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Federico Castelbarco Albani, gentleman di oggi

10 Ottobre 2016
2.630 Views
di Miki Solbiati e Marta Tonetti

Federico Castelbarco, è uno dei soci del bistrot Take Away di via San Marco 33.
Nel cuore di Brera un luogo autentico, che ha mantenuto negli anni il sapore della vecchia Milano.
Un vecchio pub che propone anche una piccola cucina di tradizione lombarda. L’atmosfera è raccolta e molto retrò.

TAKE AWAY BISTROT
via san Marco 33, Milano
www.takeawaybistrot.it

Interno del TAKE AWAY BISTROT

Interno del TAKE AWAY BISTROT

I tuoi studi hanno attinenza con il tuo lavoro da ristoratore?

Non particolarmente, ho fatto Scienze Politiche, per cui non hanno un’attinenza specifica. Io faccio questo lavoro per passione, perchè mi piace molto. E’ una passione che ho sempre avuto e respirato in casa, passione per il buon cibo e la cucina, infatti poco fà ero al mercato!

Parlaci del tuo ristorante TAKE AWAY, ora avete aperto anche la pasticceria. Le vostre specialità?

Il Take Away è un locale storico di Milano, è sempre stato un bar-bistrot di Brera ed è uno dei pochi rimasti tra quelli nati negli anni ’70, tra poco faremo quarant’anni dall’apertura. Si contraddistingue per una cucina italiana molto semplice con accenni milanesi, quindi risotto, osso buco, cotoletta ecc.., con una carta limitata perchè funziona anche da bar, per gli aperitivi. La specialità è sicuramente il risotto alla Milanese.
Abbiamo appena aperto la pasticceria che si trova di fronte e tra le specialità c’è la pasticceria mignon.

Com’è nata l’idea di questo ristorante così noto?

Attraverso un mio amico che è il mio attuale socio, il quale aveva un altro locale sempre in via S. Marco, poi si è aperta la possibilità di prendere il Take Away, io a quel tempo lavoravo altrove, mi ha chiesto se volevo entrare e così l’abbiamo preso, con varie vicissitudini e con vari soci, ma alla fine siamo sempre io e lui.

Nelle tue passioni da gentleman ci sono il cavallo e il calcio, hai qualche altra passione che ti rende un signore dallo stile inglese?

Io non ho assolutamente la passione del cavallo, ce l’hanno le mie  figlie, non io. Io ho in assoluto la passione per il calcio, mi piacciono anche tutti gli altri sport, li seguo, ma la passione vera è il calcio.

Come hai conosciuto Andrea Solbiati, in che anni?

Alla fine degli anni ’80, nell’’88/’89, al Clubino. Lui ebbe questa meravigliosa idea di fondare la squadra di calcio del Clubino e mi chiese un aiuto perchè sapeva che io già giocavo e avevo questa passione, così insieme la fondammo e la portammo avanti. La squadra c’è ancora adesso, con altre forze chiaramente, ma io sono ancora li. Sono ancora il capitano! Lo ero in quell’89 e lo sono ancora adesso!

Lui ti voleva un bene immenso, ti adorava. Come te lo dimostrava?

Ci sentivamo tutti i giorni, ci telefonavamo una o due volte al giorno, per sapere come stavamo, per commentare i risultati delle partite di calcio e parlare della nostra squadra. Poi da li parlavamo di tutto, di viaggi ad esempio, un’altra passione che ci accomunava.
Ci vedevamo una volta a settimana perchè giocavamo, erano amichevoli, ma era divertente fare la squadra, la tattica e confrontarsi.
Comunque anch’io lo adoravo.

squadra-papa

Andrea Solbiati al centro con maglione rosa con la squadra del Clubino

Com’è nata l’idea della squadra di calcio dei giovani del Clubino?

L’ illuminazione fu di Andrea. Al circolo si praticavano diversi sport, ma non il calcio che era considerato forse un po’ troppo volgare, così sullo stile delle grande rivalità come Oxford e Cambridge volle inventarsi la sfida con il circolo dell’Unione, quindi le squadre di calcio in questi due circoli sono nati in corrispondenza all’idea di Andrea. Facemmo una prima sfida nell’89 e nacque appunto tutto lì.

Cosa ricordi di Andrea come allenatore, come gentiluomo, come amico, ti è rimasto in mente qualche aneddoto che lo riguardava?

Gli aneddoti sono tantissimi. Lui voleva che la squadra giocasse bene, quindi aveva una tattica. metteva i mancini a destra e quelli destri a sinistra. Ed è geniale, è una tattica che usano diversi allenatori.

Da Punta Ala all’Inghilterra molte trasferte vincenti con questa squadra, ce ne parli un poco per la nostra rivista, ad esempio le curiosità, le partite più importanti?

Un aneddoto molto curioso riguardava proprio la trasferta in Inghilterra, con gli universitari norvegesi e quelli di Manchester, quindi andammo una settimana in Inghilterra e anche per una serie di divertimenti assortiti. Mi ricordo di una sera, dopo una sconfitta cocente contro una squadra fortissima norvegese under 18, al posto di deprimerci andammo in discoteca per festeggiare la sconfitta e Andrea disse “io non vengo, sono anziano ma se quando siete li è bello, allora chiamatemi.” Così lo chiamammo, lui si vestì, uscì e venne! E questo è fantastico! Andammo a casa tutti contenti verso le tre del mattino. Qualche giorno dopo giocammo contro gli universitari di Manchester e vincemmo! Non abbattersi mai nella sconfitta!

punta-ala-trasferta

A sinistra Federico Castelbarco e a destra Francesco Sbisà detto “Buitre” in una trasferta a Punta Ala

Giocate ancora con questa squadra e che cosa è cambiato senza Andrea?

E’ cambiato che l’organizzazione la gestisco io insieme a Guglielmo Manetti. Lo spirito è assolutamente rimasto, quello spirito di grande amicizia tra i componenti della squadra, di grande divertimento, di scherzo e di rispetto per tutti, anche verso gli avversari. E’ sempre comunque  l’espressione di un circolo di un certo tipo.
Sulla scorta di quelle trasferte meravigliose che abbiamo fatto, (andammo anche in Sardegna, a Punta Ala ospiti di Andrea ecc.) è rimasto grazie a lui questo spirito che io ho raccolto in un torneo dei circoli italiani a Roma e sono riuscito a fare per due anni un ottagonale quindi con otto circoli, ho proposto e realizzato un quadrangolare con i circoli di Genova, dove ogni anno andiamo, quindi l’idea di trasferta è rimasta.

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