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Studio Bolzani | Intervista a Lillo Bolzani

25 Gennaio 2019
257 Views
di Erika Lacava

“Il citofono prese a gracchiare. Armanda andò a rispondere.
«Galleria Bolzani. Ho un pacco per la signora Fumagalli».
«Prenda l’ascensore, ultimo piano
» rispose, sapendo che la Galleria Bolzani, che era in Piazza San Babila, oltre a esporre opere di artisti, vendeva bellissime cornici e non ricordava di aver fatto acquisti in quella galleria”.

Sveva Casati Modigliani, Suite 405, Sperling & Kupfer, 2018

Lo Studio Bolzani, galleria d’arte e bottega di raffinatissime cornici, nasce ufficialmente nel 1922, a Milano, fondata da Guido Bolzani, nonno dell’attuale direttore Angelo Bolzani, per gli amici Lillo, che in questo connubio tra arte e alto artigianato lavora fin dai tempi degli studi universitari. Attualmente si trova in zona San Babila, nella galleria denominata Strasburgo, che riporta a pavimento un meraviglioso mosaico a onda di Somaini, che si può ammirare dall’interno dello Studio Bolzani dal primo piano, riservato a galleria. Degna di nota anche la scala a chiocciola in bronzo, attribuita a Pomodoro.

Lo Studio Bolzani è una realtà milanese forte, che rinnova di generazione in generazione il suo prestigio. Seduta sulla stessa poltrona dove sono passati grandi nomi, da Arturo Toscanini a Maria Callas, da Mina a Edoardo De Filippo, oltre che personaggi legati a ogni schieramento politico, mi appresto ad ascoltare la storia di questa storica bottega d’arte.

 INTERVISTA A LILLO BOLZANI

Lo Studio Bolzani ha una lunga storia a Milano, quasi centenaria. La sua famiglia è da sempre legata all’arte e alle cornici?

Partiamo dall’inizio… Il nome Bolzani deriva dal nostro paese originario di provenienza, Bolzano Bellunese, su cui ho fatto degli studi per rintracciarne la discendenza. Ho ritrovato documentazioni su Urbano e Pietro Valeriano, letterato della fine del Cinquecento citato da Casanova nelle sue Memorie, che vuole dare un tocco di nobiltà alla famiglia facendola derivare dai Valeriani. Ma l’origine in realtà non è così nobile, anzi era più manuale. E questo è ancora il concetto che è stato alla base di tutta la nostra famiglia, cioè l’operosità, il costruire, il creare, e non solo con le mani. I nostri antenati Paolo e Benigno, che poi diedero il nome rispettivamente a mio padre e a mio zio, erano uomini di idee aperte e progressiste e per questo furono tra i Mille. Sostanzialmente è questo il modo in cui io vivo una bottega d’arte, con la semplicità manuale ma portando avanti delle idee. Se si pensa al termine “bottega” in italiano può risultare sminuente perché richiama una realtà artigianale, ma trasformato invece in francese, “boutique”, ha tutto un altro sapore. In questa parola c’è più testa, più estro, più cuore, ed è così che io intendo la mia bottega.

Da dove deriva il nome “Studio” di Studio Bolzani?

La denominazione “Studio” l’ho riesumato dalla frase che usava dire mio nonno quando usciva: “Mii vo’ in stüdii”. Ho mantenuto questo nome, oltre che per affetto personale, anche perché mi ritrovo in questa definizione della nostra attività. L’arte non deve essere solo commercio: ad ogni quadro che mi passa davanti devo sentirmi fortunato e devo sentire che quel quadro ha da raccontarmi qualcosa, che devo studiarlo e interpretarlo. Per esempio, guardando queste opere di Fattori ho capito qualcosa in più su di lui. Mi ero sempre chiesto come mai dipingesse i cavalli sempre un po’ scostato, in posizione arretrata, e guardando questi bozzetti ho capito che era la posizione che teneva in campo di battaglia perché veniva coperto dai militari. Le inquadrature delle opere risultavano quindi necessariamente arretrate. Si imparano tante cose guardando un’opera! (Sorride)

Può raccontarci l’inizio dell’attività di galleria?

