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The Square

22 Gennaio 2018
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di Marta Dore

The Square è il nome di un’opera che il Museo di arte contemporanea di Stoccolma, in Svezia, espone nella piazza antistante l’edificio che lo ospita. È il lavoro di un’artista donna, un quadrato delimitato da un perimetro luminoso all’interno del quale tutti hanno uguali diritti e doveri, un “santuario di fiducia e altruismo”.

Christian, il protagonista del film di Ruben Ōstlund, regista anche dell’inquietante Forza maggiore, è il direttore del Museo, colui che ha fortemente voluto esporre l’opera il cui nome dà il titolo al film, un bell’uomo di 50 anni, benestante, seduttore, colto, progressista, gentile.  Un perfetto esempio di politically correct svedese, almeno fino a quando le cose vanno bene. Una mattina, però, succede che, in seguito al furto del suo portafogli avvenuto in piazza con uno stratagemma dalla furbizia mediterranea, Christian inizia a incamminarsi su una sorta di piano inclinato che lo farà precipitare in un incubo: si troverà infatti a misurarsi con ambienti che non sono il suo, ad andare in condomini abitati da famiglie straniere e povere, che lui, al di là dei proclami egalitari, teme e guarda in modo stereotipato, attribuendo a chi si trova in uno stato di povertà una naturale propensione alla delinquenza.

The Square sembra un film sul mondo dell’arte contemporanea, con i suoi tic, le sue contraddizioni, le sue ipocrisie. In realtà a me pare che sia invece un film sulla nostra società tutta, impreparata alle sfide poste dalla crisi economica e da quella migratoria.  Impreparazione che risulta ancora più evidente nella solidale e storicamente egualitaria Svezia, dove, forti di un benessere diffuso, ci si è concentrati sulla costruzione di un’ideale indipendenza tra gli individui, che oggi sono incapaci di affrontare il bisogno degli altri, di assumersi responsabilità e di agire di fronte a ingiustizie o violenze che risultano incomprensibili e spiazzanti. In questo senso sarebbe illuminante guardare, prima o dopo The Square, il documentario di Erik Gandini La Teoria svedese dell’amore, (www.youtube.com/watch?v=PQI2Yls4uuw), che mostra a quali livelli di solitudine ha portato la spinta all’autonomia, l’idea che solo un’esistenza priva di legami materiali avrebbe potuto lasciare spazio alla costruzione di relazioni puramente disinteressate. Di fatto, a quel che risulta dal film di Gandini, in Svezia i vecchi muoiono ricchi e soli, le donne fanno figli grazie alla più grande Banca del seme al mondo e nessuno si occupa né si preoccupa più degli altri: dei genitori anziani, dei figli cresciuti, di mariti o mogli, figurarsi degli estranei.

Dal 2008 però la crisi ha cambiato lo stato delle cose in tutto il pianeta e Ōstlund ci mostra una Stoccolma dove accanto alle élite culturali e finanziarie brulica un mondo di senza tetto, di bisognosi, di migranti, che provocano in Christian, che tante belle parole sa dire a proposito di diritti umani e di solidarietà, un sentimento di paura e panico e una totale goffaggine d’azione. Christian, insomma, rappresenta lo spaesamento di un’Europa che si pensava al sicuro, ricca e “civile” e che invece si scopre incapace di affrontare i bisogni degli altri, di agire in modo responsabile e collettivo: efficace in questo senso è la scena della cena di gala, durante la quale nessuno si alza per aiutare i malcapitati di turno brutalizzati nella performance dell’artista.

Il “santuario di fiducia e altruismo”, insomma, sembra un santuario chiuso, incapace di includere, ma che anzi delimita muri che separano: nel quadrato di luce c’è posto solo per le élite, gli altri, non importa quanto siano fragili – come la bambina bionda malauguratamente usata nello spot del museo – , risultano spaventosi e ostili e quindi restano fuori, al buio. Invisibili.

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