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Intervista al direttore d’orchestra Jader Bignamini

22 gennaio 2018
642 Views
di Carlo Schiavoni e Carlo Golinelli

Di solito un orchestrale, uno strumentista a fiato in modo particolare, mentre suona osserva il podio del direttore sempre da lontano. Un oceano di archi di diverse dimensioni fanno da ostacolo tra lui e la pedana rialzata dove un direttore guida l’insieme. Solamente se un musicista è particolarmente abile nel proprio strumento o particolarmente fortunato può aspirare a diventare solista, così da suonare davanti all’orchestra e riuscire quindi a sfiorare quel podio sacro. Sono pochi invece gli orchestrali che sulla pedana ci salgono veramente. Uno di questi è Jader Bignamini, che dopo aver intrapreso la carriera da clarinettista decide invece di diventare direttore d’orchestra.
Jader nasce a Crema e i primi passi nella carriera musicale li fa suonando il clarinetto nella banda del suo paese. Completa quindi gli studi di clarinetto e direzione al Conservatorio di Piacenza e nel ‘98 viene scelto da Riccardo Chailly come clarinetto piccolo dell’orchestra Sinfonica LaVerdi di Milano. Inizia quindi all’interno di questa istituzione il suo percorso che lo porta dall’orchestra al podio.
La figura del giovane Bignamini sta facendo breccia nel panorama musicale italiano e internazionale. Considerato come uno delle più promettenti figure della direzione d’orchestra, Bignamini, nonostante la sua giovane età, può vantare ormai una carriera che lo sta portando in tutto il mondo.
Dal 2017 diventa Direttore Residente dell’Orchestra Sinfonica LaVerdi di Milano, con la quale dirige regolarmente numerosi programmi sinfonici con solisti di fama internazionale.
Il 2015 ha visto il suo debutto in opere quali la “Cavalleria Rusticana” e “L’amor brujo” al Teatro Filarmonico di Verona, “Aida” al Teatro dell’Opera di Roma e “Madama Butterfly” al Teatro la Fenice di Venezia. Ha già avuto il suo debutto americano con “Rigoletto” al Festival di Santa Fe in New Mexico dove tornerà nel 2019 per una nuova produzione di “Bohéme”.
Reduce del successo americano ha quindi diretto un concerto al Teatro alla Scala di Milano con l’Orchestra LaVerdi per poi inaugurare anche la stagione autunnale in Auditorium a Milano con una serie di concerti sinfonici, la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi e un gala lirico sinfonico al Musikverein di Graz con il soprano Anna Netrebko e il tenore Yusif Eyvazov.
Il 2016 lo ha visto a Francoforte per “Oberto, conte di San Bonifacio”, in tournèe in Asia per una serie di concerti con Anna Netrebko e Yusif Eyvazov, a Tokyo per una produzione di “Andrea Chénier”, al Teatro dell’Opera di Roma con un nuovo allestimento di Traviata diretta da Sofia Coppola con i costumi di Valentino, per poi debuttare al Rossini Opera Festival con il “Ciro in Babilonia” per la regia di Davide Livermore.
Seguono poi “Madama Butterfly” al Teatro Massimo di Palermo, “Manon Lescaut” con Anna Netrebko al Teatro Bolshoi di Mosca, “Trovatore” a Roma e Francoforte, Turandot e Madama Butterfly all’Arena di Verona e soprattutto il recente debutto al Metropolitan di New York sempre con Madama Butterfly e Andrea Chenier a Budapest con Anna Netrebko e Yusif Eyvazov.
In questi giorni è in California per il debutto con la San Diego Symphony Orchestra.
Al Maestro Bignamini, Notonlymagazine fa le seguenti domande:

Può raccontare ai nostri lettori e a noi com’è maturato il passaggio alla direzione d’orchestra?

