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Intervista a Clara Luiselli

10 Ottobre 2016
1.155 Views
di Erika Lacava

Incontriamo Clara Luiselli, artista di cui apprezziamo la versatilità e la profondità di analisi, che ci parla della mostra “Dare coraggio”, collettiva allestita nei suggestivi spazi dell’ex carcere Sant’Agata di Bergamo, in mostra dal 15 Luglio al 18 Settembre 2016. Insieme a Clara Luiselli espongono Paolo Facchinetti, Federica Mutti e Giovanni Bonaldi.

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Catalogo, progetto grafico a cura di Dario Carta

 

Come è nata questa mostra e su quali premesse? Come vi siete confrontati con spazi così particolari come quelli del carcere?

La mostra è organizzata in collaborazione con la Fondazione Bernareggi e il Comune di Bergamo. La richiesta, da parte del curatore Giuliano Zanchi, era di creare un’opera site specific che fosse in connessione con noi e con il tema del coraggio. Giuliano Zanchi ha scelto quattro artisti con una poetica differente la cui ricerca in qualche modo fosse legata a questa virtù. Ci ha lasciato carta bianca, senza porre alcun vincolo. È un curatore che non si inserisce nel lavoro cercando di trasformarlo, ma, come già aveva fatto con la mia mostra precedente all’Oratorio San Lupo, lascia totale libertà espressiva. A lui interessava che ogni artista potesse interpretare il tema nella sua cella in maniera totalmente libera.

Ci sono altre carceri che vengono usate come sede espositiva di progetti e fiere d’arte, come l’ex carcere le Nuove che a Torino ospita The Others. Prima di quest’esperienza, avevi già avuto modo di lavorare in un ambiente come il carcere?

Avevo esposto proprio all’ex carcere Le Nuove con il progetto Daimon 3 dell’associazione Paradigma, qualche anno fa. Agli artisti veniva assegnata una cella in cui sostavano, come detenuti, per tre giorni. C’era l’ora d’aria, la ronda, un’atmosfera piuttosto inquietante. È stata un’esperienza molto forte. Ho anche lavorato al carcere di Bergamo con un progetto della Gamec con i detenuti di AS, alta sicurezza. Ho incontrato un gruppo di 7-8 detenuti una dozzina di volte, persone che normalmente sono in isolamento e a cui era stato proposto questo percorso per buona condotta o perché quasi al termine della pena. Lavoravamo sull’identità. Ciascuno di loro ha elaborato un suo proprio progetto: chi un progetto audio, chi una piccola scultura. La cosa più curiosa è che in carcere non potevamo portare niente per lavorare: forbici, taglierini, coltelli erano naturalmente vietati. Un ragazzo aveva ricoperto di carta stagnola una scatola di biscotti e aveva ricreato al suo interno una piccola cella, ritagliandola con non so quale strumento. I detenuti sono abilissimi a ingegnarsi, hanno un’abilità manuale incredibile: con una penna sanno fare delle cose straordinarie.

Anche tu hai presentato dei lavori durante questa esperienza o ti sei occupata solo di fare da accompagnamento al percorso dei detenuti?

 

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“Calotta”, installazione luminosa, dimensioni variabili, mixed media

 

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Clara Luiselli, Calotta

Una volta terminato il progetto ho iniziato a lavorare a delle calotte sospese come lampadari, dalle quali si dipartivamo dei fili metallici molto sottili, poco più grossi dei capelli, fissati alla parete in diversi punti, con degli spilli. Ciascuna calotta aveva un’altezza differente e risultava quindi quasi “personale”. Dentro la calotta c’era una piccola fonte luminosa, che restituiva l’idea della presenza-assenza di una figura, qualcosa di vivo. Posizionandosi sotto la calotta e facendola oscillare si aveva l’impressione di uno spazio in qualche modo respirante.

 

 

 

 

 

 

Vuoi descriverci lo spazio dell’ex carcere Sant’Agata e il modo in cui l’hai vissuto?

