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Il Buco

di Francesca Bianchessi

Come può essere un film, pieno di vuoti? Non ne sono sicura, ma Il buco per la regia di Michelangelo Frammartino ci riesce e anche molto bene.
La trama in realtà si riassume in due righe appena: un gruppo di speleologi, negli anni ’60, decide di esplorare una cavità sull’altopiano del Pollino in Calabria. La narrazione di questa esplorazione viene affiancata alla storia di un gruppo di pastori che vivono sull’altopiano.
Semplice, no? No.

speleologi nel film di Frammartino, Biennale Cinema di Venezia

Photo Credits: PUNTOeVIRGOLA

Siamo abituati a considerare i film come una narrazione multimediale, che accosta suono e immagine, ma non ci è ben chiaro quanto i dialoghi veicolino la comprensione di una pellicola in un senso o nell’altro. Ce ne rendiamo conto quando una delle due componenti cambia e diventa qualcosa di diverso dal solito. Ad esempio Human di Yann Arthus-Bertrand, che accosta le riprese aerea alla musica, senza interventi o spiegazioni. Oppure un classico è Fantasia di Walt Disney, un cartone animato diverso dagli altri per l’accostamento musica classica e animazione.
Presentato alla Biennale Cinema di Venezia (leggi di più), Il buco si colloca nella stessa scia perché le immagini vengono accompagnate ai suoni della natura, ai rumori di fondo, alle poche parole in dialetto stretto o a quelle che rimbombano nell’eco della grotta.
Questo grande “vuoto” di parole, noi spettatori lo riempiamo di significati e di letture sempre diverse. Motivo per cui non leggerete nessuna recensione simile ad un’altra su questo film ed è anche un ottimo motivo per guardarlo e far emergere il vostro pieno.

speleologi in una grotta. Scena del film di Michelangelo Frammartino

Photo Credits: PUNTOeVIRGOLA

Guardandolo io ho visto un grande gioco di chiaroscuri. I pieni e i vuoti di cui sopra, si susseguono in un gioco visivo che accosta il pieno di una stazione centrale di Milano (luogo di partenza degli speleologi), ad una piccola stazione calabrese deserta.
L’altopiano che è vuoto di persone eppure ricco di natura, lo stesso buco è un enorme vuoto da esplorare. Il vuoto quasi totale di parole “comprensibili”, che però non significa anche mancanza di dialoghi.

Il Buco di Michelangelo Frammartino. Natura

Photo Credits: PUNTOeVIRGOLA

L’anziano pastore che appare nelle prime inquadrature, comunica con le sue mucche tramite suoni, urli e fischi. Ed è lo stesso dialogo che sostengono gli speleologi tra loro, all’interno della cavità. C’è un parallelo costante tra i due gruppi umani lungo tutto il film. Oltre al modo di comunicare, c’è il modo di stare insieme attorno al fuoco, la fiducia nel mandare i singoli avanti da soli e la cura nel momento in cui c’è un ostacolo o un problema da risolvere, in un vivere la natura in un modo che appartiene solamente a loro. Pastori e speleologi inaspettatamente, si trovano a condividere questo angolo di mondo.

Michelangelo Frammartino. la scena del film dell'anziano pastore

Photo Credits: PUNTOeVIRGOLA

Infine compare il vuoto per eccellenza. Il pastore è anziano, non si è sentito bene al pascolo e i suoi compagni lo vanno a prendere affrontando il buio. Allo stesso modo gli speleologi giungono alla fine della loro esplorazione. Il primo tra loro, davanti all’ultima parete, si gira verso il compagno dietro di lui. Fa un gesto con le mani: la cavità è finita, come è finita la vita del pastore. E così, i due gruppi umani, scendono da questo altopiano lasciandolo nuovamente vuoto.

Michelangelo Frammartino e "Il Buco" il film presentato alla Biennale Cinema di Venezia

Photo Credits: PUNTOeVIRGOLA

Torno a dire che è impressionante quanto di nostro troviamo all’interno di una narrazione semplice e, solo in apparenza, piena di mancanze.
La forza de Il buco sta in questo ed è il motivo per cui è un film che davvero vi invito a vedere. Perché Il buco va proprio “visto”.

Il buco di Michelangelo Frammartino, speleologi foto d'epoca

Photo Credits: PUNTOeVIRGOLA

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