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Chi è Andrea G. Pinketts? il ricordo dei lettori

di Noemi Stucchi

«Era un giorno tristissimo. Il mio non trentesimo compleanno. Chiunque altro avrebbe festeggiato il proprio compleanno nell’anniversario della propria nascita. Io mi ero rifiutato di aspettare la condanna a morte biologica che avrebbe certificato che anche io invecchiavo. Così avevo deciso di festeggiare i trenta con un mese di anticipo per prevenire il tempo e non arrendermi a lui».
[Andrea G. Pinketts, Il senso della frase, 1995]

Con un memoriale che sarebbe stato forse poco gradito a chi non ama le ricorrenze, a poco più di un anno dalla sua scomparsa noi lettori lo ricordiamo così.

Andrea G. Pinketts (dove la “G.” sta per “Genio” o per “Guai”, dipende) è lo pseudonimo di Andrea Giovanni Rodolfo Pinchetti (Milano, 12 agosto 1961 – Milano, 20 dicembre 2018).

In quegli anni Ottanta “in cui uno poteva avere molte vite”, Pinketts è stato pugile, fotomodello e giornalista, continuando la propria carriera come scrittore con ruolo di opinionista in trasmissioni televisive.

Personaggio eclettico proveniente dal giornalismo investigativo, tra le inchieste condotte da Pinketts basti ricordare come abbia contribuito, in veste di infiltrato, a smontare quel clamoroso fake mediatico dei Bambini di Satana a Bologna e come sia riuscito a indicare Luigi Chiatti nel caso del “mostro di Foligno”. Con il titolo di sceriffo conferito dal comune di Cattolica, nel 1992 conduce reportage anti mafia contribuendo all’arresto di 106 camorristi. Tra varie vicissitudini si è calato in prima persona nella parte di senzatetto e vù cumprà per poter raccontare delle barriere e dei problemi delle “minoranze”, delle disabilità e dei più deboli. A Milano fonda “La scuola dei duri”, movimento letterario con uno sguardo al metodo di indagine poliziesco. Intervallando alla carriera giornalistica quella di scrittore, il suo merito viene riconosciuto da numerosi premi letterari: vincitore di tre edizioni del Mystfest per il miglior racconto, nel 1991 gli viene assegnata la targa in merito al giornalismo investigativo “Un Remington per la strada”. Nel ‘95 ha vinto il Premio “Jack London” per l’avventura e nel ‘96 è vincitore della prima edizione del “Premio Scerbanenco”. Nel 2006 gli è stata conferita la Medaglia d’onore dell’Assemblée Nationale de la République Française, cavalierato alla scrittura.

Andrea G. Pinketts e compagna. Opera propria, luglio 2008. Da:[https://it.wikipedia.org/wiki/File:Pinketts.jpg]

Ma chi è Andrea G. Pinketts?

Uno scrittore da Bar. Birra Guinness e sigaro toscano,è parte del rito, alla bohémien. Un locale “fumoso” e un foglio bianco che ancora deve essere scritto: «Io non scrivo a computer, sono un uomo primitivo, scrivo ancora a biro. Non scrivo in calamaio per non sporcarmi la giacca» afferma in “Iride, il colore dei fatti” in un’intervista tête-à-tête con Irene Pivetti. Il locale sempre lo stesso, un secondo ufficio. “Le Trottoir” è letteralmente “il marciapiede”, quel prolungamento della strada in cui succede la vita. Sempre lì, oppure al “Sud del Mondo” in via Solferino dove da anni teneva l’appuntamento del “Giovedì del Giallo”. Potremmo dipingerlo come l’eterno ragazzo al bancone del bar di una Milano un po’ meneghina degli anni Ottanta, tanto vissuta e raccontata. Senz’altro un personaggio border-line, in bilico tra l’anarchico e il giustiziere, tra il noir e il grottesco. Pare che un vecchio amico di avventure abbia detto che «Pinketts non era uno scrittore di noir, era il noir». Il “Noir”, quel genere sdoganato in Italia negli anni Novanta con Carlo Lucarelli e Marcello Fois.

