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Silvio Soldini, cinema a colori

di Vittoria F. M. Dubini

Storie travolgenti, drammi e commedie, luci e colori, un cinema attento alla realtà e alla vita di tutti i giorni, l’opera di Silvio Soldini è inconfondibile. «Notonlymagazine» incontra il noto cineasta milanese, fra i più apprezzati del cinema italiano, che nel suo modo così originale e personale di fare cinema racconta la sua esperienza.

Silvio Soldini a Base Milano, foto di Vittoria F. M. Dubini

Silvio Soldini nasce a Milano nel 1958, la sua passione sorge quando,

“[…] intorno ai sedici anni ho incominciato a frequentare la cineteca, lentamente questa idea di esprimermi attraverso il cinema si è affacciata alla mia mente ma come un desiderio in cui non avrei mai veramente creduto se non quando, dopo due anni di Scienze Politiche senza entusiasmo, mio padre mi ha spinto a coltivare questa passione. Sono andato a New York e con il supporto di una mia lontana cugina che faceva la montatrice ho avuto un primo approccio. Quando ho iniziato a studiare Cinema alla NYU, partivo da zero, avevo solo visto tanti film. Lì ne ho visti a centinaia, quasi tutti i film della Nouvelle Vague e del Nuovo Cinema Tedesco… Nel tempo libero andavo al cinema e guardavo un film dietro l’altro, attività fondamentale per la mia formazione. La scuola da un lato e questo bagaglio di conoscenze dall’altro, sono tornato e ho detto, voglio provarci!”.

Dopo l’esordio alla regia con il cortometraggio sperimentale Drimage (1982), vincitore del premio Gaumont, Soldini torna a Milano, inizia a lavorare come traduttore di soap opera americane e come aiuto regista pubblicitario, sfruttando la lingua e le conoscenze acquisite all’estero. Quando incontra Luca Bigazzi, suo ex compagno di scuola, il cui sogno era quello di diventare direttore della fotografia,

“[…] ho trovato intorno a me un grande entusiasmo, con i mezzi che avevamo, abbiamo iniziato a girare a Milano, partendo da delle prove in Super 8 e poi in 16mm ed è nato Paesaggio con figure (1983), il mio primo mediometraggio, poi Giulia in ottobre che ho presentato da filmmaker nell’85, l’anno della grande nevicata… Era un gennaio, ho un bellissimo ricordo di me a piedi sotto la neve che attraverso la città completamente bianca e bloccata, vedendo delle scene meravigliose, con uno zaino contenente le varie pizze sia di pellicole che di suono, dovevo fare il mix del film, adesso si spedisce tutto via internet allo studio…”.

Nel 1984, insieme a Giorgio Garini e Daniele Maggioni, fonda la casa di produzione indipendente Monogatari. Realizza Voci Celate (1986), il suo primo documentario, e nel 1989 debutta con il lungometraggio L’aria serena dell’ovest, presentato in concorso al Festival di Locarno, il primo di una lunga serie di successi riconosciuti a livello nazionale e internazionale.

Regista eclettico, tra finzione e documentario, dramma e commedia, l’opera di Soldini si distingue per un’alternanza di registri, colori, realtà che attraverso il cinema esplora. Abile e sensibile osservatore affronta con freschezza e puntualità i drammi delle vicende umane, facendo emergere la complessità dell’universo psicologico. La sofferenza di un amore impossibile in Un’anima divisa in due (1995), la crisi esistenziale dell’introspettivo Le acrobate (1997), l’amore come ossessione di Brucio nel vento (2001), le paure e le incertezze di Giorni e nuvole (2007) o il tradimento di Cosa voglio di più (2010), sono vissuti con grande intensità e raccontati sempre con fare originale ma minuzioso. Non manca la comicità che il regista alterna al dramma realizzando commedie dove il caso è motore di incontri estemporanei, cambiamenti e svolte di vita, come avviene in Pane e Tulipani (2000) che gli vale ben nove David di Donatello, cinque Nastri D’Argento e un significativo consenso di pubblico e critica. Il trionfo del film pluripremiato dà il via alle successive commedie rocambolesche, Agata e la tempesta (2004) e Il comandante e la cicogna (2012).