Fin da piccolo è stata la mia passione. Dirigevo la radio in casa con le bacchette del ristorante cinese con mia madre che mi guardava divertita. Poi a 9 anni ho iniziato a studiare clarinetto e ho avuto la fortuna che il mio primo insegnate ai corsi della Banda di Ombriano mi ha sempre incoraggiato e stimolato fino a che mi ha dato l’opportunità di farmi le ossa dirigendo la banda. Avevo 19 anni quando ho diretto il mio primo vero concerto, ero troppo felice e ad oggi posso dire di essere fortunato perché la mia passione è diventata il mio lavoro.

Quali sono le principali differenze e analogie che si riscontrano nella professione di direttore e di clarinettista? E riguardo alle possibilità espressive?

Per quanto riguarda le analogie una su tutte: non si finisce mai di studiare e imparare. E’ un lavoro di continua ricerca e approfondimento. Quanto alle differenze invece beh, se suoni in orchestra o se fai il solista ti puoi concentrare sulla tua melodia, mentre da direttore devi ovviamente avere tutta l’orchestra sotto controllo. Si impara con il tempo ad ascoltare e ad avere mille occhi.
Quanto alle possibilità espressive, un solista può decidere che interpretazione dare, un professore d’orchestra deve rispettare le indicazioni del direttore d’orchestra e a sua volta il direttore d’orchestra ha il compito di mettere in risalto le peculiarità dei singoli cercando di fare un lavoro in team con tutti gli orchestrali.

foto di Stefano Buldrini

Con l’Orchestra Verdi ha già affrontato un vasto repertorio sinfonico: cosa significa essere diventato Direttore Residente?

Quest’anno sono vent’anni di collaborazione prima come musicista e poi come direttore. Si può dire che io sia cresciuto professionalmente e umanamente con molti dei componenti dell’orchestra. E’ un riconoscimento che mi rende orgoglioso anche perché hanno sempre fatto il tifo per me quando ho iniziato a dirigerli e ogni volta è un po’ come tornare in famiglia dopo un lungo viaggio: ti senti a casa e sai che puoi lavorare bene e con entusiasmo da parte di tutti.

Quali sono i compositori che preferisce dirigere? Perché?

Nell’opera ho una predilezione per Verdi, Puccini e il verismo italiano perché li sento molto vicini alla mia sensibilità, ma amo ovviamente anche Rossini, Mozart e il belcanto che ho suonato tanto in orchestra e che posso dire di conoscere in modo approfondito.
Quanto al repertorio sinfonico invece, amo il suono dell’orchestra romantica perchè mette in risalto tutte le potenzialità timbriche e sonore dell’orchestra, quindi autori quali Mahler, Strauss, Tchaikovsky e Rachmaninov per citarne alcuni.

foto di Darja Stravs Tisu

Ascoltando i suoi concerti dedicati a Giuseppe Verdi con l’Orchestra Verdi, siamo rimasti colpiti dalla sua capacità di restituire immediatamente la “tinta” delle sue sinfonie. Che posto occupa e occuperà Giuseppe Verdi nei suoi programmi come Direttore di teatro in musica?

Verdi è un autore a me molto caro perché, oltre ad averlo suonato tanto, ho avuto modo di studiarlo in modo molto approfondito e lo trovo molto affine al mio carattere. Verdi rappresenta la storia d’Italia tradotta in musica, le emozioni e gli stati d’animo di un popolo che diventano però universali. C’è sempre una continua tensione drammatica e musicale e uno stile inconfondibile lontano da quello che per troppo tempo è stato definito “zum-pa-pa”. C’è molto di più e va affrontato con molto rigore e rispetto. Visto il mio background come musicista è una musica a me cara quindi non appena si tratta di affrontare un nuovo progetto sono molto felice. Con Verdi è questo il terzo anno che sono ospite a Francoforte proprio per il repertorio verdiano, a breve debutterò Don Carlo e poi ancora Traviata, Forza del destino, Aida, Simon Boccanegra e Ballo in Maschera.

