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Che fine ha fatto il nostro bisogno di ribellione?

15 Marzo 2019
64 Views
di Federica Piergiacomi

All’Elfo con Bertolt Brecht ed Emanuele Aldrovandi per trovare una risposta ed essere cittadini migliori per il futuro.

Tamburi nella notte (Trommeln in der Nacht), il secondo testo teatrale scritto da Bertolt Brecht che fu rappresentato con un tale successo nel settembre del 1922 da vincere nello stesso anno il premio Kleist, è ora in scena al Teatro Elfo Puccini con la regia di Francesco Frongia.

Il contesto storico in cui viene scritto e messo in scena il testo per la prima volta è molto delicato. Siamo in Germania, negli anni del primo dopoguerra: il Paese è stato consegnato distrutto e debole ad un’altrettanto fragile repubblica. Il dramma, che in seguito verrà invece definito commedia, è ambientato nel gennaio 1919 a Berlino, che in quei giorni viene scossa dalla rivolta Spartachista, un movimento di estrema sinistra che combatteva con i fucili per trasformare la neonata Repubblica di Weimar in uno stato socialista sul modello di quello avvenuto in Russia due anni prima. In questo momento di repressione, di disperazione, di ignoranza, Brecht scrive questo dramma che racconta la storia di un amore diviso dalla guerra, dall’esistenza di una società malata e distruttiva che basa il suo procedere sulla morte lasciando poco posto agli elementi vitali.

Sono quattro anni che Anna aspetta il ritorno di Andrea, dato per disperso nelle trincee della Grande Guerra. Quella della protagonista femminile è l’attesa di un amore utopico, spinta dai genitori e dalla società, lasciata senza speranze dal conflitto. Alla fine acconsente a sposare Murk, un uomo arricchitosi con il commercio di contrabbando durante la guerra. Proprio il giorno del fidanzamento però farà ritorno il soldato che cercherà di riprendersi la sua amata, ma sarà incanalato nelle forze della rivoluzione Spartachista, finché, inaspettatamente, rinuncia alla rivoluzione per la tranquillità familiare.
Il testo rimane con un esito ambiguo, considerando il primato che l’autore tedesco conferisce alla politica in tutte le sue opere. Non esiste qui un ideale romantico della rivoluzione, ma una rinuncia ai sogni e alle utopie di un’ideologia a favore di un rinchiudersi in un individualismo borghese, forse più sicuro ma sicuramente più convenzionale. Il teatro diventa in questo modo soprattutto una testimonianza sociale.

A distanza di quasi cento anni dalla sua stesura, questo testo ci porta a confrontarci sul nostro bisogno di ideali, di ribellione e di autodeterminazione. La rivoltosa giovinezza dei personaggi, la presenza delle diverse classi sociali, tutte ugualmente disperate, la resa grottesca dei personaggi borghesi (madre e padre di Anna) sotto l’attenta regia di Francesco Frongia ci lascia con un’amara consapevolezza alla fine dello spettacolo: la cultura, allora come ora, è considerata rivoluzionaria, e il suono dei tamburi ormai è placato e silenzioso nelle nuove generazioni che sono disarmate davanti a un capitalismo distruttivo, ignorante e violento.

Lo spettacolo in scena in questi giorni al Teatro Elfo Puccini è molto fedele all’originale: nella sua destrutturazione e ricostruzione sono già presenti gli elementi stranianti del teatro brechtiano che conosceremo nelle sue opere più mature, l’alternanza di canzoni e recitazione e l’uso delle scritte. Lo spettacolo inizia con un sipario chiuso con bandiere rosse sgualcite e la Ballata del soldato morto. Alla fine di questa, con scritte e cartelli, assistiamo ad un proclama di Rosa Luxemburg, che nel testo originale non esiste, che si affaccia dal sipario in una finestrella ritagliata. La scena è pensata molto bene da Erika Caretta, parte con il sipario e subito dopo uno spazio angusto che rappresenta la casa di Anna e della sua famiglia. Man mano che il dramma borghese si allarga dalla famiglia alla società la scena di allarga con esso, accompagnata da immagini e giochi scenici molto accattivanti. Lo spettacolo non ha mai dei momenti di rallentamento, il ritmo non è costante ma è variegato tanto da non perdere l’attenzione neanche per un minuto.

