di Cristina Ruffoni
Marty Supreme di Josh Safdie non poteva che uscire da tutti gli schemi e precedenti, primo fra tutti quello del biopic sul vincitore sportivo, considerando che il protagonista Marty Mauser è Timothée Chalamet, l’attore che più di tutti, per talento e fisicamente, incarna ed è diventato il simbolo di una nuova generazione completamente diversa da quelle del passato, che sembra fare tutto come non l’avevamo mai visto e per la prima volta, sullo schermo e nella vita, a partire dal suo modo di amare in Chiamami col tuo nome del 2017 di Guadagnino. Anche in questa storia, risulta surreale e camaleontico, venditore di scarpe di giorno a New York e di notte giocatore di Ping-pong, ossessionato dal perfezionismo. Antieroe per eccellenza ma ben diverso dai suoi predecessori, sia dal sublime e incoerente ragazzo Dustin Hoffmann nel Laureato ma anche da Leonardo Di Caprio, truffaldino ironico e calcolatore seducente in Prova a Prendermi.
Una campagna promozionale partita molto tempo fa intorno al film ci ha restituito l’esuberanza e le fattezze del personaggio anche nell’attore, che durante le apparizioni, sembra non voglia abbandonare il suo ruolo. Dove finisce Marty e inizia Timothée rimane un’ambiguità, non solo perseguita per uno scopo pubblicitario.
Proprio come Robert De Niro disposto a cambiare fisicamente e di personalità per i suoi ruoli indimenticabili, questo giovane Franco-Americano per cinque anni si è allenato duramente nel gioco del Ping-pong non accettando controfigure e si è sottoposto a ore di trucco per alterare il suo volto con acne e imperfezioni. Cambia però la morale della storia, l’antieroe di oggi non cerca il riscatto sociale o economico, non vuole essere migliore o sentirsi amato e tantomeno cambiare il mondo, segue una sua ossessione personale, disposto a tutto, a tradire, rinnegare, rubare, truffare e mettersi in pericolo e nei guai pur di realizzare il suo sogno, lontano anni luce da quello americano dei ribelli degli anni ’70 ma anche degli arrivisti e arrampicatori sociali degli anni ’80.
Occupando e attraversando la scena in continuazione e frastornando e ammaliando l’interlocutore, Marty/Timothée, travolge e inorridisce chi incontra e, a tratti, riesce a far cambiare genere al film, che si trasforma in una sordida e un po’ pulp vicenda di emarginati, tra sparatorie e inseguimenti nell’America degli anni ’50, fino a paventare una commedia decadente e romantica, quando è sulla scena Gwyneth Paltrow, che interpreta una “Grace Kelly dark” come lei stessa si è definita, ancora sexy ma con un fondo di malinconia, perché per la ricchezza ha rinunciato alle scene e ha perso il figlio morto in guerra, l’unico che ha amato.
Anche lei si lascia, suo malgrado, sedurre dal campione fallito, assetata di vitalità e di vibrazioni fuori dal lusso e dal buonsenso.
Nella prima parte della vicenda, Marty Supreme fa di tutto per risultare cinico, spregiudicato e insofferente ad ogni legame o responsabilità, perfino nei confronti della madre, salvo poi a piacere a tutti (proprio come Chalamet!), che nel tentativo di arrivare a Tokyo per prendersi la rivincita contro l’avversario giapponese, porta lo spettatore a schierarsi dalla sua parte e invidiare la sua determinazione e tenacia.
Oggi i giovani hanno ancora una vera passione da portare all’estremo delle loro visioni e nelle loro vite? Oppure non amano le complicazioni e neppure i pericoli che Marty sembra quasi sfidare e far accadere.
Ci sono nel film anche occasioni di grande poesia e lirismo, come quando lui regala una piccola pietra rubata dalle piramidi alla madre o nella scena finale si commuove davanti al figlio che non voleva neppure.
Allora il Ping-pong diventa un po’ come una una pedana elastica dove saltare altrove e comunque.
I ragazzi di oggi ritornano ad affollare i cinema proprio per lui, senza avere più complessi perché non hanno i muscoli e gli occhi azzurri di Brad Pitt o la forza invincibile di Sylvester Stallone, ma si sentono un po’ elfi e un po’ trasparenti e meravigliosamente fragili come il loro nuovo mito da amare, imperfetto ma anche incantevole.








