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Spencer

di Francesca Bianchessi

In un paese lontano lontano viveva una bellissima principessa… è così che iniziano le fiabe, no? Forse sono proprio questi gli elementi che ci piacciono dell’odierna famiglia reale britannica: i personaggi fiabeschi brutalmente calati nelle vicende umane. Non che tutti abbiano in mente le esatte vicende di ognuno dei Windsor, ma il successo della serie “The Crown(qui anche la recensione in inglese) e il film di cui parliamo oggi, “Spencer” (Larraín 2021), sono indice di un’attenzione planetaria.

Credits: @01Distribution

Se ci siamo abituati a vedere matrigne cattive, dolci principesse e principi buoni che alla fine si sposano e vissero per sempre felici e contenti, qui siamo a dopo del “per sempre”. La regina più che cattiva è distante, la principessa annega nella sua dolcezza (e ingenuità) e il principe è quasi un’antagonista. La pellicola infatti è incentrata sui tre giorni di feste natalizie che lady Diana passa a Sandringham House, assieme a tutta la famiglia reale. Sebbene il film abbia degli elementi del reale, come ad esempio i problemi con la bulimia, non è da prendere come un ritratto esatto. Più Andy Wharol che ritrae il consumismo nella serie “Campbell’s Soup Cans” meno ritratti fotografici di volti umani di Steve McCurry, insomma.

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C’è da dire che, anche se la storia non ci dirà mai con certezza come sono andate le cose tra quelle mura, Larraín ci restituisce una sagoma di Diana a tratti crudele ma, come fu nel suo precedente “Jackie” (2016), con delle immagini splendide. Una precisione estetica puntigliosa, le frequenti inquadrature simmetriche e i piani sequenza, aiutano a farci scivolare nel mondo di queste due donne anche se con due movimenti opposti. Se Jackie, cioè Jacqueline Kennedy, doveva diventare da first lady a regina, qui la principessa si fa ragazza e fa togliere quella patina di “finto” che circonda il personaggio Lady D.

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Veniamo però all’elefante nella stanza. Perché quando si parla di Kristen Stewart abbiamo tutti in mente una cosa: la saga di “Twilight”. Segnata da questo suo primo lavoro, poco aiutata dal fatto che la protagonista di quel film fosse un personaggio di poco spessore e avendo lei questo modo di recitare pieno di espressioni cariche, può far storcere qualche naso quando si sa che è presente nel film che ci si appresta a guardare. Guardando il film, pur con questo bagaglio piuttosto pesante, due cose mi sono saltate all’occhio: la prima è che è molto somigliante fisicamente, parliamo di due donne bellissime, esili e con questi occhi che bucano lo schermo. La seconda cosa che ho notato è la “scomodità” di Diana. Le espressioni della Stewart, finanche eccessive, riescono a trasmettere tutto il disagio che provava Diana nello stare nella sua stessa pelle e, al contempo, di quanto fosse considerata scomoda all’interno di quell’ambiente. La scena della zuppa, in particolare è soffocante e fa mancare il fiato.

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Trovo quindi una scelta stranamente azzeccata quella di Stewart per la parte, sebbene Natalie Portman in “Jeckie” scomparisse di più dietro al suo personaggio. Un altro tratto comune dei due film è una colonna sonora pressante. Dicevamo dell’ascesa a regina della Kennedy di Portman e, in quel film, la canzone di “Camelot” (cantata da Richard Burton con Julie Andrews) terra amata e leggendaria era centrale nella colonna sonora. In “Spencer” a farla da padrone sono i violini e i clavicembali che, oltre a essere stridenti e soffocanti, aiutano a tracciare il parallelo con un’altra consorte inglese con problemi matrimoniali: Anna Bolena. Questa compare nel film come delirio di Diana e rende palese la sua fragilità e, al contempo, ci trascina verso la fine della principessa del Galles, che il film non mostra.

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Concludo dicendo che il film l’ho trovato parecchio accattivante, sconsigliato però a chi vuole un po’ di azione nei film che va a vedere. Se vi piacciono i ritratti invece, anche quelli che hanno forma di “Campbell’s Soup Cans” questo è il film che fa per voi.

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