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Prendiamoci una pausa

Prendiamoci una pausa

di Cristina Ruffoni

Il regista Christian Marazziti ha avuto dalla produzione di “Prendiamoci una pausa”, ora in programmazione, il divieto di fare un film a episodi. Ha quindi radunato un cast di attori di notevole livello per architettare un intreccio di coppie di differenti generazioni, che affrontano la fatidica decisione di separarsi prendendosi una pausa, con tutte le conseguenze esistenziali, soprattutto emotive, che vengono messe in scena.

Parte alla grande questo terremoto sentimentale nonostante uno sfasamento temporale di vent’anni sotto traccia nella narrazione e nella voce fuori campo, che risulta poco chiaro, per poi perdersi in un finale scontato e melenso, rinunciando all’ambiguità e alla complessità stessa della vita che di questo mistero si alimenta e continua a risplendere pericolosamente.

I migliori attori risultano la giovanissima Aurora Giovinazzo, una autentica rivelazione e sempre credibile che interpreta Aurora, ragazzina combattuta a lasciarsi andare a una sessualità fluida alimentata dall’assenza dei corpi dei social e dalla necessità a comprendere cosa vuole essere e diventare. Un vulcano d’ironia Alessandro Haber, che rappresenta la generazione ultima degli ottantenni, forse l’unica capace ancora di osare, trasgredire e mettersi in gioco per essere felici.

Gianni, il finto avvocato interpretato da Paolo Calabresi, non ha bisogno neppure di prendersi una pausa da sé stesso, per capire quanto sia faticoso e inutile cercare di farsi amare, da più donne diverse, nella falsa illusione di trovare l’unica speciale che sfugge agli stereotipi.

Tutto gira intorno a Marco Giallini che riesce ad essere sempre convincente sia come padre che come marito fallito, anche se la sua potente presenza scenica avrebbe meritato dei dialoghi meno scontati e prevedibili, proprio per uno come lui, che ha retto nel passato ben altre interpretazioni.

La storia ci vorrebbe insegnare che, senza un aiuto psicologico difficilmente si arriva lontano, per poi rinunciare però a fotografare la realtà dove quasi mai tutto si risolve e si ricompatta allegramente come in questa storia e i fallimenti, che arrivano sempre, servono per cambiare scenario non per produrre un fermo immagine.

Il più adorabile rimane Fabio Volo con capacità canore inaspettate che interpreta il classico architetto di successo ma irrisolto, immaturo e noiosissimo, che giustamente viene lasciato nonostante le sue rassicurazioni e stanze di lusso.
Anche la scenografia degli ambienti del film, risultano sempre un po’ troppo datati e patinati, quando le stanze e gli arredi dovrebbero proprio parlare della nostra eclettica confusione e di un mondo che antropologicamente è in perenne divenire.

Il vero e insuperato maestro sul principio che la verità oggettiva è irraggiungibile, rimane il regista giapponese Kurosawa, con il suo capolavoro di introspezione Rashomon, sul tema pirandelliano della verità relativa, che lascia lo spettatore privo di una conclusione definitiva su chi sia il vero colpevole e cosa sia accaduto realmente.
Il Cinema italiano troppo spesso non rischia e perde delle occasioni per sfidare emotivamente e mentalmente il suo pubblico, anche se “Prendiamoci una pausa” trascina in sala i fedeli e sempre numerosi ammiratori di Marco Giallini.

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