Uberto Pasolini, “Nowhere Special”

di Noemi Stucchi

Alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia del 2013 aveva presentato Still Life vincendo il Premio per la migliore regia nella sezione Orizzonti. Quest’anno per la settantasettesima edizione della Biennale Cinema di Venezia il regista Uberto Pasolini torna con Nowhere Special, un film commovente tratto da una storia vera. Presentato da Lucky Red, il film è  in co-produzione con Italia, Regno Unito e Romania, prodotto da Picomedia, n.s.l., Digital Cube con Rai Cinema.

Il protagonista è John, lavavetri di trentacinque anni che ha cresciuto da solo suo figlio dopo l’abbandono della compagna. Di lei sappiamo poco, è tornata in Russia dopo la sua nascita lasciando solo un guanto e una fotografia, oggetti custodi del ricordo materno. John sta per morire ma nonostante l’avanzare della malattia si rende conto di avere ancora tempo per occuparsi di suo figlio Michael. Con l’aiuto delle assistenti sociali, troverà una nuova famiglia che possa prendersene cura. Ma come può scegliere per suo figlio quella più giusta per lui? Una ricerca disperata che si rivelerà in assoluto la cosa più difficile e più importante della sua vita. Con un linguaggio artistico in grado di scardinare le vicende soggettive per toccare corde di un comune sentire, nelle note di regia così parla Uberto Pasolini:

«Ho voluto girare questo film non appena ho letto del caso di un padre malato terminale che tenta di trovare una nuova famiglia per suo figlio prima di morire. Sebbene la situazione in cui si trovano i personaggi principali sia molto drammatica, la decisione in sceneggiatura è stata quella di avvicinarsi alla storia in un modo molto sottile, discreto, il più lontano possibile dal melodramma e dal sentimentalismo.»

Al di là di ogni tristezza, Pasolini raffigura un momento particolare della morte, il suo attimo prima, per addentrarsi nel legame d’amore tra un genitore e un figlio. Le riprese ritraggono un tempo sospeso in una città come Belfast (Irlanda) che nonostante tutto continua a scorrere inesorabilmente. Con uno sguardo attento all’ambientazione e alla caratterizzazione dei personaggi, il film riesce a rivelare molto più di quello che la trama racconta.

Un film che mostra come l’amore per un figlio può essere declinato in diverse sfaccettature. Alcune immagini rimangono impresse: ad esempio la scena della restituzione del peluches o quando John, dall’animo gentile, lancia uova contro le finestre per sfogare la rabbia di fronte all’ingiustizia subita. Di una delicatezza che lascia il segno sono le scene che immortalano il prendersi cura reciprocamente nella routine quotidiana. Dall’accompagnamento a scuola alla coccola della coperta, un affetto che si rivela anche nel gioco preferito di Michael quando lava il suo camioncino per emulare il padre.

Lo spettatore viene accompagnato per mano verso un percorso di accettazione. Dove si va quando si muore? Forse da nessuna parte, niente di speciale, come riporta il  titolo del film. Ma Rosemary, un’empatica vicina di casa interpretata da Stella McCusker, sembra dare un’altra chiave di lettura: ritorneremo nell’aria e saremo in ogni cosa.
Come un cerchio che si chiude, il padre riuscirà a trovare la forza per insegnare a suo figlio che la morte è parte della vita. Solo così Michael sarà pronto per ricominciare a vivere.

Il legame che si crea tra Michael e Jhon è qualcosa di sincero. La tenerezza del piccolo attore di quattro anni (Daniel Lamont)  e la bravura di James Norton crea un equilibrio unico.

«Volevo fare un film con scene scritte e recitate in modo sommesso e delicato. Una cosa possibile solo con un grande attore. Qualcosa che richiede un lavoro interiore importante ma che non si deve vedere. È James comunica molto senza recitare….» (U.Pasolini)

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