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La Grande Bellezza

26 Gennaio 2021
336 Views
di Marta Dore

Come un affresco rinascimentale, che non ti stanchi di tornare a guardare ancora e ancora.

Perché ogni volta noti nuovi dettagli, quella sfumatura di blu che ti era sfuggita, il cane che abbaia lì dietro a cui non avevi prestato attenzione, il demone dispettoso – nascosto in un angolo – che forse è quello che dice il senso del tutto.

La Grande Bellezza, il titolo più acclamato di Paolo Sorrentino che con questo lavoro si è portato a casa l’Oscar come miglior film straniero, è proprio come un affresco del Rinascimento. Non solo per l’ampiezza dello sguardo del regista, che racconta tante storie mentre segue quella principale, ma anche, e soprattutto, perché lo puoi vedere tre, cinque, otto, dodici volte e più; e sempre ci sarà qualcosa di nuovo a fermare la tua attenzione, qualcosa che prima non avevi colto.

La grande bellezza è rivedere il film, uscito nel 2013, decidendo ogni volta a cosa dare attenzione. Puoi abbandonarti al piacere estetico di una fotografia curatissima che ritrae una Roma contemporanea, antica, lenta, sfacciata, dolcissima, spietata; o puoi concentrarti sui visi dei mille mila personaggi che entrano nelle inquadrature – le suore in fila, le riccone rifatte, il commediografo mancato, i nobili a noleggio, la donna moribonda ma bellissima, la radical chic in lino bianco, il pappone, il mafioso misterioso, il vedovo sconsolato che poi si fa consolare, la nana potente, la soubrette sfatta e cocainomane, i bambini ancora puri e quelli già corrotti, il ragazzo che vuole morire, la colf ‘farabutta’ e via così, in una commedia umana ricchissima e grottesca davanti alla quale provare ribrezzo, sollievo, tenerezza, angoscia, compassione.

Oppure puoi prestare attenzione alla sceneggiatura, perché la scrittura è l’altro grande talento di Sorrentino. La Grande Bellezza è infatti una miniera di frasi folgoranti, diventate tormentoni per i più raffinati:

“Non volevo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire”
“Che lavoro fai? – Io? Sono ricca”
“Un amico ogni tanto ha il dovere di farti sentire un bambino”
“A un funerale, non bisogna mai dimenticarlo, si va in scena”
“Alla mia età una bella donna non è abbastanza”
“La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”

e via così tra motti amari, sarcastici, taglienti, poetici.

Oppure, ancora, puoi goderti la recitazione degli attori, perché Sorrentino è un maestro nella direzione del cast, dal protagonista (Jep Gambardella) interpretato da Toni Servillo – che certo non ha bisogno di un grande regista per dimostrare il suo straordinario talento – al più defilato caratterista. E così ti trovi a patire con un inedito Carlo Verdone, tristissimo e buono, ad amare l’intensità drammatica di Sabrina Ferilli, ad ammirare quell’ombra di disperazione che attraversa il viso e il corpo consumati di un’irriconoscibile Serena Grandi e via così. Sorrentino riesce a far recitare bambini, comparse e grandi attori, ottenendo da ognuno di loro quello che forse nemmeno loro sanno di poter dare.

In questo momento La Grande Bellezza è a catalogo su Netflix. Tra una serie e l’altra, è un vero regalo potersi abbandonare per un paio d’ore a un racconto unitario, coerente, compatto. Un affresco a portata di sguardo, appunto.

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