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Recensione di “Ingiustizia Familiare”

di Guido M. Locati

Ingiustizia familiare – Cronaca e riflessioni sulla famiglia 2.0

Daniela Missaglia

Cairo Edizioni, Milano, 1918

“La famiglia del Mulino Bianco non esiste più”. Lo sospettavamo da un bel pezzo, ma ora possiamo affermare di essere in buona compagnia, e, soprattutto, di avere pure la benedizione del diritto e della prassi giudiziaria. Ce lo dimostra, con una prosa finalmente accessibile a tutti, l’ultimo libro di Daniela Missaglia, avvocato cassazionista e grande esperta di Diritto di famiglia.

Il libro si intitola “Ingiustizia Familiare” (con il prefisso “In”, non a caso, scritto in rosso) ed è pubblicato da Cairo edizioni.

Daniela Missaglia è un avvocato “prestato” alla letteratura, come si diceva una volta in questi casi. Il suo linguaggio è tecnico, giuridico, ma non “giuridichese”. I lettori vi troveranno-come è ovvio- riferimenti alle leggi in vigore e agli orientamenti più recenti della Cassazione ma soprattutto esempi tratti da casi reali di vita vissuta. Non mancano accurate citazioni letterarie ad impreziosire la prosa e a rendere la lettura brillante, oltre che assai utile. Per tutti.

Sì, perchè i problemi sviscerati dalle centottanta pagine del libro riguardano (o hanno riguardato) tutti noi! L’autrice sa cogliere con precisione le lacune normative in materia di diritto di famiglia e l’eccessiva discrezionalità lasciata ai magistrati nel giudizio. Le sue considerazioni sono talvolta amare ma sempre “costruttive” volte cioè al miglioramento dello status attuale. Qua e là appaiono proposte su cosa si potrebbe fare “de jure condendo” e non si percepisce mai rassegnazione davanti a situazioni obiettivamente difficili. Un esempio? La mancata previsione, nel nostro ordinamento giuridico, di un vincolo che obblighi i giudici -come nei paesi anglosassoni- ad adeguarsi al “precedente giudiziario” crea il concreto rischio che, su argomenti delicati come quelli qui trattati, si formino sentenze anche molto discordanti fra loro, dando vita a situazioni ridicole (o drammatiche, o entrambe le cose), in cui medesimi casi vengono risolti in modo opposto. Anche il ricorso alla cosiddetta legislazione d’urgenza, sempre più frequente per ovviare alle lungaggini del normale iter legislativo, è pericoloso e inopportuno in materie come questa.

Ma quali sono gli argomenti esaminati dal libro?

Uno di questi è sicuramente il divorzio. Il relativo capitolo si apre con due esempi curiosi: in Russia una coppia di coniugi avrebbe divorziato per scommessa e in Egitto le autorità religiose (ancora indecise quelle giudiziarie!) avrebbero riconosciuta valida la richiesta di divorzio fatta dal marito alla moglie tramite un semplice sms! Potenza della tecnologia, verrebbe da dire!

L’autrice ricorda in breve il percorso legislativo che ha introdotto anche in Italia la legge sul divorzio del 1970, confermata dal celebre referendum del 1974, per arrivare, infine, alla recente legge sul divorzio breve (legge n. 55 del 2015). Tutto bene, quindi? Non proprio: ancora oggi, p es, senza un accordo di separazione sarà pressochè impossibile chiedere il divorzio nei tempi stabiliti dalla nuova legge. Quindi l’abbreviazione dei termini gioverà solo in caso di separazione consensuale.

