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Andata e ritorno verso la libertà

25 Gennaio 2019
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di Marco Sessa

La storia che sto per raccontarvi è realmente accaduta e ha dai risvolti se vogliamo molto classici, da film americano a lieto fine, seppure si svolge in URSS prima ed in Russia poi. 

Quello che vi chiedo ora, è di fare con la mente un tuffo nel passato e di andare all’anno 1982: siamo in piena guerra fredda, il muro di Berlino non è ancora stato scalfito e Breznev è il Segretario generale del partito comunista dell’Unione Sovietica. L’Italia vince il suo terzo mondiale di Calcio in Spagna e muore tragicamente la Principessa Grace Kelly di Monaco in un incidente automobilistico.

Protagonista principale di questo racconto è un ragazzino di 14 anni che viene scaraventato in una realtà completamente diversa dalla sua, di cui allora forse nessuno occidentale era pienamente consapevole, e che per necessità è chiamato ad affrontare delle sfide più grandi di lui. Lo accompagnano in questa lunga storia alcuni adulti naturalmente, ed in particolare molti sentimenti come il dolore fisico, la distanza da casa e la bandiera Italiana.

Tutto ha inizio nel 1982 appunto, a Kurgan, una cittadina di 16.000 abitanti a 8.000 Km dall’Italia, in piena Siberia. Per nove mesi, ricoverato in un ospedale, il nostro protagonista affronterà prove direi estreme per la sua giovane età. Prima fra tutte la lingua, così differente e difficile; poi una cultura all’epoca considerata avversa e fatta di usanze, sapori, odori, molto distanti. Ma soprattutto, come dicevamo prima, conoscerà il dolore fisico e psicologico; la distanza da casa e dagli affetti. Nessuno apparentemente era ‘amico’ per lo meno nel concetto che lui conosceva. Tutto era ostile e faticoso: lo erano i suoi compagni di stanza nella quale vi era un nonnismo da caserma (aggravato probabilmente da un senso di invidia per quello che lui possedeva)[2]. Le infermiere erano sempre aggressive, dure; a volte pure un filo sadiche. E perfino gli stessi medici, spesso alteri, erano di poche parole e quelle poche nemmeno troppo chiare. Un ambiente ‘nemico’ che certo non lo ha aiutato nella sua permanenza. E poi il contesto: un ospedale appunto, circondato dalla tundra siberiana, in una zona militare quindi inaccessibile a chiunque.[3] + 30 gradi d’estate e – 30 d’inverso. Un ospedale d’avanguardia nel Mondo per le sue cure, ma altrettanto fatiscente, decadente, oltre che sporco, molto sporco, e arretrato tecnologicamente e proceduralmente. Insomma, il contrario di come immaginasse fossero gli ospedali. Le uniche consolazioni erano le telefonate con casa che si dovevano prenotare qualche giorno prima sperando che il collegamento andasse a buon fine, e le lettere. Quanto possono essere salvatiche le lettere: ognuno aveva il suo stile, nello scrivere e nel raccontare cosa accadeva nel suo mondo, a casa, in Italia[4]. C’erano le lettere provenienti da mittenti inaspettati, oppure quelle predilette. Alcune erano anche difficili da comprendere ma erano tutte bellissime perché lo facevano sentire per un momento felice. Tutto questo durò 9 mesi anche se sarebbero dovuti essere semplicemente 4 o massimo 5. Nove mesi di dolore fisico e lontananza. Fino a quando non arrivò la data ed il permesso per tornare a casa. Durante quel periodo si era fatto degli amici, aveva anche acquisito un certo rispetto visto che era diventato il più anziano della stanza e la lingua non era più un problema. Insomma, alcuni disagi con il passare del tempo erano svaniti. Era pure arrivato un nuovo giovane medico, Kostantino,. Kostantino rappresentava rispetto ai suoi colleghi più anziani il cambiamento che stava avvenendo nella società e che avrebbe poi portato al crollo del muro. Aveva voglia di conoscere il Mondo e così passava più tempo possibile con il nostro protagonista: di notte, quando era di turno, era l’occasione per giocare a scacchi, oppure per chiacchierare mangiando biscotti e marmellata preparati da sua moglie. Imparò velocemente l’Italiano e diventarono molto amici. Ma come dicevo era giunta la data del rientro e tutto era pronto. Abbandonare le amicizie con la convinzione che non si sarebbero più riviste, era molto triste ma la tristezza cessò all’aeroporto Sceremetevo di Mosca quando vide la livrea dell’Alitalia: verde bianca rossa. Italia. Casa. Il saluto cortese ed in italiano della hostess gli fece ricordare immediatamente le sue origini. Salire sull’aereo era già sentirsi in patria. Si continuava a dire che, qualsiasi cosa fosse accaduta, da quell’aereo non sarebbe mai più sceso se non a destinazione in Italia. Ad accoglierlo naturalmente tanti amici e parenti: un giorno intero di feste e di gioia difficile da dimenticare. Ma dopo tutti quei mesi non si era accorto che a mancare era stato anche altro come i colori ed i profumi. Già al suo arrivo in aeroporto, tutte quelle insegne, luci e pubblicità lo avevano quasi stordito. Era ormai abituato al bianco lattiginoso della tundra siberiana fatta di tronchi di betulle, cielo plumbeo e neve quasi tutti i mesi. E ancora di più quando gli capitò di passare davanti ad una panetteria alla mattina presto: il profumo del pane appena sfornato. Quanto è buono il profumo del pane.  Oppure ogni volta che entrava in casa, l’odore di pulito. Erano tutte sensazioni che fino ad allora dava per scontato e non ci aveva mai fatto caso. Insomma, solo adesso era davvero consapevole di essere tornato a casa.