Siamo alla fine del Quattrocento, ai primi del Cinquecento: i Bolzani fornivano alla Serenissima di Venezia legnami. Alla fine del Seicento vengono donate alla famiglia Bolzani come riconoscenza delle terre nella zona di Crema e Cremona, ed è da qui che ha origine, in senso lato, la galleria. L’attività della galleria ha inizio in senso specifico da mio nonno, Guido Bolzani, pittore appassionato d’arte, che scrive due libri sulla decorazione della seta, di cui uno premiato a Lione per le sue illustrazioni. Ai primi del Novecento mio nonno gestiva un setificio a Como. Con lo scoppio della Prima Guerra mondiale, dove mio nonno era stato fatto prigioniero, la nonna aveva venduto il setificio e così quando mio nonno tornò dalla guerra decise di ripartire dalla zona tra Crema e Cremona, a Castelleone, dove c’erano degli abili artigiani che lavoravano il legno. Qui il nonno inizia a lavorare  come rappresentante ed azionista della Saiap di Castelleone, Cremona, che all’inizio del Novecento realizzavano cornici e rosoni per soffitti di alto livello artigianale. All’inizio del secolo queste realtà legate alla manualità iniziavano a imbastire un discorso più strutturato a livello industriale, anche se la cornice in realtà non è un bene di consumo, non può essere prodotta in serie e in modo industriale… la cornice deve vivere insieme al quadro, quindi dovrebbe essere unica.

Quindi Guido Bolzani decide di dedicarsi all’attività delle cornici….

Angelo Bolzani, ph. Monica Silva

Mio nonno nel 1922, come rappresentante della Saiap di Castelleone, apre con un socio la Bolzani & Salvetti, con due negozi a Milano, uno in Sant’Andrea, tra Montenapoleone e San Babila, e uno in via Tommaso Grossi, in Cordusio. Qui mio nonno ha modo di far rivivere la sua passione per la pittura e per l’arte, ed è un primissimo esordio di galleria. Nel 1933 l’attività si è spostata in via Montenapoleone e qualche anno dopo in via Bagutta, fino a che nel 1937 è stato costruito dall’architetto Lancia il Palazzo del Toro in San Babila, tra via Vittorio Emanuele e Corso Matteotti, ai tempi Corso del Littorio. Siamo stati tra i primi a entrare lì, forse addirittura con il contratto d’affitto numero due. Qui abbiamo aperto ufficialmente la galleria, con uno spazio al primo piano dedicato all’arte, mentre il negozio di cornici era al piano terra.

Sembra una struttura parallela a quella della galleria attuale.

Non proprio, perché al Palazzo del Toro le due realtà erano separate: la galleria aveva un ingresso diverso, al numero 20 di Corso Matteotti, perché era un desiderio del nonno tenere le due realtà separate. Poi nel 1974 l’attività prettamente di galleria è stata gestita  da mio zio Benigno, mentre a mio padre Paolo seguiva il negozio di cornici. Oggi i tempi sono diversi e possiamo tenere uniti i discorsi senza temere di essere sminuiti, anzi. Il fatto di essere una galleria con annesso un negozio di cornici così antico ci dona il giusto valore, se si conosce il valore storico della nostra bottega.

Che legame c’è oggi con la Galleria Bolzani?

Galleria Bolzani è la galleria di mio cugino Alberto, figlio di mio zio Benigno. Io ho iniziato a lavorare in galleria rinunciando, con favore, alla laurea in Bocconi, e passando poi a Scienze politiche. Dopo un anno in galleria sono passato al negozio di cornici perché è arrivato a lavorare lì anche suo figlio. Le due realtà sono rimaste unite fino all’87 quando ci siamo separati. Nel 2010 abbiamo entrambi lasciato la sede di Palazzo del Toro in cui eravamo fin dal 1937, spostandomi io qui, in Galleria Strasburgo, e lui in via Morone, vicino alla Scala. Quello che ci unisce è la realtà storica comune portata avanti insieme per decine d’anni, con oltre 600 mostre realizzate e una specializzazione nell’Ottocento, soprattutto italiano.

