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poster del film Heat-la sfida di Micheal Mann con Al Pacino e Robert de Niro

Heat-la sfida. Il film di Micheal Mann al Locarno Film Festival

di Ludovico Riviera

Sarà proiettato al prossimo festival di Locarno (nel programma “Piazza Grande”, soggetto dunque al voto della giuria più ampia del mondo, quella composta da tutto il pubblico della piazza) un classico del repertorio di Micheal Mann (1943), il riconosciuto maestro del moderno cinema d’azione americano, forse la sua pellicola più celebre: Heat – La Sfida, del 1995.
Il film è impreziosito dall’eccelso carattere delle interpretazioni di due ormai leggendari interpreti, Robert De Niro e Al Pacino, nel ruolo dei due protagonisti/antagonisti, nella prova recitativa che consolidò il loro sodalizio attoriale iniziato col Padrino – Parte II di Francis Ford Coppola nel 1974.
Se non vi è possibile presenziare al festival, il film è nel repertorio disponibile agli abbonati di Prime Video.

il regista Micheal Mann con Al Pacino e Rrobert de Niro sul set del film Heat-la-sfida.

Micheal Mann, Al Pacino e Rrobert De Niro. Photo Credits delle immagini inserite nell’articolo: movieplayer.it

Rinfreschiamoci dunque la memoria, che ne vale certamente la pena: Heat è un classico stagionato che forse, oramai, appassionerà solamente gli adepti di quel momento ambiguo del cinema thriller che – reduce dal perbenismo ottantiano, ma già perfettamente a metà di quell’evoluzione del gusto che avvenne negli anni ‘90 – stava già canalizzandosi verso le esagerazioni odierne, basate sulla reiterazione ossessiva di una violenza grafica, estetica tautologica che riempie, di e con movimentati pleonasmi, la contemporaneità audiovisiva. Proprio per questo suo essere perfettamente a metà fra due mondi e modi del cinema, Heat – La sfida può trovare oggi delle nuove chiavi interpretative che, al momento della sua uscita, magari non potevano ancora emergere.

Il film si struttura per mezzo di una drammaturgia tradizionale, quasi mitologica: due uomini, dalle simili caratteristiche ma speculari per ruolo (Pacino è Vincent Hanna, tenente veterano della polizia losangelina; mentre De Niro impersona Neil McCauley, un espertissimo ladro e, occasionalmente, freddo killer: sono entrambi personaggi che scopriremo tormentati nonché religiosamente dediti alla loro professione) e quindi in opposizione, sono intenzionati a vivere l’odissea del loro antagonismo fino alla fine, qualunque essa sia.

Al netto del canovaccio tradizionale, la trama è elaborata, ricca di personaggi e incroci, ma continua a svilupparsi linearmente, in maniera quasi ovvia: fin da subito infatti si intuiscono chiaramente certi risvolti del racconto i quali, puntualmente, si risolveranno prevedibilmente più tardi. Merito della pellicola è che tale apparente banalità non toglie alcun grammo di tensione alla visione, la quale raggiunge i suoi vari climax dopo una serie di crescendo narrativi che, in maniera cadenzata, seguono i movimenti dei due protagonisti, l’uno a caccia dell’altro – memorabile, a metà film, il dialogo tra i due, che sancirà la posta in gioco della partita in atto.

Come detto inizialmente, Mann è uno degli artefici del graduale ma inesorabile processo di estetizzazione della violenza ormai connaturato alla cinematografia d’oltreoceano; trovo perciò opportuno, per vicinanza anagrafica e compartecipazione al medesimo processo, proporre un rapido confronto col certamente più noto Pulp Fiction, di Quentin Tarantino, uscito proprio l’anno prima del nostro, nel 1994. Se l’immaginario tarantiniano si costruisce sull’originalità dei montaggi, che ricercano spasmodicamente uno stile narrativo inedito (e veramente esagerato, appunto, pulp); corroborato dall’attenzione al grottesco che, proprio da Pulp Fiction in avanti, avremo sempre in Tarantino; Mann, di canto suo, si assesta invece su canoni registici dai toni aulici, classicheggianti: la raffinatezza dei montaggi non è di per sé rivoluzionaria, bensì riflessiva. Ancorché elegantemente frenetica, la regia di Mann è sempre finalizzata a restituire un’immagine icastica del dramma insito nella forza dei personaggi, originatasi dalla loro assenza di scrupoli; non per caso, essi finiscono per farne ricadere il peso sui loro cari.

