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Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza

30 Aprile 2022
131 Views
di Silvia Celesti

Oggi vi vogliamo parlare di un fenomeno che sta crescendo anche in Italia e che riguarda in particolar modo bambini e giovani dall’età scolare fino ai venticinque anni, con un picco compreso tra i quindici e i ventitré anni, che rifiutano qualsiasi contatto sociale e con l’esterno, decidendo di condurre una vita totalmente appartata dentro le mura di casa, o addirittura della propria stanza. Spesso non vogliono nemmeno vedere la luce del giorno, desiderano vivere nell’oscurità, in qualche modo al riparo da quello che rifiutano, tengono chiuse tende e persiane e prediligono svolgere le loro attività durante la notte.
Rifiutano di uscire dalla stanza anche per mangiare, facendosi lasciare i pasti fuori dalla porta. Passano molta parte della giornata al computer o al cellulare, mantenendo contatti con i coetanei solo virtualmente.
La chiamano sindrome degli hikikomori, dal giapponese “hiku” e “komoru”, che significano ritirarsi e stare in disparte.
Dapprima osservata appunto in Giappone, dove riguarda almeno un milione di persone e dove si ritiene possa essere messa in parte in relazione con una necessità di fuga dai criteri di una società esasperatamente competitiva, ora se ne parla sempre più anche in Italia e, sebbene non sia una fenomeno nuovo, è emerso in maniera prepotente in seguito all’isolamento e all’interruzione delle attività imposti dalla pandemia.
Una volta passato il peggio, quando le scuole finalmente hanno riaperto e il mondo si è rimesso gradatamente in marcia, ci sono state famiglie che, contro ogni aspettativa, hanno visto i propri figli rimanere ancora chiusi in casa, evitando e rimandando ogni attività, continuando di fatto un lockdown personale e portando alla luce uno di quei tanti disagi psicologici che la pandemia ha fatto emergere.

Di questo parla il documentario “Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza”, diretto da M. Bertini Malgarini e Ugo Piva, una produzione Sky Original e Fidelio, in onda su Sky e in streaming su Now.
Porta le testimonianze di quattro ragazzi che hanno scelto questa forma di isolamento radicale, ben prima della pandemia, e per diversi anni.

Si raccontano le storie di Eva, ventiquattro anni, che studia all’università e vive a Torino con i suoi coinquilini; all’improvviso arranca nella sua quotidianità, fatica a sostenere gli esami, decide di non uscire più dalla stanza, se non per prepararsi un pranzo veloce o per andare al supermercato una volta ogni due settimane. Continua a ricevere delle lezioni private, ma con insegnante a domicilio.

Poi c’è la storia di Alessandro, diciannove anni, che mantiene viva la sua passione per il tiro con l’arco, ma si esercita rigorosamente in casa, perché non sostiene l’attività del campo; Alessio, ventun anni che vive da sei in questa condizione di hikikomori e Davide ventiquattro anni, che ha conosciuto una ragazza, ma con la quale vuole sentirsi solamente a distanza.

Un fenomeno che, secondo le stime ufficiali, riguarda in Italia almeno 100.000 giovani, ma che gli esperti ritengono essere più elevato.

Proseguono dunque le proposte di Sky, con il canale Sky Documentaries, all’insegna di una programmazione che tenta di rivolgere l’attenzione a storie non solo inerenti ad eventi o personaggi di rilievo storico o artistico, ma che allargano lo sguardo a questioni che affliggono la nostra contemporaneità; è questo il caso anche di PerdutaMente di Paolo Ruffini e Ivana Di Biase, trasmesso sempre in questi giorni, che ci racconta un delicato viaggio tra le persone colpite dal morbo di Alzheimer e i loro familiari.

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