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Caveman – il Gigante nascosto

di Ludovico Riviera

Da studioso e cultore dell’arte non è facile per me scrivere nei riguardi di un film come Caveman – Il gigante nascosto, lavoro del giovane Tommaso Landucci, al suo primo lungometraggio. Presentato alla Biennale Cinema di Venezia (scopri di più qui), è un documentario d’introspezione dedicato ad un misterioso personaggio dell’arte italiana, quasi sconosciuto al sistema dell’arte ufficiale: Filippo Dobrilla, un eremita rifugiatosi sulle alpi apuane, riverso sulle sue opere, prodotte nelle fattezze quasi ferine, dalle positure in bilico, simili a quelle del loro autore.


È facile capire perché Dobrilla, approdato alla scultura dopo gli esordi come speleologo, abbia preferito l’isolamento montanaro al tentativo di affermazione (comunque avvenuta grazie al provvidenziale intervento di Vittorio Sgarbi) nel mondo dell’arte: il film, girato nel corso di 4 anni, cerca di fare presa sulle idiosincrasie di una persona che, fin dalla giovane età, fa i conti con una sensibilità smisurata, la quale gli impedisce di adeguarsi ai ritmi cinici di un sistema mercantile spesso crudele, com’è quello dell’arte contemporanea.
Dobrilla preferisce dominare la propria vita non spendendosi ai compromessi della mondanità, oltre che i propri impulsi che, attraverso l’ascesi sublimano in candide sculture – opere che rivelano un’omosessualità espressa in giovinezza, sfogata fugacemente proprio nel buio delle grotte esplorate. In seguito, Dobrilla trova la complicità di donne che divengono compagne, mogli e madri dei suoi figli: un’esistenza del genere è certo degna di quella dei tormentati scultori che ispirano l’opera del nostro, Michelangelo e Benvenuto Cellini tra gli altri… Come per i suoi numi tutelari, lo spettro di una natura incontenibile, fragile ma egoriferita, umilmente narcisista eppure intransigente, trova forma nel capolavoro nascosto dell’artista, che coniuga in esso il mestiere dello speleologo col tribolare dello scultore: un’opera colossale, lavorata all’interno di una profondissima grotta e lì rimasto, pressoché invisibile, disteso nel buio: un gigante dormiente.

Così la genesi del monumento (negli ultimi momenti della sua lavorazione, durata decenni) arriva a combaciare con la realizzazione del documentario, la cui produzione viene flagellata non solo dalla pandemia, ma anche dall’improvvisa scoperta della malattia che colpisce Dobrilla, della quale perirà nel 2019.
Già dal titolo, Caveman si riferisce ad una vita antica, addirittura misterica, il cui apice si svolge in luoghi inospitali per la maggior parte di noi. Le ampie riprese descrivono da un lato la tranquillità e il silenzio delle foreste, della vita pastorale del suo protagonista, la cui voce narrante accompagna lo spettatore; ma anche la vertigine della discesa in grotta, ove l’artista si snuda e, da vero primitivo, si impegna a foggiare violentemente la dura pietra: queste sembrano essere le sue vere fattezze.
La fatica immane per un opera che non verrà vista è la conclusione di una vita all’insegna della contraddizione, che termina nell’artificio di un’ospedale moderno: il rientro nella contemporaneità, è per Dobrilla sinonimo di sparizione.

Sebbene sia strumentalmente basato su molti dei cliché romantici che, nonostante le ingerenze del protagonista narratore, strutturano anche il mondo dell’arte odierno, Caveman è uno di quei film che vanno consigliati perché in grado di offrire uno spaccato su vite ritenute ‘alternative’ ma che, in effetti, corrispondono più ad una prova – si spera scomoda – che un compromesso più antico è possibile, che un modo di vivere originario, dal quale tutti proveniamo, è ancora attuale.
Caveman è un film che, benché venato della malinconia di una sparizione precoce e immeritata, stimola alla riflessione e incoraggia implicitamente chi sa d’esser capace di chiuder tutto e scappare; o, come dice il protagonista, salvarsi, andandosene via, da una massa, una civiltà più inospitali di una natura matrigna.

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