Heat diverte, ma preserva anche altre qualità più contemplative. Qui non si può non menzionare l’incredibile lavoro alla fotografia del maestro italiano Dante Spinotti (classe 1943), capace di sublimare la tensione emotiva in certe, soprattutto le tranquille pause sentimentali tra una sparatoria e un inseguimento, magnifiche scene grigio violacee, la cui composizione risente di palesi influenze romantiche. E’ infatti proprio il romanticismo la matrice culturale alla quale Mann credo si rifaccia: i suoi (anti)eroi non sono mai ‘totali’, ma al contrario la loro eccezionalità dipende dalla misura del sacrificio personale che sono disposti a fare.
Sia Hanna che McCauley anelano, guardandola da lontano, la vita ‘normale’: intessono relazioni, matrimoni, tentativi d’amicizia… Ma ogni rifugio è temporaneo, ed entrambi riconoscono di non poter rinunciare all’istinto che li guida ciascuno verso il proprio scopo, oltre che l’uno contro l’altro.
Come al solito, ci ritroviamo di fronte ad una tragicità moralista tipicamente anglosassone, romantica appunto: Heat parla dell’incapacità di vivere derivata dalla totale, cieca devozione al proprio demone, che conduce gli eroi verso la fine o ad un accenno di follia, impossibile da sopportare per le persone che li circondano, che finiscono per pagare il contrappasso dell’accanimento professionale dai tratti quasi ossessivi.

Il neo del film, l’unico, è da trovarsi in un aleggiante aroma stantio che promana dalla conformazione stereotipica di ruoli e generi – ad esempio, è impossibile non notare come le donne siano comunque sempre subalterne, nonostante l’ottima modellazione dei personaggi; vengono tuttavia quasi sempre ricattate dal protagonista maschile – un difetto che probabilmente risulta oggi più evidente rispetto a qualche anno fa: ma si sa, il romanticismo ha i suoi (talvolta inefficienti e antiquati) crismi da rispettare; d’altro canto il film non risparmia una sottile critica ad una società statunitense incapace di assorbire i propri traumi.

Diane Venora e Al Pacino in una scena di Heat-la-sfida di Michael Mann

Diane Venora e Al Pacino.

Mann, anche se nella confezione dell’azione, non rinuncia ad offrire uno sguardo speculativo ed esistenziale sull’oggetto di ripresa: rimane tutto sommato un romanticismo carico di sentimenti antichi, il suo, il quale ricordiamolo è anche reduce dello storico L’Ultimo dei Mohicani, del 1992, tratto dall’omonimo romanzo di Cooper del 1826. Come in Heat, il tema è sempre quello del conflitto identitario, questa volta trasposto dai temi storici più collettivisti, che impegnano le diverse tribù del romanzo ottocentesco. Heat – La sfida propone un individualismo urbano da thriller contemporaneo, che inimica le singole identità frutto dell’autodeterminazione libertaria made in US, quella libertà fraticida e continuamente bagnata nel sangue anche dei colonizzati raccontati da Cooper e Mann, che disegna quasi un’ereditarietà dei valori statunitensi tra i due film, dalla loro controversa affermazione sino al loro annichilimento odierno.
L’archetipo del conflitto societario internalizzato vive infatti sia in Pacino/Hanna che in de Niro/MaCauley, e si riverbera in molti altri personaggi, divisi fra criminalità e il candore di un’affettività verso il prossimo di cui contestiamo l’integrità, che viene tutta canalizzata alla propria deontologia professionale.
Prodotti da quell’ossessione per la correzione del sintomo (Hanna) o per l’evasione sottilmente anarchica ai danni del sistema (McCauley), i personaggi di Mann offrono una chiara metafora di una dialettica tipica del mondo odierno: la metastasi criminale, da condannare e condannata soddisfa, però, l’esigenza moralista dei ‘buoni’ di dover sempre trovare un colpevole visibile, in modo tale da impedire la degenerazione di quella stessa economia dei valori che pure si propongono di difendere.

Dell’incredibile frizione di questo attrito, il calore (heat) è quasi insopportabile, tanto quanto belle sono le distorsioni della visione che esso produce, distorsioni magistralmente impresse e caricate di valore allegorico in un film solo all’apparenza semplice thriller, in realtà, autentico classico della didascalia cinematografica.

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