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Il punto di vista dello spettatore: “Jojo Rabbit”

di Noemi Stucchi

Jojo Rabbit è un film che non può lasciare indifferenti. O lo si ama o lo si odia, prendere o lasciare. Il film è tratto dal romanzo di Christine Leunens e siamo nell’Austria nazista del 1945 vista attraverso gli occhi di un bambino di dieci anni. Un tema tanto delicato come l’atrocità della Seconda Guerra Mondiale incontra la visionarietà sopra le righe di Taika Waititi. Il regista esaspera i toni grotteschi facendo appello a un’ironia esplicita, arma a doppio taglio capace di far strappare un sorriso proprio quando la storia diventa più intensa.

Si prova subito simpatia per Roman Griffin Davis nelle vesti di Johannes Betzler (JoJo), un bambino dolce e sensibile mosso da un grande senso di responsabilità per la Nazione. Adora andare a scuola, il campo di addestramento militare. L’istituto ci viene raccontato come un campeggio estivo, un raduno di bambini eccitati e pronti per l’avventura. Jojo vive di uno spensierato e cieco fanatismo tanto che il suo idolo si riflette nell’amico immaginario con le sembianze Adolf Hitler in persona, caricatura interpretata dallo stesso regista nei panni di un goffo mentore che poco ha a che fare con la figura del leader.

Presto Jojo si troverà a dover fare i conti con ciò in cui crede. Tra le prime lezioni impartite si scontra con l’amara verità che per essere un buon nazista si deve uccidere, anche se si tratta di un malcapitato coniglio. Preso in giro dai compagni, la sua incapacità di adempiere al compito gli varrà il nomignolo di Rabbit, Jojo il coniglio.

Rimandato a casa per via di un’incidente sul campo di addestramento, Jojo ha una sconcertante sorpresa; Elsa, una ragazza ebrea (Thomasin McKenzie) che la madre protegge e nasconde. Si aprono così sentimenti contrastanti per una madre che adora e che allo stesso tempo vede come traditrice. Una dinamica di eventi porterà al crollo di ogni certezza e Jojo inevitabilmente dovrà rivalutare l’identità del suo vero nemico.

I colori caldi della pellicola e l’atmosfera travolgente imprimono alla sceneggiatura  tratti indimenticabili. La scena di guerra in rallenty finale è degna prova d’autore. Tra i personaggi è impossibile non provare tenerezza per Yorki (Archie Yates) il fortunato e fidato amico di Jojo e non notare una fantastica Scarlett Johansson nel ruolo del genitore premuroso e severo, madre e padre allo stesso tempo, che nel corso del film assume diverse identità rimanendo capace di un amore immenso.

Il finale è accompagnato da una versione tedesca di Hero di David Bowie. Si può «essere eroi, solo per un giorno» dice la canzone, ricordando come si può combattere per la libertà. Solo così si può tornare a ballare.

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