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Clara Luiselli, installation view di “Sete_cap III”. Foto di Paolo Facchinetti

All’ex carcere Sant’Agata si coglie fortemente il vissuto, perché le pareti sono rimaste come’erano. Mi interessava l’idea di lavorare con lo spazio vuoto. Le quattro celle erano diverse tra loro esteticamente e come atmosfera. Due erano più grandi, avevano una doppia stanza. Una delle celle aveva molti ritagli di giornale con una connotazione sessuale molto forte. Quando ci siamo distribuiti le celle io ho scelto la stanza più neutra, anche se più piccola delle altre. Aveva un’area quasi trapezoidale, con la finestra di fronte. Non volevo toccare le pareti perché il luogo era già talmente forte. Ho pensato che il mio lavoro potesse essere appoggiato a terra, in modo che potesse viaggiare libero, in basso.

 

 

 

 

 

Come è composta l’installazione?

L’installazione si compone di una serie di contenitori di vetro, dal bicchiere classico a un vaso, tutti di vetro trasparente e abbastanza grandi da poter sorreggere i disegni. I contenitori all’inizio erano posizionati lungo il corridoio, con la luce che filtrava dalla finestra e li colpiva.

 Clara Luiselli Ingresso della cella, carcere di Sant'Agata

Clara Luiselli Ingresso della cella, carcere di Sant’Agata

C’erano contenitori molto alti o molto grossi, ed erano tutti riempiti fino all’orlo di acqua. Ho immaginato una performance partecipata dove le persone presenti all’inaugurazione potessero lasciare una sorta “di traccia del loro passaggio”, andando a costruire l’installazione. L’idea era che le persone vedessero i contenitori da lontano e li scegliessero in base a queste istruzioni che avevo lasciato a chi desiderava prendere parte alla performance:

  1. Respira
  2. Prenditi il tuo giusto spazio e tempo senza sovrapporti agli altri e cammina sino ai contenitori di vetro
  3. Individua un contenitore che senti affine al tuo corpo
  4. Poni nel prescelto qualche cristallo di sale, la quantità che senti giusta
  5. Solleva il contenitore da terra facendo attenzione a non versare l’acqua
  6. Portalo nello spazio dedicato e posizionalo sopra uno dei piccolo punti che costellano lo spazio della cella
  7. Respira
  8. Esci dalla cella
  9. I disegni, come onde, si appoggeranno sopra i contenitori per dare un senso di unità a ciascun piccolo mare.

Quanti sono i contenitori e in base a quale criterio hai scelto di collocarli nello spazio?

Il lavoro è composto da una griglia di 9 x 8 contenitori, in tutto 72, che occupano tutta la sala. Nella cella avevo già preparato dei piccoli bollini colorati disposti come segna-punto. All’inizio della performance si vedeva una trama molto regolare fatta di piccoli cerchiolini. Quando le persone entravano, una per volta, sceglievano dove porre il loro contenitore. La forma attuale che si è creata, con i suoi dislivelli, si è generata spontaneamente grazie all’interazione delle persone. Per me era interessante che si creasse una sorta di flusso, di ciclo,con un tempo suo proprio della performance. L’importante era che le persone non si affollassero tutte insieme nello spazio, anche perché la cella era piccola.

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Clara Luiselli, “Sete_cap. III”. Foto di Paolo Facchinetti

Questo ci riporta al tuo lavoro dell’anno scorso all’oratorio San Lupo, “Se tremo sull’orlo”, dove i visitatori entravano in uno spazio, anche in questo caso “sacro”, uno per volta con una fruizione dell’opera più personale, intima e individuale.

Sì, per me è sempre interessante il rapporto uno a uno tra spazio, persona e opera. Qui al Sant’Agata la persona faceva una scelta sul contenitore e mi piaceva il fatto che ci fosse un percorso da fare tra il corridoio e la cella, con un contenitore colmo d’acqua, stando attenti a non versarla. Tutto questa cura rientra nella fruizione dell’opera. Quando le persone arrivavano all’ingresso della cella c’era una montagna di cristalli di sale molto grossi, e ciascuno doveva mettere la quantità di sale che riteneva opportuna, come la sua vita, insipida o salata.

L’installazione è stata modificata nel tempo da altri interventi o il risultato finale dipende dall’interazione delle persone con l’opera, come nell’arte relazionale?

