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Dune

Dune

di Ludovico Riviera

Hollywood è un’industria che oramai da tempo sta evolvendo il suo modo di produrre intrattenimento: da un paio di decenni oramai vediamo sempre più spesso film prodotti in cicli di più pellicole, tratte da fumetti e libri (la trilogia de Il Signore degli Anelli, la serie di Harry Potter e le prime opere moderne ispirate al mondo Marvel uscirono tutte nei primi 2000) o prodotti dall’estensione, spesso insalubre, di franchise efficaci al botteghino (pensiamo ai 9 Fast & Furios, per esempio), molto meno artisticamente. Il film autoconclusivo è oramai quasi raro, come rari sono i prodotti di effettiva qualità. Il fenomeno ha più cause: potrebbe essere una reazione all’ascesa delle serie tv – tipologia audiovisiva a cui dovremmo trovare un nuovo nome – di cui sono responsabili le piattaforme digitali; oppure una risposta alla logica ipertestuale della rete, per la quale non basta mai una storia singola: bisogna sempre saltare di palo in frasca, produrre e dilazionare sempre più contenuti, fidelizzare gli spettatori.

E sebbene il nuovo DUNE di Denis Villeneuve non manchi di compiacere questa logica serialista (è bene dirlo subito: sottotitolata in originale “Part One”, la pellicola è tratta dalla prima metà del primo libro Dune Frank Herbert del 1965) lo si perdona perché, guardandolo, risulta chiaro come non sia stata una mossa di mero marketing, bensì una consapevole scelta registica. Anzi. DUNE si autodenuncia sin dai primissimi fotogrammi come un’opera mastodontica, concepita per celebrare specificatamente la dimensione cinematografica, e realizzata col chiaro scopo di intimidire lo spettatore con un profluvio di immagini potenti ma austere, canalizzate da un gusto rispettoso del romanzo e (forse troppo) sobriamente attente nel modernizzarne l’originale portato immaginifico pre-settantiano: c’è opulenza, ma non sfarzo nel film di Villeneuve; la sua imponente ma funzionale estetica soffoca gli eco, pur presenti, delle influenze lasciategli dei suoi già parecchi predecessori: il mai realizzato progetto di Jodorowski (di cui rimangono progetti di H. R. Giger e Moebius); il kolossal fallito di Lynch del 1984 (divenuto comunque un cult); le miniserie di inizio millennio, Frank Herbert’s Dune del 2000, e Frank Herbert’s Children of Dune del 2003. Tutti queste realizzazioni hanno già stratificato un immaginario ben preciso dell’universo feudale herbertiano, immaginario che Villeneuve rispetta con dedizione, conferendogli però delle tinte oscure – a tratti lievemente horror – che per alcuni tradiscono però lo spirito fastoso e kitch dei predecessori.

Lo sforzo tecnico predisposto dal regista canadese serve invece a supportare una trama che, lentamente, introduce nuovamente l’universo herbertiano al pubblico: Paul, il protagonista, è il predestinato rampollo del ducato Atreides, famiglia incaricata dall’imperatore galattico di prendersi carico del pianeta Arrakis, un deserto da cui si estrae la Spezia, sostanza psicoattiva che conferisce capacità precognitive agli utilizzatori, nonché strumento fondamentale per il tracciamento delle rotte intergalattiche. Il monopolio della preziosa sostanza viene deliberatamente sottratto al baronato Harkonnen che, espulso dal pianeta, coglie l’occasione per vendicarsi dei suoi rivali. Ma questo scenario politico – perfettamente aderente, nei suoi funzionamenti, al vero feudalesimo europeo – è solo il contesto in cui deve compiersi il destino del giovane Paul, la cui nascita è il risultato di un progetto secolare atto a manifestare nell’universo un nuovo messia. Di questo futuro il protagonista ha già parecchie visioni, le quali implicano la rivolta del popolo Fremen, i nativi di Arrakis oppressi dall’estrazione della spezia.

Il DUNE di Villeneuve trova quindi nella serialità un modo per giustificare il proprio zelo allo spirito del romanzo originale, minuziosamente (seppur con minime variazioni) trasposto in uno spettacolo che produce reverenza per la serietà del senso marziale, del misticismo propri di un ideale medioevo fantascientifico, minuziosamente riportati nello schermo con dovizia di particolari. Particolari che, peraltro, si riescono a gustare con molta calma, vista la lunga durata del film.
Sì, indubbiamente la sceneggiatura, che tronca la storia in corrispondenza di circa metà del libro da cui è tratta, può far storcere il naso, e lascia l’impressione di un lunghissimo (a tratti vagamente prolisso) prologo. In realtà, il film possiede tutti i requisiti di un’opera pressoché completa, al netto della narrazione interrotta: la scansione degli eventi non è parca di colpi di scena, capaci di irretire anche chi è perfettamente a conoscenza della trama intera dell’opera herbertiana. Questa prima parte si gioca nel momento shakespeariano di rottura dell’equilibrio iniziale: i feudi si distruggono, le inimicizie si palesano. I personaggi, poi, riescono a suscitare genuina curiosità e interesse, e il mondo di DUNE, infestato da affascinanti misteri para religiosi, è pronto per essere esplorato. È naturale che la produzione di questo magistrale antipasto non soddisfi l’appetito di tutti gli spettatori: ma sapendo cosa si sta guardando, si hanno anche i mezzi per sopportare le angherie di uno spezzettamento tutto sommato non arbitrario, ma giustificato dai mezzi e dalla ferrea convinzione di un regista che sa ciò che fa.

Parlando di difetti che, invece, ho riscontrato nel film, è proprio il dosaggio dell’aspetto più messianico e spirituale della storia ad avermi lasciato interdetto: spesso esasperato con visioni coadiuvate da una colonna sonora (bellissima, riconoscibile opera di Hans Zimmer) a tratti troppo ricercatamente etnica, nella lunga durata si ha l’impressione che una minor enfasi su certe scene sarebbe stata non solo possibile, ma addirittura benefica al risultato finale. Senza alcune di esse, potremmo aver goduto anche di una comoda riduzione del lungo minutaggio, senza intaccare sostanzialmente l’allure religiosa evidentemente tanto cara sia a Villeneuve che ad Herbert stesso. Sottolineare così tanto l’aspetto, misterico che io stesso apprezzo moltissimo, rischia seriamente di inquinarne il fascino, forzandolo.

Poco male, comunque: Dune è un film che merita di essere visto in virtù di una maestosa grazia, veicolata attraverso ritmi lenti – anch’essi piuttosto rari nel mondo dell’intrattenimento audiovisivo – e che nonostante un cipigli a tratti eccessivamente serioso, potrebbe gettare il seme di una rinnovata dilatazione delle tempistiche cinematografiche, non più frante da stimoli in rapida sequenza, ma cadenzate in capitolazioni rigide, dalla spiccata valenza estetico-meditativa che il cinema commerciale pare avere disconosciuto nella maggior parte dei casi conosciuti.

Dunque benvenuto DUNE – Part One, forse il primo film veramente riuscito tratto dai romanzi di Frank Herbert. Speriamo non l’ultimo.

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