Silvio Soldini sul set, foto di Andrea Di Lorenzo

“Ogni film nasce a modo suo, ad esempio alcuni sorgono anche solo dal desiderio di realizzare un film corale, con tanti personaggi e colori; con i miei sceneggiatori ci prendiamo del tempo, si parla e lentamente le idee prendono forma… Oppure Brucio nel vento è tratto da un libro, dal racconto di Agota Kristof, il mio secondo film da un’idea di soggetto già esistente, Pane e tulipani dal desiderio di fare per la prima volta una commedia, con Licia Maglietta, fino ad allora considerata attrice solo drammatica, mentre io sapevo che non era così, faceva ridere… Volevo sperimentare nel campo della commedia e dopo settimane di ricerca e riflessione a Doriana Leondeff, la mia sceneggiatrice, è venuta in mente l’idea di una donna dimenticata in un autogrill, siamo partiti da lì e abbiamo scritto la storia di Rosalba. I dettagli sorgono man mano, come Venezia, ci piaceva l’idea di portarla fuori dal suo mondo quotidiano e abitudinario… Le idee nascono così, anche in treno per esempio, che è una sorta di sospensione fra due punti spaziali, ci si trova in una situazione psicologica di distacco dove affiorano spunti. Purtroppo adesso con i telefoni sempre accesi può essere più complicato ma basta spegnerli!”.

Oltre alla finzione, la ricerca della realtà di Soldini trova massima espressione attraverso il documentario. Il suo intento è quello di esplorare realtà inconsuete e marginali, come la cultura degli zingari in Italia con il film Rom Tour (1999) o la cecità raccontata in Per altri occhi (2013).  Fra i molteplici documentari realizzati, il regista si dedica anche a personaggi peculiari e poco noti quali i tipografi Casiraghy e Weiss in Il Fiume ha sempre ragione (2016) o il poeta e drammaturgo Raffaello Baldini in Treno di parole (2018).

“Negli ultimi anni in campo documentaristico ho sentito l’esigenza di avere la camera in mano per raccontare in prima persona, attraverso il mio occhio. Mi piace fotografare, lavorare sull’inquadratura, ciascuna comunica qualcosa. Nella finzione mi è molto difficile stare in macchina, perché devo stare attento agli attori più che al monitor. Nel documentario c’è la possibilità di scrivere tu stesso il film con la macchina da presa, mi piace molto ed è un tipo di cinema che mi permette di entrare in contatto con mondi, come quello della cecità, che non sarei riuscito a scoprire se non attraverso questo mezzo. Il documentario è un’occasione che ti viene data per viaggiare in un mondo e conoscerlo”.

Ideato a partire dall’esperienza del regista in cura presso un osteopata non vedente e dalla curiosità di conoscere la realtà straordinaria di chi non vede, Per altri occhi – vincitore del Nastro d’Argento come Miglior Documentario – ha portato Soldini a pensare al suo ultimo film di finzione, Il colore nascosto delle cose (2017).  Nella commedia sentimentale la cecità non intesa come handicap è raccontata con umorismo, esaltandone l’eccezionalità attraverso la storia d’amore fra la non vedente Emma, osteopata autonoma e indipendente, e Teo, al quale insegna ad andare oltre le cose, oltre le apparenze.

“Il tema della diversità mi ha sempre interessato, credo sia qualcosa che arricchisce una società, fossimo tutti uguali sarebbe una tragedia, ognuno è diverso. Questo fascino per la diversità nel mio cinema traspare molto, anche solo dal fatto che i personaggi principali dei miei film sono delle donne, già questa è per me una diversità, essendo io un uomo. Il mio primo documentario, Voci celate, è girato in un Day Hospital per malati di mente, un vero tuffo in un mondo diverso, di cui non sapevo quasi niente. In tutto il mio cinema, anche quello di finzione, c’è sempre uno sguardo sulla diversità. Addirittura in Pane e tulipani c’è “diversità”: lei che è una massaia di Pescara e lui un cameriere che viene dall’Islanda, mondi apparentemente lontanissimi…”.

Uno diverso dall’altro, i film di Soldini sono coinvolgenti perché vicini alla realtà, prossimi e familiari agli spettatori, per un cinema possibilmente catartico e accessibile a un pubblico sempre più ampio. Ogni film ha un suo colore che assume un preciso sapore, un cinema a colori che intende far emergere, come suggerisce il titolo del suo ultimo film, Il colore nascosto delle cose.

Silvio Soldini a Base Milano, foto di Vittoria F. M. Dubini

“Ogni film porta e apporta qualcosa, fare questo mestiere per me significa essere sempre alla ricerca di qualcosa da raccontare, di cui fare esperienza e quindi da scoprire. Per questo realizzo anche documentari e non solo film di finzione. Ogni film è un mondo a sé, un’esperienza sempre diversa perché si affrontano temi e situazioni nuove, si lavora con attori diversi su personaggi ogni volta diversi e si cerca un’idea di linguaggio che meglio si adatti a quello che stai raccontando. Di ogni film si trova lentamente qual è il suo modo di essere raccontato, quindi in tutti c’è una scoperta, ogni film è una novità, un terreno inesplorato, dove insieme ad altri, in una sorta di armonia di gruppo, si trova la particolarità che lo distingue”.


Bibliografia
Enciclopedia Treccani, «Silvio Soldini»
Ecodelcinema.com, «Silvio Soldini»

 

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