In generale la tendenza attuale del progetto di riforma legislativa (e di buona parte della giurisprudenza) sembra segnare il passaggio da una concezione “famigliocentrica” che pone al centro la solidarietà, la collaborazione e la fedeltà, a una “egocentrica”, che privilegia l’autonomia della persona con sacrificio delle esigenze solidaristiche della famiglia. La Missaglia ci avverte: “state attenti, perchè se il matrimonio finirà, tornerete a essere ciò che eravate. Per cui: investite su voi stessi; inseritevi nel mercato del lavoro, createvi una professione”. Conseguenze: affidamento dei figli da condiviso a paritetico, e smantellamento progressivo dell’assegno di mantenimento. Si cercherà quindi di eliminare il più possibile ogni rapporto economico tra i genitori. Anche la recente sentenza della Cassazione (11504/2017) ribadisce il principio all’autoresponsabilità dei coniugi, che, per il solo fatto di essersi sposati non possono poi pretendere gli uni dagli altri rendite parassitarie a vita. E’ come se ci dicesse- ribadisce l’autrice- che il matrimonio rappresenta solo una parentesi e che, una volta finito, tutto deve tornare come prima. Addio alla responsabilità post-coniugale prevista dal nostro Codice Civile e dalla Costituzione. Per la Suprema Corte ciascuno deve ragionare da individuo e rinunciare ai diritti perpetui generati da un legame che, dunque, diventa solo una parentesi di vita: sposandosi uno deve accettare il rischio che il gioco finisca e che ciascuno torni nella condizione in cui era prima del matrimonio.

Conseguenze? Da un lato sfavorevoli a quelle donne che hanno sacrificato la vita per i figli e per un matrimonio che le ha viste rinunciare alla carriera lavorativa, dall’altro vantaggiose per quei mariti costretti a fronteggiare mogli pretenziose e avide il cui unico scopo è conseguire una rendita perenne e quasi “parassitaria”. “Ma forse- commenta con ironia l’autrice- è giusto così: come insegnava Epicuro, la più grande ricchezza è nel bastare a se stessi”.

Interessante è anche il presunto nesso causale tra stress causato da una separazione e l’insorgenza di una malattia grave, come il tumore. Se da un lato il tumore non può essere considerato dal punto di vista scientifico una malattia psicosomatica, l’autrice non dimentica l’aforisma di Giovenale “mens sana in corpore sano” e conclude: “se vale la proprietà transitiva, allora è vero pure l’opposto e non c’è come un divorzio per fare ammalare mente e corpo”.

La Missaglia è perplessa anche sull’operato di certi giudici convinti che la figura paterna non sia più così indispensabile. Non pochi tribunali teorizzano una specie di “diritto naturale” del bambino a non separarsi mai dalla madre, come se un padre non potesse sopperire in egual modo ai bisogni primari del piccolo. Conseguenze? Padri che vengono boicottati in ogni modo nell’esercizio del loro legittimo diritto di vedere i figli. A poco valgono i risarcimenti riconosciuti dalle ultime sentenze della Suprema Corte, se è vero che -afferma l’autrice- “ciò che si è perduto quando si viene ostacolati nei confronti di un figlio non ha valore economicamente apprezzabile”. Insomma, si sottovaluta colpevolmente il danno che si procura al minore, spettatore impotente di duelli rusticani fra genitori spesso indegni di essere chiamati tali. E’ pure difficile rimanere indifferenti nell’apprendere che, -statistiche americane alla mano- l’assenza della figura paterna accresce il rischio di abusi sessuali sul minore, esperienze sessuali precoci, depressione, devianze comportamentali.

Ma non è sempre colpa della legislazione e di chi la applica: in materia di bullismo e di cyberbullismo, per esempio, l’autrice sottolinea opportunamente l’immobilismo e le responsabilità dei genitori. Un esempio? “Quando si cede, per pigrizia o debolezza, alle richieste dei figli dotandoli fin dalle elementari di smartphone, c’è poco da legiferare”, taglia corto polemicamente la Missaglia. Con amarezza ci viene ricordato che “ormai c’è una generazione di ragazzi modificati geneticamente con un organo in più, il cellulare di ultima generazione, quello che -come una propaggine del corpo- li segue nella veglia e nel sonno spalancando loro le porte delle relazioni virtuali fino a tracimare in un vero e proprio disturbo comportamentale, l’Internet Addiction Disorder…”.

Insomma fu buon profeta il sociologo francese Baudrillard quando, già negli anni ottanta, temeva che il virtuale sarebbe presto diventato più reale del reale!

Impossibile soffermarci qui sulle altre problematiche approfondite dal libro, tutte ugualmente interessanti. Ne raccomandiamo l’acquisto e soprattutto la lettura, perchè, repetita iuvant, si tratta di un libro di pregnante attualità.

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