Più che all’arte relazionale, che sento molto fredda, concettuale, io mi sento vicina all’arte processuale: mi interessa molto il viaggio che si compie per arrivare al luogo, e i partecipanti li vedo come viaggiatori, esploratori che portano in quel luogo un’esperienza anche fisica e ne portano indietro un’altra. Mi interessa la dimensione dei sensi, e non solo del guardare o toccare ma del prendere in mano un oggetto con tutta l’esperienza che ne consegue. In questo caso ho voluto creare un flusso che iniziasse e finisse nella singola occasione dell’inaugurazione. Questo progetto è stato l’inizio di un percorso, di un lavoro che vorrei fare più grande e che mi piacerebbe poter proporre in più giorni in una cattedrale sconsacrata o in un grande spazio industriale con un rapporto particolare con la luce.

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Clara Luiselli, Sete cap. III, particolare

Mi piace l’idea di un work in progress che non finisce in un solo giorno, mettere a frutto un tempo lungo, vedere il lavoro che cambia e cresce di giorno in giorno e l’effetto delle variazioni della luce sugli oggetti. Il mio lavoro funziona fortemente con le variazioni luminose. La luce è un elemento fondamentale, tanto che, quando ho indicando la tecnica nella descrizione dell’opera, ho scritto anche “luce”. Perché la luce trasforma il lavoro. Quando il sole batte sul pavimento riflette sia sul vetro che nel sale, perché i cristalli rimangono nel contenitore.

Con la luce si accendono delle parti del lavoro, e il modo dipende anche dal contenitore. Con la luce si crea un nuovo disegno.

Ogni contenitore è diverso dall’altro e crea un effetto individuale, casuale, con il disegno poggiato sopra.

Per me erano interessanti sia la casualità dell’abbinamento, sia la precarietà, l’equilibrio instabile tra il bicchiere e il disegno. Questi sono tanti piccoli dipinti, a matita e acrilico, del fumo di fuochi di artificio, razzi, fuochi segnalatori. Il fumo mi interessa come la traccia di qualcosa che resta e che si espande in aria. Per questo sentivo che il mio lavoro doveva essere sospeso da terra.

Da quali suggestioni è nato questo lavoro e come l’hai legato al tema del coraggio?

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Clara Luiselli, Sete cap.III, particolare

Questo lavoro è iniziato a partire dalle immagini drammatiche dei profughi che arrivavano sulle spiagge, immagini da cui siamo tutti colpiti. Quello che volevo trattare era l’idea dei corpi fluttuanti, come tracce di qualcosa che resta, come la scia di un razzo che segnala la presenza, un SOS. Ho iniziato a lavorare guardando le fotografie di fumo dei fuochi d’artificio, fuochi veloci, segnalatori. La scia non è solo fumo, è qualcosa che ha un vissuto molto forte. Ciascuno ha il proprio mare da attraversare. C’è chi ha dei mari veri, degli oceani immensi, e altri, nel loro piccolo, che vanno alla ricerca di qualcosa che sia “oltre”. Visto che il lavoro era sul dare coraggio, io ho cercato di capire come si può anche prendere coraggio. Forse in un’azione dove il mio mare è a fianco di un altro piccolo mare e si intravede la possibilità di poterlo avvicinare, creando una forma di connessione e condivisione.

A quali progetti stai lavorando ora? Vuoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo lavoro?

Sto lavorando a un progetto che si chiama “Crisalidi”, un work in progress sullo scorrere lento del tempo attraverso la pratica quotidiana dello sfogliare, del ricoprire e del mettere in luce. Le crisalidi prendono forma attraverso un processo di copertura parziale di immagini che scelgo dalla rivista d’arte contemporanea “Mousse”, in una riflessione che coinvolge l’arte contemporanea.

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Clara Luiselli, diplomata all’Accademia Carrara di Bergamo, ha un’attività artistica multiforme che va dalla performance, all’installazione, alla scultura. Uno dei suoi ultimi lavori è l’installazione site specific “Se tremo sull’orlo”, all’Oratorio San Lupo di Bergamo, spazio gestito dalla Fondazione Benareggi con la curatela di Giuliano Zanchi, che ha visto protagonisti, tra gli altri, Kounellis, Mastrovito, Parmiggiani. La sua installazione in vetrocemento “Specie di spazi” è attualmente ospitata presso il Centro Congressi Giovanni XXIII di Bergamo.

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