Il Dio PIL

21 Gennaio 2020
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di Marco Sessa

Stiamo vivendo un momento difficilissimo dove non vi sono più le certezze di un tempo e dove nulla è davvero più sicuro. Tanti sono i fattori che hanno portato a questa situazione e che molti analisti hanno in questi ultimi tempi commentato meglio di me. L’ordine mondiale è in un frenetico mutamento e non segue più delle regole certe. Tutto questo suscita in alcuni paura, in altri entusiasmo e in altri ancora senso di smarrimento. Personalmente ho sempre ritenuto il cambiamento una cosa positiva, il motore dell’evoluzione dettata dalla curiosità, dalla perenne necessità di risposte alle tante domande. La curiosità come propulsore dei cambiamenti e delle piccole e grandi conquiste di ogni giorno. Anche quello che sta accadendo in questi ultimi anni, la ricerca di una maggiore individuale sicurezza, la necessità di boicottare alcuni sistemi finanziari economici, il chiudersi nei propri orti e lasciare fuori il resto del mondo è la ricerca di ‘risposte’ a delle domande. Lo chiamano populismo questo smarrimento collettivo  che va da ovest ad est del mondo e che preoccupa un po’ tutti perché manca la visione di dove ci porterà.

Il populismo è sorto quanto la politica ha smesso di fare il suo dovere ovvero di riuscire ad essere una guida, a vedere al di la del proprio naso e non di dovere rispondere ad ogni male di pancia quotidiano, ma di proporre una ‘cura’ che porti alla soluzione complessiva del problema. Ho pensato in questi ultimi tempi e quello che più mi sconvolge del populismo è che non sia stato preso in considerazione e gestito dalle sinistre ma sia stato lasciato completamente in mano alle destre. Lo si è lasciato cavalcare da interessi economici finanziari e non da pensieri, idee, ragionamenti e immaginazione senza capire come questo male di pancia collettivo potesse per esempio essere espressione di un malessere molto più complesso e di sinistra di quanto non si possa immaginare. Quello che viene chiamato populismo sono sostanzialmente dei comportamenti di difesa da una paura indefinita che ogni giorno assume figure diverse – oggi è lo straniero, domani è la globalizzazione e dopodomani è la messa in discussione della stessa pace – ma che alla base esprimono a mio parere una forte richiesta di cambiare le scale di valori. Di iniziare ad andare a cercare qualcosa che si è completamente smarrito. E se tutto questo fosse un grido?: ‘siamo stufi di essere ricchi vogliamo essere felici!’

What is a populist? 04/05 2017. Da: www.pxhere.com

Mi è capitato di leggere alcune statistiche riguardo al benessere di un paese: Il Sustainable Development Solutions Network [http://unsdsn.org] sotto l’egida delle Nazioni Unite, stila ogni circa 2 anni il rapporto sulla felicità nel mondo (l’ultimo nel 2016: quell’anno sul podio c’era la Danimarca seguita da Svizzera, Islanda e Norvegia). Indagine che non tiene conto solo del proprio stipendio ma considera tanti aspetti spesso meno scontati (oltre ai “classici” come la salute, l’assenza di corruzione e le aspettative di vita, anche per esempio la “generosità”, la libertà di scelta e la presenza di qualcuno su cui contare). Leggendo questi dati mi è venuto da pensare a quanto sia dannoso misurare il bene ed il male, il cattivo ed il buono, su un solo indice ovvero la ricchezza prodotta da un paese, il PIL. Se l’economia tornasse a svolgere il suo ruolo originale; se il tempo e lo spazio non fossero monetizzati con tutte le conseguenze che questo comporta; se insomma si tornasse o si provasse a ridurre questo peso infinito del soldo, probabilmente anzi, sicuramente tante cose. Non esisterebbero più forti disuguaglianze non tanto perché ci sarebbe più cibo bensì perché il cibo assumerebbe un valore differente; Non sarebbe necessario correre per guadagnare tempo o spazio e probabilmente (ed è questo forse la cosa che fa più paura) si ‘invertirebbero’ i poli geografici Nord e Sud del mondo.

Sono consapevole di quanto sia difficile se non impossibile tornare indietro. E ancora di più trovare la felicità, ci sarebbero sempre motivi di sconforto, ma forse potremmo iniziare a cercare di  considerare la ricchezza anche l’armonia con sé stessi, con il prossimo e l’ambiente che ci circonda..

E chissà che sotto sotto a questo populismo non ci sia questo tipo di necessità!

Peccato che sia Trump ad assumersi il ruolo di leader nel dare risposte a queste domande, ma questo è un altro discorso….

La sinistra si è comportata, come ormai da tempo, da elitaria da colei che non può sporcarsi le mani con le questioni di tutti i giorni ma deve per la sua storia guidare le masse non subirle. Mi è piaciuto molto l’articolo di Ernesto Galli della Loggia in cui descrive l’assenza della sinistra in questa fase storica. http://www.corriere.it/opinioni/16_novembre_15/destra-sinistra-cosa-c-fare-ceb33f6c-aa9e-11e6-952b-c4754eb1c6f0.shtml

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