Villetta con ospiti

di Noemi Stucchi

Dopo capolavori come La bella gente (2009), Gli equilibristi (2012) e I nostri ragazzi (2014), il 30 gennaio è uscito sul grande schermo Villetta con ospiti, il sesto lungometraggio del regista Ivano de Matteo scritto a quattro mani con la compagna Valentina Ferlan.
Il cinema di De Matteo attinge dall’attualità dei fatti di cronaca. In particolare, Villetta con ospiti guarda al tema tanto dibattuto della legittima difesa parlando, seppur in maniera velata, del pregiudizio verso lo straniero nel complesso gioco di potere della società odierna.

Girato tra Bassano del Grappa e il comune di Grottaferrata (Lazio), le riprese sono state mitigate in un’unica pellicola dai toni autunnali per essere ambientato nel nordest italiano, in un piccolo paese in cui tutti si conoscono.

La storia si sviluppa nell’arco di 24 ore, in netta divisione tra il giorno e la notte, con uno spaccato tra l’esterno e l’interno delle mura domestiche. Insistendo su questo dualismo, de Matteo sviluppa un breve racconto (45 minuti per il giorno, 45 per la notte) con un repentino cambio di registro passando dalla commedia al noir. Un escamotage tanto semplice quanto efficace in grado ribaltare il punto di vista delle apparenze.

Giorgio (Marco Giallini) porta avanti l’impresa vinicola della famiglia della moglie Diletta (Michela Cescon). Come proprietaria dell’azienda, a detenere il potere è Miranda, l’insopportabile suocera interpretata da Erica Blanc. A lavorare come governante nella casa dell’anziana signora c’è una donna rumena, Sonja (Cristina Flutur) e il figlio Adrian (Ioan Tiberiu Dobrica) il quale prova simpatie per Bea (Monica Billiani), figlia di Giorgio e Diletta.

Alla luce del giorno, nella prima parte del film vengono presentati tutti i personaggi. Sono ritratti sociali più che individuali, figure distinte raccontate in base al ruolo e ciò rappresentano. Attraverso figure teatrali come le maschere del paese, De Matteo parla di un’Italia gerarchica e divisa per classi. Agli estremi troviamo l’industriale con la ricca moglie e una famiglia di immigrati che convivono sotto lo stesso tetto. A fare da contorno c’è il poliziotto (il commissario Ponti interpretato da Massimiliano Gallo), il prete (Don Carlo, Vinicio Marchioni), il medico (Bebo Storti nei panni del Dottor De Santis).

I personaggi si muovono nella scenografia del quotidiano tra la parrocchia, la parrucchiera e il bar della piazza.Tra gli spiragli dei riti borghesi, dalle chiacchiere e dai piccoli pettegolezzi si riesce a intuire come tutti abbiano qualcosa da nascondere.
I dettagli scomodi della “gente per bene” sono già evidenti alla luce del giorno.
La ricca moglie dell’imprenditore che tanto si adopera per la beneficenza è una madre depressa e ossessiva, il poliziotto è corrotto, il prete è fedifrago e il medico sembra non curarsi tanto dei pazienti quanto del suo conto in banca.

Il temporale del pomeriggio spazza via il sole, metafora introduttiva della seconda parte del film.  All’interno della villetta lo svolgimento è tanto claustrofobico da diventare incubo.
Nel cuore della notte qualcuno viene sorpreso ad intrufolarsi in casa. Colta dallo spavento e confusa dagli psicofarmaci, Diletta prende la pistola e spara. Ecco che in un momento c’è a terra un ragazzo benvoluto da tutti che non era lì per rubare.

Tutti i protagonisti saranno chiamati a rispondere a un fatto gravissimo. A partire da una pistola tenuta illegalmente, le colpe si contendono in un gioco a cui nessuno sembra essere escluso. Come recita la frase di lancio del film, «Un colpevole. Tutti complici. Nessuno innocente», ma nessuno si sente colpevole fino in fondo. Sembra che de Matteo non sia interessato a risolvere il mistero dell’assassino quanto a determinare i gradi di responsabilità dell’accaduto.
La famiglia borghese farebbe di tutto per conservare la tranquillità della propria reputazione. Neanche a dirlo, in uno scaricabarile collettivo a soccombere sono i più deboli. La vera colpa sembra essere la volontà di preservare le apparenze.

Efficace l’idea di tradurre visivamente la gerarchia sociale nella disposizione dei piani della villetta. Come un set teatrale, i personaggi sono disposti su una scala che sembra non avere fine in cui nei livelli più bassi  si trovano anche i più poveri.

In un continuo rimando visivo, le inquadrature agli animali del bosco tracciano un parallelismo con le vicende umane, come se tra conigli e lupi si potesse intravedere l’indole di una suprema legge di natura. Una crudeltà bestiale che ci accomuna alle leggi del branco e all’istinto di sopravvivenza del più forte.

 

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