Vedo dalla mostra in corso dei disegni di Fattori che tratta ancora oggi l’arte dell’Ottocento.

Sì, ma non solo. Ai tempi di mio nonno, uomo “ottocentesco”, veniva esposta solo la pittura figurativa, quella che ai primi del Novecento era tacciata come “arte cartolinare”. Poi nel corso del Novecento la pittura figurativa è stata recuperata. Oltre alla mostra attuale di Giovanni Fattori, ho esposto le sue incisioni, i disegni e le litografie di Marcello Dudovich, le incisioni di Albrecht Dürer, oltre agli artisti più moderni Umberto Lilloni, Gianfranco Ferroni e l’iperrealista Maurizio Bottoni. Attualmente collaboro con la Galleria Schubert con cui ho realizzato la mostra del giovane artista Alessandro Di Vicino Gaudio e il progetto “Art in a box”.

Come vive i due aspetti della galleria, le esposizioni e le cornici?

La moglie di Dino Buzzati una volta mi aveva chiesto “Come va con il mondo delle cornici?” E io le ho risposto “Bene! Io non voglio allontanarmi dal mondo della cornice perché mi permette di vivere il mondo dell’arte senza subirne i flussi”. Mi riferivo chiaramente ai flussi di mercato, alla trasformazione di ogni opera d’arte in opera di mero valore commerciale…

Progetta e realizza ancora oggi lei stesso le cornici?

Alessandro Di Vicino Gaudio, Lussuria, 2018 | Cornice realizzata in collaborazione con Studio Bolzani

Nello Studio Bolzani c’è sempre stato abbinamento tra opera d’arte e cornice. Io progetto e seguo la realizzazione, ma ci sono cose su cui naturalmente mi tiro indietro, come il restauro di opere o cornici antiche per cui ci sono delle persone addette. Ma come mio nonno, mi piace disegnare le cornici, inventarle. Il mio caro amico Giorgio Soavi le definiva “invenzioni cornicesche”… Il bello di lavorare con gli artisti viventi è che si possono studiare insieme le cornici. Si lavora insieme alla progettazione fino a raggiungere il risultato finale. Come nel caso di Alessandro Di Vicino Gaudio per cui ho disegnato e realizzato cornici uniche imponenti, che danno alle opere di questo giovane artista un aspetto imponente.

Infine: come ci si sente a gestire una galleria con una storia così lunga?

Ho appena ringraziato personalmente Sveva Casati Modigliani che nel suo ultimo libro Suite 405 cita Bolzani.

“Il citofono prese a gracchiare. Armanda andò a rispondere.
«Galleria Bolzani. Ho un pacco per la signora Fumagalli»
«Prenda l’ascensore, ultimo piano
» rispose, sapendo che la Galleria Bolzani, che era in Piazza San Babila, oltre a esporre opere di artisti, vendeva bellissime cornici e non ricordava di aver fatto acquisti in quella galleria”.

La protagonista apre il pacco e trova all’interno un suo ritratto a matita fattole da un personaggio del romanzo. Io mi sono sentito lusingato… e per ringraziarla, ho preso le due pagine e le ho messe in una cornice che le ho spedito. Sveva Casati Modigliani è stata così carina dal chiamarmi subito per ringraziarmi, era stupita di questo omaggio perché aveva solo citato una realtà milanese consolidata, di quasi 100 anni. E in una grande chiacchierata abbiamo convenuto quanto sia cambiata Milano ultimamente, che purtroppo ha perso gran parte della sua eleganza. Ma noi siamo qui per ridonargliela.

2 Commenti

  1. Complimenti per l’articolata e ben riuscita intervista. Francesco Botter

    • Erika

      Grazie infinite

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