisce nella preparazione del palcoscenico rispetto ad una produzione operistica?

Si può dire che quest’anno è stato il mio anno russo! Il Sovraintendente mi aveva chiamato mentre ero a Berlino con Martone per il Falstaff e mi aveva chiesto se volessi fare scene e costumi del balletto dello Schiaccianoci di Tchaikovsky con la coreografia di Balanchine. Incautamente ho detto di si non so perché, era la prima volta che facevo un balletto classico con una scena non dipinta e con una coreografia precisissima di un coreografo morto tanti anni fa e debuttavo con 160 costumi da balletto, molto più difficili da costruire tecnicamente dei costumi per attori e cantanti.. Assieme alle mie assistenti Sasha Nicolajeva , Valentina Dellavia e Eleonora Peronetti abbiamo iniziato a studiare questo balletto . Per la scenografie abbiamo abbiamo preso ispirazione da varie cose : i quadri di Parrish, una villa americana “Drayton Hall” con uno stile pieno di influenze europee, le vetrine di Marchesi in Galleria Vittorio Emanuele, i dolci francesi, abbiamo fatto un mix dell’Europa e del gusto europeo, tutto questo mantenendo le rigide indicazioni degli americani . Prendendo ispirazione da una intervista che avevo letto fatta a Balanchine dove raccontava del suo Natale che aveva passato da bambino quando viveva ancora in Russia e gli alberi di Natale si decoravano con dolciumi e cartoline ritagliate , abbiamo deciso di mettere le stesse decorazioni inventate sull albero di albero. La parte più impegnativa di questo lavoro è stato convincere l’organizzazione americana che detiene i diritti della coreografia di Balanchine ad approvare tutte le nostre scelte scenografiche , tutto era sottoposto alla loro approvazione.
Ecco in questo caso la neve che abbiamo utilizzato nelle varie scene non è più la neve post-apocalittica della Chovanscina ma la neve della favola. Abbiamo fatto un grosso lavoro di ricerca per capire la neve che poteva avere l’effetto migliore in scena anche cercando di capire quale neve viene utilizzata nello Slava’s snowshow. Insomma è stato un grosso lavoro ma è stato molto divertente.

Ci può anticipare quali sono i suoi prossimi progetti teatrali?

In questo momento sto lavorando ad un progetto a Torino assieme alla regia di Valter Malosti per ricordare Primo Levi nei 100 anni della sua morte. Il lavoro è tratto da “Se questo è un uomo”. Devo dire che è stato un lavoro intrigante ma anche molto impegnativo mentalmente anche perchè le tragedie e le vicende che vengono raccontate sono ancora molto vicine a noi. Se poi si pensa anche al razzismo che in questo periodo viene fuori da tutte le parti ti fa proprio paura, spero comunque racconti una vicenda con un valore universale.

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