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Michael

Michael

21 Maggio 2026
172 Views
di Marta Dore

I nati alla fine degli anni Sessanta, teenager negli anni Ottanta, si ricordano quando nel 1983 su Mtv arrivò il video di Thriller di Michael Jackson. Io avevo 14 anni e ne fui spaventata e incantata insieme. Spaventata perché faceva paura davvero: girato da John Landis, fu il primo nella storia dei video musicali a essere un cortometraggio con tanto di trama e personaggi; incantata perché non avevo mai visto una coreografia così travolgente, così calzante con la musica, il testo, le immagini.

Thriller Michael

al trucco su set Glen Wilson: Lionsgate

Noi teenager degli anni Ottanta, abbiamo passato ore a provare quei passi, quel girare scattante della testa, quel modo assurdo di mettere i piedi, e poi il mitico moonwalk: chi riusciva a farlo, anche solo vagamente, acquistava aurea perenne, come direbbero i teenager di oggi. Insomma, Michael Jackson – con quella voce infantile e potente, quel ritmo e quel sound (tanto merito, va detto, fu di Quincy Jones che ne fu il principale produttore), quegli outfit, quell’ineguagliabile modo di ballare – fu uno spartiacque e divenne un mito, la popstar per eccellenza, che lo si amasse o meno.

Michael

È con una certa emozione, quindi, che ho visto Michael, il biopic voluto dalla famiglia Jackson, firmato da Antoine Fuqua, regista di film d’azione tra cui il bel Training Day, che ripercorre l’ascesa di Michael Jackson, dall’infanzia negli anni Sessanta, quando cantava con i suoi fratelli nei Jackson 5 fino a quando raggiunse la fama mondiale con il Bad World Tour alla fine degli anni Ottanta. 

i Jackson 5 Lionsgate

i Jackson 5: Lionsgate

Il film sceglie una struttura classica, quasi didascalica, ma efficace: segue una linea cronologica che permette di entrare gradualmente nella costruzione del mito. La prima parte, dedicata all’infanzia, è forse la più intensa. Qui emerge con forza il rapporto complesso con il padre, figura insieme determinante e opprimente, che trasforma il talento dei figli attraverso una disciplina ferrea, fino alla violenza. È in questa tensione che si intravede già il nucleo fragile di Michael, che fu un bambino prodigio spinto troppo presto a diventare adulto. E infatti adulto non lo diventerà mai del tutto: nel film è sottolineata più volte la sua identificazione con Peter Pan ed è raccontato il suo bisogno di circondarsi di animali, veri o di peluche.

Nella sua versione infantile, Michael è incarnato da Juliano Krue Valdi – bravissimo! – mentre il padre è interpretato da un magistrale Colman Domingo, la cui durezza non è mai caricaturale, ma tanto più inquietante perché riesce a far sentire il peso del comando senza dover alzare continuamente il tono.

Michael DA PICCOLO_Glen Wilson:Lionsgate

Michael da piccolo. Glen Wilson: Lionsgate

La seconda parte del film, quella della consacrazione, è inevitabilmente la più spettacolare. Le ricostruzioni delle performance – da Thriller ai grandi live – sono curate nei minimi dettagli e restituiscono tutta la potenza innovativa dell’artista. Non si tratta solo di nostalgia: il film riesce a far percepire quanto Jackson abbia ridefinito i confini della musica pop, della danza e dell’immaginario visivo. Ogni scena sembra ricordarci che ciò che oggi diamo per scontato, allora era rivoluzionario.

Thriller. Glen Wilson: Lionsgate

Thriller. Glen Wilson: Lionsgate

Quando Michael cresce e diventa adulto, è Jaafar Jackson, nipote del cantante e al suo debutto cinematografico, a prenderne le redini. Ed è qui che il film rivela la sua carta più sorprendente. La somiglianza fisica è notevole, ma è soprattutto il lavoro sul corpo a convincere: movenze, postura e presenza scenica sono ricostruite con grande precisione. Jaafar non imita, evoca. La sincronizzazione con la voce originale dello zio è tecnicamente impeccabile.

ON STAGE Bruce Talamon:Lionsgate

On stage Bruce Talamon: Lionsgate

I momenti più intensi sono proprio i vari ‘making of’: la genesi dei primi brani della Motown, e soprattutto quella delle perle di Thriller, compreso lo splendido video, che risente delle ripetute visioni di Jackson – in compagnia della sua mamma, amatissima – di film horror, ma anche di Chaplin in Tempi Moderni e di Gene Kelly in Cantando sotto la pioggia.

Detto questo, il film ha un limite: chi si aspetta un film che scandagli a fondo la complessa figura cdi Michael Jackson rimarrà deluso. Il biopic privilegia decisamente la celebrazione e rinuncia a esplorare le zone più controverse della vita dell’artista. Le accuse di pedofilia che avrebbero segnato gli anni Novanta non vengono nemmeno sfiorate. Un cartello in chiusura ci ricorda: “La sua storia continua”, come a promettere un secondo capitolo che, forse, vedrà la luce.

Eppure, per chi quella musica l’ha vissuta sulla pelle, il film funziona. Funziona come evocazione, come macchina del tempo emotiva, come omaggio a un talento che rimane, a distanza di decenni, inarrivabile. Michael intrattiene, emoziona, ricostruisce. Ma soprattutto ricorda una cosa semplice: dietro il mito c’era un uomo che, oggi lo sappiamo, il mito ha finito per inghiottire.

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