Gli anni trascorsero e Kurgan era sempre un ricordo imprescindibile e non poteva essere diversamente. Finirono le scuole, l’Università, crollò il muro di Berlino; Le prime esperienze lavorative, grazie anche alla conoscenza ormai della lingua russa e iniziarono ad affacciarsi internet, il web. Pertanto un giorno decise di cercare in rete l’ospedale e riuscì ad entrare in contatto con Kostantino. Fu una nuova forte emozione che gli faceva capire che in realtà nulla era ancora terminato e qualcosa era rimasto in sospeso. Fu così che nel 2011 venne invitato dal nuovo direttore dell’ospedale a partecipare, in qualità di paziente e testimone di quell’importante esperienza, ad un congresso internazionale indetto per celebrare i 60 anni dell’istituto. Un invito al quale non si poteva rinunciare. Nonostante le paure, i ricordi e l’ansia di tornare in un luogo che gli era stato ostile, era un’occasione per chiudere un cerchio e rivedere i suoi vecchi amici. Nulla gli avrebbe impedito di partire. In quel viaggio di ritorno verso Kurgan tutto apparentemente era rimasto come allora: anche l’aereo della tratta interna era il vecchio modello Tupolev degli anni Ottanta. Le facciate delle case erano ancora le stesse e le strade erano piene di buche come nel 1982. Ma l’accoglienza fu da principe, ospite d’onore. E se la prima volta pianse costantemente per il dolore, in questo viaggio di ritorno pianse dall’emozione e dalla gioia. Non poté trattenere le lacrime quando scese dalla scaletta dell’aereo e venne accolto da una delegata fortemente imbarazzata che non seppe cosa dire. Ancora di più non riuscì a contenere l’emozione quando lo accompagnarono all’ospedale: ad attenderlo il direttore generale, Kostantino, e la banda con l’inno di Mameli e soprattutto la bandiera italiana, il tricolore. Lui in quel momento stava rappresentando i valori e la cultura della sua nazione un po’ come il portabandiera all’inaugurazione dei giochi olimpici. Con la sua presenza portava l’Italia in quel posto e non solo: portava il significato di Casa. Kurgan era diventata Italia, casa.

Al congresso gli venne dato l’onore di parlare per primo e al termine del suo intervento il direttore generale fece un lungo commento. Si rese poi conto che non solo era l’unico paziente ad essere stato invitato ma anche l’unico europeo presente al congresso. Anche il giornale locale gli fece una intervista con tanto di foto. Kostantino era molto felice e orgoglioso del suo amico italiano. Mentre tornò al suo posto, in platea, sentì una voce dal pubblico che lo chiamava. Era Nicolai Ilich, il suo primo dottore, un po’ ostico e sempre alticcio allora. Nicolai si precipitò letteralmente saltando quasi sulle poltrone – un po’ come fece Benigni quando ritirò l’oscar per il film ‘La vita è bella’- e lo raggiunse. Non dissero una sola parola: si strinsero in un abbraccio forte e profondo piangendo uno sulla spalla dell’altro. Mai era stato abbracciato in modo così intenso e sembrò che non finisse più. Con questo abbraccio, con questo gesto, pace fu fatta. Il congresso proseguì con gli interventi dei medici da tutto il Mondo: Stati Uniti, India, Pakistan Egitto, Giappone e tanti altri, e dopo qualche giorno arrivò alla sua conclusione.

Dopo avere fatto pace con sé stesso e con quello che Kurgan rappresentava fino a quel momento per lui, Il giorno dei commiati, fu molto difficile. Salutò il Direttore, Kostantino e tutti coloro che aveva ritrovato e salì sul pullman che avrebbe riportato i relatori all’aeroporto. Commosso, molto commosso, ma felice, molto felice, si sedette affianco ad un medico della delegazione pakistana il quale gli prese la mano e lo invitò a pregare con lui nel rito musulmano.

Questo breve racconto vuole spiegare che la libertà è prima di tutto uno stato d’animo. Non è necessariamente fisica o di possesso. Spesso per essere liberi basta un libro, della buona musica o anche un paesaggio. La libertà bisogna conquistarla quotidianamente dentro di noi.

 Infine credo che per essere liberi- che è diverso dal sentirsi liberi– si debba essere leggeri nell’animo e questo vuole dire che prima o poi si debbano fare i conti con le proprie paure e i propri fantasmi, perché spesso è solo una questione di come si guardano le cose. Penso che la libertà sia anche riuscire a vivere il presente senza rimorsi rispetto verso il passato, ovvero avere la consapevolezza che l’Oggi che viviamo è -per quello che ci riguarda- parafrasando Il candido Voltaire il ‘migliore degli Oggi possibili’.

Dimenticavo di aggiungere: quel ragazzino sono io.

 

[1] Va comunque detto che era accompagnato da sua madre

[2] Come giochini elettronici o piccoli oggetti di confort apparentemente di poco conto.

[3] Per richiedere i visti c’è voluto più di un anno con il coinvolgimento dei rispettivi Ministeri dell’Esteri, salute e difesa.

[4] C’era per esempio chi attaccava una striscia di barzellette della settimana enigmistica oppure chi scriveva in mille colori differenti.

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