Come nasce la collaborazione col soprano Anna Netrebko? e cosa la rende unica, non solo agli occhi del pubblico, ma anche dal punto di vista di un Direttore d’orchestra?

Anni fa dovevo fare un concerto in Verdi e non riuscivamo a trovare un tenore disponibile. Casualmente ebbi l’occasione di sentire un file di youtube con Yusif Eyvazov. Mi piacque molto e lo volli incontrare. Arrivò e cantò per un’ora di fila quasi senza fermarsi e ne rimasi colpito. Da subito ci fu un forte feeling umano oltre che professionale tanto che lo volli anche per il Requiem di Verdi in Verdi qualche anno dopo, dove proprio Anna venne a sentire il concerto. Venne poi anche a Verona per Cavalleria Rusticana e a Roma per Aida. L’emozione era alle stelle in quelle serate, non potevo credere che proprio lei fosse in sala. Dopo questi appuntamenti mi arrivò una proposta ufficiale per iniziare a collaborare con loro, all’inizio non mi sembrava vero. L’amicizia è una cosa ma il lavoro è lavoro, non si può essere sentimentali, quindi ho subito sentito una grande responsabilità ma mi sono buttato a capofitto a studiare. E’ un onore e un piacere poter lavorare con personalità artistiche di così alto livello perché è sempre stimolante. Cosa la rende unica? Tante cose, ma ciò che apprezzo molto è il suo essere molto collaborativa e autocritica.

foto di Virginio Levrio

Oltre al debutto con l’Orchestra sinfonica di San Diego in questi giorni, quali sono i suoi progetti futuri?

Dopo San Diego, oltre che impegnato per una serie di concerti sinfonici con la Verdi debutterò Don Carlo a Tenerife e non vedo l’ora di affrontare questo titolo. Tornerò poi a Palermo, un teatro che amo molto, per Puritani e sarò anche molto all’estero e in Giappone per concerti sinfonici e per la Traviata di Sofia Coppola in tournée con il Teatro dell’Opera di Roma. In estate faremo un tour in Sud America con Anna Netrebko e Yusif Eyvazov oltre a una serie di Gala a Montecarlo, Londra, Salisburgo e America. Ci sarà poi un altro importante debutto allo Staatsoper di Vienna con Madama Butterfly prima di tornare a Francoforte per Forza del destino.

Il suo repertorio ha molto di Puccini. Che cosa l’affascina di questo grandissimo autore?

Mi piace molto il suo saper tradurre in musica le emozioni che vuole trasmettere in modo immediato: se vuole farti piangere gli basta unire due accordi e riesci a sentire esattamente quello che voleva lui. La sua orchestrazione è sempre sinfonica, in quanto profondo conoscitore delle capacità espressive dell’orchestra. La sua musica ha il potere di rapirti e portarti esattamente dove vuole lui, è incredibile.

Il pubblico estero ha lo stesso calore del pubblico italiano o ha notato delle diversità?

Paese che vai, pubblico che trovi! Quando però riesci ad instaurare alchimia fra il palcoscenico e gli spettatori tutto diventa magico e non ha importanza dove ti trovi. In Italia siamo sicuramente un po’ più critici perché il pubblico è un pubblico di addetti ai lavori, mentre all’estero ad esempio in America, sud America soprattutto o in Asia si lasciano più andare alle emozioni dato che è un pubblico molto più variegato: l’importante comunque è riuscire ad essere comunicativi.

Oltre ad Anna Netrebko e Yusif Eyvazov, quali sono gli artisti con cui ha piacere di collaborare e fare musica?

Anna e Yusif sono speciali, ma mi ritengo fortunato perché in generale ho avuto sempre modo di collaborare con bravi professionisti oltre che artisti di alto livello anche nei primi anni di carriera. Spero possa essere così anche in futuro!

foto di Virginio Ledrio

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