Jojo Rabbit

20 Aprile 2020
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di Marta Dore

«Let everything happen to you
Beauty and Terror
Just keep going
No Feeling is final»

Rainer Maria Rilke

Si conclude con questi versi il film JoJo Rabbit, che ha illuminato la primissima parte di questo disgraziato 2020, quando ancora il Coronavirus e il suo portato oscuro e mortifero sembravano appartenere solo a un altrove che non ci avrebbe riguardato mai. Un po’ come la tragedia di cui si occupa questo piccolo film prezioso, girato dal regista neozelandese Taika Waititi, in grande ascesa a Hollywood. La tragedia del film è quella con la T maiuscola, il Nazismo.

JoJo e la sua mamma

Johannes “Jo” Betler è un bambino di 10 anni che vive in una cittadina tedesca quando ormai la Germania sta perdendo la guerra. Educato collettivamente ad amare l’ideologia hitleriana, la ama a tal punto da eleggere Hitler a suo amico immaginario, che lo rassicura e incoraggia nei momenti di debolezza. Già, perché Jo è un bambino sensibile e perfino pauroso, non esattamente il prototipo ideale e in miniatura del guerriero ariano e patriota. Al campus con i suoi coetanei non riesce ad ammazzare un coniglio (da qui, il soprannome Rabbit) e si fa anche esplodere una granata addosso, ricavandone una cicatrice sul viso, una camminata zoppa e l’esonero a casa.

Proprio stando a casa scopre che la sua mamma (una deliziosa Scarlett Johansson), con cui vive da solo, nasconde in uno spazio angusto Elsa, una ragazzina ebrea che lui all’inizio guarda con orrore e spavento. Col tempo, però, piano piano, la avvicina, la conosce e se ne innamora (e addio ideologia hitleriana antisemita), proprio quando ormai la guerra è persa e i russi entrano in città.

Elsa esce dal nascondiglio

La cifra del film, la cui ambientazione è tutto fuorché leggera, è invece ironica e tenera, come si addice a una produzione Disney. Di più, è caricaturale: Hitler, interpretato dal regista stesso, nella versione immaginaria di JoJo è un nerd imbranato e buffissimo, i saluti tra i nazisti sono esilaranti,  i filmati d’archivio con le masse adoranti di fronte al Fuhrer sono accompagnati da canzoni d’amore quali I Want To Hold your Hand dei Beatles, che ne esasperano l’assurdità. I colori di scenografie e vestiti sono in tonalità pastello acceso, in contrasto con la cupezza del momento storico. Le scene sono costruite con una grazia e un’armonia ispirata all’elegante immaginario fiabesco di Wes Anderson.

JoJo Rabbit offre una rappresentazione del Nazismo davvero inedita, possibile forse solo a 80 anni di distanza: non ne cancella l’orrore, ma lo depotenzia completamente grazie agli occhi di un bambino abituato a difendersi – e a volare – con la fantasia. La visione di questo film risulta consolatoria nel momento che stiamo vivendo ora, dove tutti noi siamo reclusi per difenderci da un nemico indecifrabile e incomprensibile, anche se non umano: allora, per gli ebrei e non solo, era il nazismo; oggi, fatti debiti, grandi distinguo, è il Covid19. Ma non dobbiamo temere, lasciamo che tutto succeda, anche il terrore e con esso ciò che mai avremmo pensato potesse succedere proprio a noi. Lasciamo che accada, perché niente è definitivo.

Sam Rockwell interpreta l’educatore nazista che nasconde un cuore rosa

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