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Titane locandina film

Titane

di Ludovico Riviera

Titane è vincitore del festival di Cannes. Annunciato in anticipo dal presidente di giuria Spike Lee per errore (un curioso presagio), è forgiato dalle ambiziose mani di Julia Ducournau, giovane regista francese che ha già dimostrato un certo gusto per il grottesco col precedente Raw – Una cruda verità, film del 2016 dove esplorava un peculiare approdo alla pratica del cannibalismo.
Ducournau mantiene il senso per il bislacco, l’idiosincrasia, e nemmeno rinuncia alle velleità sociologiche e politiche, la cui rilevanza è pareggiata dall’esagerazione delle metafore usate: in quest’ultima fatica la regista impone uno sforzo piuttosto grande allo spettatore poco avvezzo all’orrido, alla violenza cruda, e alle tematiche riscontrabili più dal simbolismo dei singoli fotogrammi che non dall’organicità di una sceneggiatura chiara e ben scritta.

Il film, meglio dirlo sin da subito, risulta quasi inguardabile per coloro che preferiscono un cinema più tradizionale e – lo scrivo senza intenti denigratori – semplice, accessibile, fatto di dialoghi e perché no, dell’ironia che non guasta mai, e che talvolta addirittura rinfresca una serietà altrimenti troppo autoreferenziale.
A chi dunque si sente di appartenere ad una frangia più ‘tradizionalista’ di spettatori, sconsiglio vivamente la visione della pellicola.
Chi invece ama l’estremismo audiovisivo; chi magari proviene dal mondo della videoart e viaggia per mostre a Berlino e nell’Europa dell’est; chi ama il gore e prova coinvolgimento culturale nel guardare film di serie B realizzati con budget risicati, ma densi di un’autorialità prorompente; chi ascolta musica underground; insomma, se siete un po’ (passatemi il termine) ‘fringe’, allora potreste voler bene a Titane.

Titane

Titane esplora molti degli argomenti che attraversano il pensiero intellettuale e politico più spinto, offrendone una visione allegorica, a tratti raffazzonata e nervosa, a volte quasi smelensa: è un film senza generi, perché li mescola un po’ tutti.
Partendo dalla sinossi, descriverò alcuni dei possibili temi trattati in questo film, che credo vada preso così com’è: un viaggio senza meta (e forse senza nemmeno una vera morale) nella pazzia dei personaggi protagonisti. Molti dei quali, mi è parso, vengono disegnati in chiave dicotomica, continuamente fratturati in stati di ambigua contraddizione.

Dunque, una bambina subisce un incidente (per colpa dello psicoanalitico padre che, punendola mentre guida, va in testacoda) e le viene dunque impiantata una placca di titanio in testa – elemento che richiama il cyborg, la fantascienza, il transumanesimo. Sviluppa uno strano amore per i motori. Crescendo diventa una ballerina sexy in fiere automobilistiche, la quale però uccide non solo i maschi che osano avvicinarsi troppo dopo gli show: inizialmente Titane pare un revenge movie quasi a la Tarantino, con la protagonista femminile che si vendica del genere maschile (un po’ come in Una donna promettente, qui la recensione).
In realtà, se deve fare mattanza, non si perde in quisquilie, ammazza un po’ la qualunque e fa carneficina. Uccide tutti: è la neutralità della follia, la mancanza di un obiettivo propria della furia cieca.
Alexia (nome stranamente simile a quello dell’assistente Amazon) uccide per incapacità emotiva: quella che vediamo, è una donna in uno stato di chiara, profonda crisi.
Inoltre, si accoppia con le automobili.

Titane, Alexia la protagonista del film di Julia Ducournau

Poi scappa: ricercata, si cambia i connotati rompendosi il naso e tagliandosi i capelli per cercare di somigliare al volto cresciuto di un bambino scomparso anni prima, ma ancora sui notiziari. Questo tema della trasformazione, che durerà tutto il film, introdurrebbe riflessioni sugli stati di perenne mutevolezza identitaria: da femmina a maschio, da implacabile erinni a timido fuggitivo, Alexia viene scambiata proprio per questo ragazzo, e recuperata dal padre di quest’ultimo che, in preda ad una follia appassionata, riconosce – o vuole riconoscere – la nostra come il figlioletto perduto.
Questo nuovo personaggio, a capo di una caserma di vigili del fuoco, produce un’idea ‘contraddittoria’ – in realtà si tratta di uno dei personaggi meglio riusciti dell’opera, proprio perché realistico, plausibile e a modo suo coerente – di mascolinità: culturista strafatto di steroidi, incapace di accettare la vecchiaia che avanza, ha però un disperato bisogno di affetto, che trova il suo oggetto di sfogo nel/nella protagonista.

Titane

In tutto ciò ella/egli è incinta/o (dell’auto?) e oltre a celare seni e un ventre in veloce rigonfiamento con stretti bendaggi per non far saltare la propria copertura, non accettandosi gravida/o si graffia e ferisce, sino a scoprire un carapace metallico che ricopre l’utero ingrossato: si palesano così definitivamente le ispirazioni cyber-punk, magari di ascendenza asiatica (Shin’ya Tsukamoto), cui si rifà la regista.

Su questo film ci sarebbe tanto da dire, e sono sicuro che qualche studente del DAMS lo includerà presto in qualche lavoro di ricerca accademica. Ma proprio perché c’è tanto da dire, si rischia anche che non si sappia da dove partire, cosa pensare. Si rischia che non ci sia in effetti nulla da dire, perché a furia di pensarci, si rimane intrappolati in aporie serratissime: Ducournau fa un film politico, o fa un film che, rimescolando in maniera compulsiva temi e generi, vuole essere tutt’altro che politico? L’estetica è politica? Oppure altro ancora, come l’illustrazione di una follia sotterranea che ci unisce tutti, ma che in pochi di noi esplode, con esiti potenzialmente pericolosi? È un elogio, o una critica alle pazzie che vogliono farsi normalizzare? Un invito all’accettazione, alla cautela, o una rivendicazione della diversità come unico vessillo oramai indossabile?
Tutte queste cose assieme, e possibilmente molto altro.
Sinceramente, non l’ho del tutto capito. Ma proprio per questo, invito chi dei lettori ha un certo stomaco, a sottoporsi alla (piacevole?) tortura di questa visione al limite: che poi mi sappia dire cosa si cela entro questo film, ritenuto così magistrale da vincere proprio la Palma d’Oro di Cannes.

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