La versione scenica di questo dramma borghese proposta in questi giorni al Teatro Elfo Puccini, è affidata ad Emanuele Aldrovandi a cui abbiamo fatto alcune domande sul suo lavoro.

Essendo questo un testo già esistente, qual è stato il tuo lavoro per Tamburi nella notte che ora è in scena al Teatro Elfo Puccini?

Inizialmente si doveva trattare solo di una traduzione. In seguito è arrivata la consapevolezza, mia e di Francesco, di dover cambiare alcune cose per rendere più fruibile il testo. Molti dettagli non sono chiari e comprensibili per il pubblico di oggi, così ne è nata una versione scenica con delle licenze in stile brechtiano. Ad esempio è stato aggiunto il personaggio di Rosa Luxenburg, che chiarisce il contesto in cui si svolge l’azione; nel testo originale di Brecht non è presente, ma in questa versione abbiamo deciso di aggiungerlo mantenendo uno stile che è quello che avrebbe mantenuto l’autore dei drammi più maturi. Il personaggio infatti rompe la quarta parete e si rivolge direttamente al pubblico, venendo inizialmente presentata tramite i cartelli e coinvolgendo quindi l’aspetto straniante delle scritte in scena. Insieme al regista abbiamo deciso anche di cambiare le canzoni: molte sono di drammi più maturi ma musicate dagli attori stessi.

Stiamo vivendo un momento storico particolare: abbiamo una classe dirigente che sta portando il Paese sull’orlo del populismo, che sembra incarnare il volere del popolo ma che si sta imponendo sempre di più come altre prima di lei, deridendo ciò che possiamo chiamare democrazia. In questo contesto, la scelta di un autore come Brecht, che ha sempre avuto una grande fiducia nel popolo, e la scelta di un testo come questo immagino non siano casuali.

Lo spettacolo nasce quasi tre anni fa. Il testo è stato scelto da Francesco, in una situazione politica in cui ancora non si poteva vedere quello che sarebbe successo nel nostro Paese, ma forse i semi erano già stati piantati e qualcosa si avvertiva senza esserne completamente consapevoli. Spesso mi capita però di essere profeta di sventure.

Partendo da Tamburi nella notte possiamo dire che negli anni fra le due guerre il teatro in Germania sta cambiando: non è più solo un sollazzo per la classe agiata ma diventa un teatro con il compito di insegnare e di far ragionare il popolo su ciò che sta succedendo. Brecht di questo si fa portavoce: anche nei tuoi testi spesso si ritrova un filo storico-politico-civile. Che ruolo speri che abbia il teatro nella nostra società?

Non credo che il teatro possa avere un impatto sul presente, poichè il tempo di gestazione di uno spettacolo non è adatto al presente, ma credo che possa avere un forte impatto sul futuro. Gli spettatori non possono distrarsi, sono costretti all’hic et nunc, al qui e ora, costretti ad immergersi in un discorso profondo, a cui non possono scappare senza un ragionamento. Questo porta a scardinare i modi del pensiero, e si esce arricchiti. Io credo che il teatro possa creare cittadini migliori per il futuro. Gli spettatori devono uscire arricchiti sul piano umano, altrimenti il teatro muore.

Questo spettacolo ci suggerisce, invitandoci a scegliere se passare dalla simpatia all’antipatia verso Andrea, che la costruzione di un’utopia e quindi di un ideale parte dal renderci conto del nostro bisogno di ribellione e che le nostre scelte private possono migliorare poco alla volta il mondo che ci circonda, e quindi garantirci un futuro migliore.

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