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La rifigurazione della memoria

22 Gennaio 2018
1.556 Views
di Cristina Ruffoni

 

Un occhio vede e l’altro immagina.

Merleau-Ponty

Nella creazione del suo bestiario, Luca Vacchelli non cerca equivalenze tra l’immagine scelta di ogni animale e l’immagine elaborata attraverso il disegno e l’acquarello, si tratta infatti di un progetto di trascrizione, di “rifigurazione”.
Questo processo, ha come punto di partenza, la “re-invenzione” dell’immagine stessa.
Nessun soggetto è infatti ricavato da un vero esemplare. Nessuna copia dal vero, nessun virtuosismo realistico, sono tutti animali inventati e concepiti per così dire, in sé e in assoluto.
Come il primitivismo esotico di Gauguin che è intellettualistico e lontano dalla Natura, anche il punto di vista e la ricerca iconografica di Luca Vacchelli non hanno intenti ecologici o antropologici.
Tutti i suoi esemplari, nonostante l’apparente fedeltà della riproduzione, sono in realtà snaturati da una volontà puramente estetica, situati in una visione simbolica e dal limpido valore narrativo.

La mia più importante educazione formale, é stata l’osservazione delle cose, poi la trasformazione si è tramutata  in una memoria di queste cose. Ora mi sembra di vederle tutte disposte come utensili in bella fila, allineate come in un erbario, in un elenco, in un dizionario, ha scritto Aldo Rossi, per il quale, Luca Vacchelli, ha lavorato, a lungo, nel suo ininterrotto percorso professionale e accademico di architetto.

Anche i suoi animali domestici, sembrano concepiti per stare insieme, uno accanto all’altro, senza nidi, gabbie, acquari o steccati ma impressi come nelle pagine di un diario, di un  almanacco o abbecedario, senza retorica vintage o rimpianto di un mondo perduto ma necessari all’autore stesso, per conservare e rinnovare lo stupore della vita che accade, accelerata, omologata e resa opaca dagli schermi ed invece recuperata, ridefinita e  trattenuta dalla memoria.

Luca Vacchelli non cede all’artificio glam dell’iperrealismo Pop o alla decadenza provocatoria, spettacolare  e oltraggiosa delle mucche dimezzate  o dello squalo in formalina di Daniel Hirst, per tentare invece di rapportarsi alla sfera del Quotidiano, come quella del Sublime, che è anche l’esperienza di una inadeguatezza, è ciò che più ci è vicino ma che proprio per questo ci sfugge inavvertito. Un segno, il carattere costante della modernità.

La gallina, il gufo o il polpo di Vacchelli, ci riportano a un topo, un insetto, una pietra muscosa: questo è la “sensazione del meraviglioso”, afferma  Wittgenstein, “quando io ho questa esperienza mi meraviglio per l’esistenza del mondo”.

Aldo Rossi ci rassicura che disegnare è necessario, perché è una forma di resistenza al mondo delle immagini, Luca Vacchelli utilizza le sue immagini come se fossero ricordi, in una forma di memoria condivisa e collettiva.

Foto di quattro animali

Goethe decide improvvisamente di fare un viaggio in Italia, anche per capire se il disegno fosse una sua vera vocazione. Si arrese poi alla poesia, anche se rimane famosa la sua affermazione, che riprese anche Valery: “Soltanto ció che ho disegnato, ho veramente visto”. Nel tuo caso, quando hai iniziato con il disegno, slegato dalla professione di architetto?

I miei primi ricordi sono legati a mio padre, medico e appassionato di storia dell’arte e pittura. Nella casa dove abitavamo aveva un piccolo studio dove la sera si rinchiudeva. Amava disegnare mescolando colori e inchiostri dentro provette di vetro riempendo poi di schizzi i suoi quaderni. Io ne ero totalmente attratto e affascinato e credo che tutto, forse inconsapevolmente, sia iniziato proprio allora.

Essere nato e vivere a Genova di fronte al mare, ha un peso, non solo sulla scelta dei soggetti, ma anche sul modo di rappresentarli? Senza eccessi, scabri, senza orpelli, un ermetismo povero, evitando il fulgore della decadenza.