Il Noir di Pinketts è come un pozzo. Difficile stabilire se sia il pozzo nero degli orrori o il pozzo delle meraviglie. La tragedia coincide con la commedia in uno stile che gli è proprio. Pinketts è inclassificabile.

Le sue fiabe sono piene di cattivi. Il Male si presenta in forma ironica, ma per questo non meno plausibile. Il Male è dappertutto, vero e incomprensibile tanto da farci sperare in un intervento dei buoni. La possibilità di salvezza si incarna sempre in una donna, motore trainante di ogni storia. “Donne: Angelicate o, in alternativa, mignottoni” è una frase che si ritrova spesso. Forse è un mantra. La Donna, figura d’eccesso e di mistero, è indubbiamente capace di grandi cose.

In un universo abitato da orchi e principesse e giganti, Cappuccetti rossi e Babbi Natale, le fiabe di Pinketts sono sovraffollate da personaggi sfaccettati e complessi che chiedono di essere riletti in quella fragile linea di demarcazione tra finzione e realtà.

Senza aver avuto la possibilità di incontrarlo di persona in qualche notte milanese, tutti i lettori hanno l’impressione di aver conosciuto Pinketts attraverso le gesta di Lazzaro Santandrea, quel suo alter-ego alto un metro e Ottantatrè.

Lazzaro Santandrea è più che un semplice alter-ego dell’autore. Nella sua prima comparsa in Lazzaro vieni fuori (1991) si presenta come atipico detective nel tranquillo paese trentino di Bellamonte. In Il vizio dell’agnello (1994) compare con lo pseudonimo di Dottor Totem mentre in Il senso della frase (1995) si mette sulle tracce della menzogna nel tentativo di riprendersi ciò che è proprio dell’essere umano: la bugia. L’atmosfera cupa e minacciosa di Ho fatto giardino (2006) viene ribaltata da Lazzaro con un giro di Poker vincente. Alla ricerca di una fanciulla sconosciuta la cui sola idea riesce ad ossessionare, in Fuggevole turchese (2001) Lazzaro muore per poter risorgere in Nonostante Clizia (2003). Depilando Pilar (2011) è la più rischiosa avventura, tanto da far incontrare Lazzaro e Andrea allo stesso bar. Che si tratti dell’apparizione della Madonna in Il conto dell’ultima cena (1998) o dell’incontro con le tre età della vita in L’assenza dell’Assenzio (1999), Lazzaro diviene l’eroe capace di districare metafore imprevedibili, spesso misteriosamente irrisolte.

Andrea e Lazzaro sono la stessa persona a dimostrazione di come letteratura e vita possano essere la stessa cosa.

Senza dubbio le due figure, complementari e a tratti sovrapponibili, sono accomunate da “il senso della frase”, quel modo che «permette a una tua bugia di essere, se non creduta, almeno apprezzata».

Cosa sia il senso della frase è difficile a dirsi, ma è molto chiaro quando ci si imbatte in un libro di Pinketts. «Non so se si nasca con il senso della frase. Di sicuro ci si muore»: Il senso della frase è l’abilità spontanea nel destreggiare il linguaggio con irriverenza, virtuosismo letterario dello stile Pinketts che noi lettori abbiamo amato.
Pinketts sdrammatizza e sfodera il senso della frase come un’arma per far fronte al mistero e all’inspiegabilità delle cose. Giochi di parole, continui rimandi nel testo e riprese a più battute compongono un intreccio nella ricerca di un ordine formale.
Nel senso della frase si ritrova l’idea che lo stile sia la qualità più preziosa di tutte, tanto nella letteratura quanto nella vita.

Andrea G. Pinketts. Foto di: Associazione Amici di Piero Chiara, 16 ottobre 2011. Da: [https://www.flickr.comphotospremiochiara.jpg]

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