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Atti Osceni, la regina contro Oscar Wilde

21 Gennaio 2020
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di Federica Piergiacomi

La regina contro Oscar Wilde, questa frase potrebbe portare gli spettatori a pensare  di trovarsi davanti ad un qualsiasi processo di uno sceneggiato giallo. 
Al contrario questa frase, che apre ognuno dei tre processi contro Oscar Wilde nella rappresentazione che Ferdinando Bruni e Francesco Frongia portano all’Elfo Puccini in questi giorni, delinea un scenario ben chiaro e tragicamente reale di ciò che portò alla morte civile e non solo del secondo più letto scrittore inglese dopo Shakespeare.
La legge inglese, che nel 1895 condannò Oscar Wilde a due anni di lavori forzati in carcere per “gross public indecency”, puniva gli atti “innaturali” tra individui di sesso maschile anche se commessi in privato, era ancora in vigore quando negli anni cinquanta del Novecento, per sfuggire alla pena lo scienziato Alan Turing si sottopose alla castrazione fisica e successivamente trovò il suicidio come unico modo di evasione. Tuttavia questa legge veniva applicata raramente e se indirizzata ad individui nobili o potenti solitamente non veniva applicata, per questo il processo a Oscar Wilde riscosse tanta attenzione.
Nel 1997 il drammaturgo venezuelano naturalizzato americano, Moisés Kaufman, portò in scena questa cronaca di una morte annunciata a causa della quale il noto scrittore inglese perse ogni cosa, dai beni che vennero confiscati, alla moglie ed ai figli che cambiarono il cognome.

Vent’anni dopo un armonico cast guidato dai registi F.Bruni e F.Frongia porta finalmente in scena in Italia questo testo regalandoci l’occasione per approfondire la vita di un uomo che cercava di portare l’arte al centro di ogni attività, fosse anche la vita privata.

La scena si apre sul primo processo, l’unico che Oscar Wilde (un bravissimo Giovanni Franzoni) ha intentato per diffamazione nei confronti del marchese di Queensberry (un altrettanto bravo Ciro Masella). Il marchese, padre di Alfred Douglas, “Bosie” (Riccardo Buffonini, perfettamente calato nella parte), con cui lo scrittore ha effettivamente una relazione omosessuale, lo accusa di Sodomia.

Il secondo processo è invece iniziato dal marchese, che denuncia i comportamenti del ben noto scrittore portando testimonianze di giovani (Edoardo Chiabolotti, Giusto Cucchiarini, Ludovico D’Agostino e Filippo Quezel, tutti bravissimi) che dichiarano di aver avuto rapporti di carattere sessuale con lui in cambio di denaro. Sotto processo in questo momento vediamo non un uomo bensì la bellezza delle sue opere e la complessità della sua arte. Questo processo si chiude con una corte confusa che lascia l’artista in libertà vigilata.
Il terzo processo dev’essere un esempio di moralità per tutta una società che sta diventando, in un’epoca bigotta come quella vittoriana, sempre più immorale. La condanna arriva diretta e inappellabile, due anni di reclusione e lavori forzati che lo porteranno tre anni dopo alla morte.

Il dramma di Kaufman si muove sinuosamente tra fonti, lettere, memorie, ricordi, flashback mescolandoli l’un l’altro giocando con disinvoltura attraverso il teatro politico di Bertold Brecht e di Erwin Piscator, non dimenticando il mélodrame ottocentesco e passando anche per il teatro di narrazione novecentesco, attingendo dettagli stilistici dagli stessi drammi di Wilde e approdando sul molo tra pulsione retorica e pulsione erotica.
Tony Kushner, autore indimenticabile di un’altro grande spettacolo ritornato in scena all’Elfo qualche mese fa, Angel’s in America, ci delinea
così questo testo:

“Atti osceni, nel suo intreccio di avidità, intelligenza, brillante dialettica, hybris, conflitto di classe, tragedia e commedia, raggiunge una dimensione shakespeariana, il che non significa una posizione di retroguardia, dal momento che in questi tempi di drammaturgia cauta, modesta e circospetta nell’allontanarsi dai confini del quotidiano, gli scrittori più genuinamente radicali della nostra epoca sono impegnati a (ri)scoprire l’inesauribile vitalità di Shakespeare.”

Nonostante le quasi tre ore di spettacolo, il ritmo è intenso e lo spettatore è incollato a quello che avviene sulla scena senza rischiare di perdersi in distrazioni. La scena è scarna, appena accennata, simbolica, per lasciare il giusto spazio all’arte di un uomo come Oscar Wilde aiutato un cast giusto e misurato.

 

 

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