Forse una sorta di “genovesità” fa parte anche dei miei disegni; nella mia ricerca sugli animali e sulla loro rappresentazione c’è stata sicuramente la necessità di “ridurre” tutto all’essenziale; figure sobrie nei tratti e nella definizione dei dettagli dove solo l’occhio riflette volutamente la luce.
Mi ha sempre emozionato il lavoro di William Turner, il suo modo inquieto di rappresentare la natura ma anche i suoi eleganti acquarelli di animali così come, in maniera diversa, mi affascina il grande lavoro di John James Audubon.
Mi piace vedere il mio bestiario come una collezione di animali piacevolmente malinconici e solitari.

Foto d’ insieme del bestiario

 

Le cornici, usate per il tuo bestiario, si rifanno peró a un gusto sofisticato da “Grande Gatsby”. Cosí, i disegni si trasformano in oggetti, allontanandosi in parte dal loro significato originario, d’altra parte, il segreto di affascinazione di certe opere d’arte, é la loro transitorietá temporale e slittamento nei  generi. Sei consapevole di questa tua prerogativa?

Le cornici che uso credo siano parte integrante del tutto; credo siano necessarie al disegno dei miei animali, li “proteggono” e come loro sono necessariamente essenziali ed eleganti  nella loro sobrietà.

C’é un ritorno al disegno. Lo stesso Christo, sostiene, che ció che rimane dei suoi progetti di land art, sono i disegni, quegli schizzi, che il mercato e i collezionisti, si contendono con tenacia e accanimento. E’ stata una scelta strategica la tua o una reale immedesimazione, dove creatività, memoria e narrazione trovano un territorio comune?

Ricordi, sogni, emozioni, ma anche architetture, progetti impossibili e utopie prendono forma e si animano attraverso appunti, schizzi, collage.
Il disegno, riprendendo Michelangelo, è il mezzo di rappresentazione e non di creazione: “la mano è uno strumento della mente” e così i primi pensieri, si caricano di segni, colori, frammenti della memoria, e le idee assumono forme sempre più precise e chiare.

Un gufo. tecnica: acquarello e grafite su carta

Sei anche fotografo, ma distingui perfettamente le finalitá dei mezzi. Non t’interessa infatti fare delle copie reali dei tuoi esemplari, escludendo quello che si potrebbe ottenere con il mezzo fotografico. Ma anche le tue foto, sono altro, rispetto all’istante colto. La tua, é  una distanza di sicurezza rispetto al reale?

Mi piace il tuo concetto di “distanza di sicurezza” a cui non avevo pensato realmente ma forse inconsciamente. Nei miei ultimi lavori così come nelle mie ricerche fotografiche sento il bisogno di rappresentare un mio stato d’animo. I miei animali prendono le sistanze dal reale, sia nelle loro forme che nel contesto volutamente “asettico”.

Aver lavorato con Aldo Rossi, che sapeva mettere in scena, gioco e funzione, nostalgia e futuro, micro e macro cosmo, come influisce ancora oggi, nel tuo modo di disegnare e d’immaginare?

Il mio lavoro a fianco di Aldo Rossi è stata un’esperienza indimenticabile e indispensabile nella mia formazione e nel mio lavoro non solo di architetto.Nella sua Autobiografia scientifica, a proposito del suo lavoro scriveva: “io non progetto, ricordo”, e come per lui anche per me i ricordi sono alla base dei miei disegni.

Il tuo lavoro, si puó proporre sia in una galleria d’arte, che in un negozio d’antiquariato e design storicizzato. Questa versatilitá, puó essere un potenziale in divenire o un’ambiguitá poco gestibile. Come pensi di orientarti per il futuro, rimanendo ovviamente aperto alle proposte piú interessanti?

Non ho mai programmato alcuna strategia per il mio lavoro e credo che questo mi garantisca la massima libertà.

Luca Vacchelli, foto di Maria Giannitrapani

 

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