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Davide Steccanella Evitando le buche più dure

Davide Steccanella “Evitando le buche più dure”

28 Gennaio 2026
740 Views
di Noemi Stucchi

“Sì, viaggiare evitando le buche più dure”, cantava Lucio Battisti. Questa suggestione viene ripresa nel titolo del libro “Evitando le buche più dure. Storie di un noto avvocato in giro per il mondo” di Davide Steccanella (Ghibli, 2026).
Non è un manuale su dove andare, ma è un racconto diaristico e consiglia come viaggiare con spirito e capacità di adattamento.
Se volessimo continuare a interpretare la canzone di Battisti, Davide Steccanella è proprio “quel gran genio del mio amico che saprebbe cosa fare” perché ha in mano un cacciavite che ha costruito nell’arco di una vita costellata di viaggi, osservazioni e letture. Dalla sua esperienza, di pagina in pagina riesce a mette nelle mani del lettore una solida cassetta degli attrezzi.

Conviene essere preparati a tutto, perchè: «Sono spesso gli inconvenienti a rendere magico un viaggio, perché gli aneddoti ti resteranno impressi per sempre, le incazzature diventeranno ricordi su cui ridere, le sfighe dei miracoli»  (p. 25).

Uno degli aspetti più riusciti del libro è l’inquadramento storico e culturale di ogni luogo visitato. Breve, essenziale, mai pedante. È evidente che l’autore legge molto e che la preparazione è parte integrante del viaggio, perché viaggiare è anche un’esperienza interiore: «Non viaggio mai senza qualcosa da leggere, perché altrimenti alla sera non mi addormento, e inoltre mi piace abbinare ad ogni nuovo posto che vedo la compagnia di un libro» (p. 25).

Pagina dopo pagina emergono piccole “chicche” disseminate con naturalezza. A Cuba, ad esempio, ritroviamo: «Chi non ha visto Cuba non ha visto una delle più belle terre del mondo, e forse è proprio questa la ragione per cui l’isola è riuscita a sopravvivere anche al suo grande sogno infranto» (p. 99).

L’America occupa uno spazio centrale nel libro. Davide Steccanella conosce profondamente Manhattan, New York, Las Vegas, Los Angeles, e le osserva con lo sguardo di un italiano che sa riconoscere tanto gli stereotipi quanto le autentiche meraviglie.
A Manhattan, ad esempio, consiglia: «Per non sentirsi schiacciati a Manhattan devi risalire, sui suoi grattacieli e guardarti intorno» (p. 70). Davanti allo skyline illuminato: «non ci sarà uno che è uno, neppure tra i più ‘scafati’, che alla vista di quello spettacolo di luci (…) non rimanga almeno per un attimo allibito con la faccia del bambino che per la prima volta vede l’albero di Natale acceso» (p. 70). Scendendo di nuovo in strada, «ti pare che ti manchi il respiro perché i palazzi intorno a te diventano sempre più grandi ed incombenti e tu sempre più piccolo» (p. 72).

Il ponte di Brooklyn diventa invece metafora del sogno americano: «Un ponte si chiama Brooklyn e l’altro quasi parallelo Manhattan, a dare il senso della vita e della fortuna, gente che avanza e gente che retrocede» (p. 76).

Nel capitolo settimo, “Il bagaglio deve essere comodo” (p. 81), si entra nel vivo dei consigli pratici: viaggiare leggeri, scegliere uno zaino invece del trolley, indossare scarpe adatte, ridurre l’abbigliamento all’essenziale. La praticità è una forma di libertà, così come lo è lo spirito di adattamento: «Una volta, per viaggiare in luoghi lontani occorreva disporre di due condizioni essenziali e allo stesso modo indispensabili: tempo e spirito di adattamento. Oggi purtroppo se ne è aggiunta una terza: parecchio denaro» (p. 84).

Nel capitolo “La svolta” arriva un invito chiaro e senza esitazioni: «Se durante un viaggio hai l’opportunità di fare qualcosa che altrimenti ti perderesti per sempre perché da qualunque altra parte del mondo non potresti farla, allora falla!» (p. 92).

Dal Messico al Marocco, dal Perù all’India, Davide Steccanella accompagna il lettore dentro i luoghi facendoli sentire abitabili. In Marocco, ad esempio: «ogni volta che ci torno mi pare di rivivere in una fiaba passata che mi è rimasta ‘dentro’ e mi sento a casa» (p. 105); è il luogo «dove ti faranno sentire un sultano, per un giorno, per un frammento, e il mondo si allontana e acquisisci una calma interiore che non avresti mai sperato di raggiungere» (p. 106).

Il libro può essere letto anche a capitoli sparsi, come una guida personale: se stai per partire, torni a quelle pagine e ti prepari al meglio. È diretto, schietto, privo di filtri: cosa vale davvero la pena vedere e cosa è sopravvalutato, quando andare e cosa evitare. Se potete, portate una videocamera o assicuratevi che qualcuno del gruppo se ne occupi così da avere il filmino del viaggio, un montaggio di 20 minuti circa che diventa  un momento goliardico e di condivisione al rientro a casa.

Il viaggio, però, è soprattutto relazione: con se stessi e con gli altri. Compagni occasionali o di una vita, coppie che resistono e altre che si sciolgono, amicizie che si rafforzano lungo la strada. Se dovesse servire «nei paesi sudamericani ci deve essere qualcosa nell’aria che fa sì che i rapporti personali tra i partecipanti al viaggio siano sempre idilliaci» (p. 176).

Evitando le buche più dure è un libro che fa venire voglia di partire, ma anche di studiare la storia di un paese, di osservare meglio il mondo, di tornare a viverlo davvero. «Ci sarebbero ancora tantissimi altri mondi da scoprire (…) È importante sapere, per averlo visto direttamente con i propri occhi, che esistono sul pianeta terra molti modi di vivere diversi da quello di noi occidentali» (p. 194).

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