di Noemi Stucchi
«Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta che infiniti lutti addusse agli Achei.»Così si apre l’Iliade.
Poi arriva l’Odissea. «Musa, quell’uom di multiforme ingegno dimmi, che molto errò, poiché ebbe a terra gittate d’Ilïòn le sacre torri…»
È l’uomo che tutti conosciamo come Ulisse, o Odisseo: l’eroe che, dopo aver contribuito alla caduta di Troia, impiega dieci lunghi anni per riuscire a tornare a casa.
Sia l’Iliade sia l’Odissea iniziano con un’invocazione alla Musa. L’aedo chiede il suo aiuto per essere degno di raccontare e cantare le imprese degli eroi. È un atto di umiltà prima ancora che di narrazione. Un modo per affidare alla poesia il compito di tramandare due uomini straordinari, nemici sullo stesso campo di battaglia ma destinati a diventare immortali.
Eppure, diciamoci la verità: la maggior parte di noi ha conosciuto Omero molto prima sul grande schermo che tra i banchi di scuola.
Qualcuno avrà letto il poema, ma quasi tutti abbiamo visto Troy (Wolfgang Petersen, 2004). E come si fa a dimenticare quel Brad Pitt dai lunghi capelli biondi che urla “Ettore!” facendoci venire la pelle d’oca? In quel momento comprendiamo Ettore, ma finiamo inevitabilmente per parteggiare per Achille.
Con Odissey, invece, finiamo per stare dalla parte di Ulisse. Da Omero a Christopher Nolan.
D’altronde stiamo parlando del regista di Batman, Interstellar, Oppenheimer e di molti altri film che hanno ridefinito il blockbuster moderno. Nolan non prova a trasporre fedelmente Omero, e probabilmente non gli interessa farlo. Non racconta l’epica classica: racconta la sua idea di Ulisse.
Ci si aspetta una narrazione frammentata, fatta di continui salti temporali e flashback, proprio come in Tenet. Più che al canto degli aedi, si sa già che il suo sarà un cinema monumentale, epico nel senso hollywoodiano del termine.
Sul grande schermo si perde la musicalità dei versi, la ricchezza delle figure retoriche e la poesia della lingua omerica. Ma si guadagna qualcosa di diverso: la potenza dell’immagine. Solo il cinema, con uno schermo gigantesco e un impianto sonoro che travolge lo spettatore, può provare ad avvicinarsi a quella grandezza. Il confronto con il poema sarebbe impossibile da sostenere.
E va bene così.
Il cast è semplicemente spettacolare.
A partire da un Robert Pattinson sorprendentemente oscuro e inquietante. Anne Hathaway, appena vista ne Il Diavolo veste Prada 2, qui cambia completamente registro: è autorevole, intensa, forte come una leonessa.
Poi c’è Tom Holland, capace di portare leggerezza e umanità a un personaggio immediatamente simpatico.
E naturalmente Matt Damon, che sembra avere nello sguardo tutta la stanchezza e l’intelligenza di Ulisse. In fondo il suo cinema lo ha già visto più volte interpretare uomini isolati che devono trovare la strada di casa. Viene spontaneo pensare a The Martian (2015), a Interstellar (2014) e persino alla saga di The Bourne Identity, dove il viaggio di ritorno è prima di tutto una ricerca della propria identità.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante del film: tutti conoscono già la trama dell’Odissea, eppure ognuno esce dalla sala con la voglia di raccontare qualcosa.
Attorno al film si è già discusso moltissimo. C’è chi apprezza la libertà con cui Nolan si allontana dal testo originale e chi, più nostalgico, avrebbe voluto ritrovare alcuni passaggi iconici. Come il celebre dialogo con Polifemo: «Chi è stato?» «Nessuno!».
Attenzione agli spoiler di seguito.
La sequenza dedicata a Polifemo è probabilmente una delle più disturbanti dell’intero film. È una fuga animalesca, istintiva, primordiale. Qui non c’è spazio per il gioco dialettico o per l’ironia del poema. Qualcuno vi ha visto un riferimento al Saturno che divora i suoi figli di Goya. Ed è difficile dare torto a questa interpretazione.
Di tutt’altro tono è invece il confronto tra Circe e Ulisse.
Pochi dialoghi, ma di una forza enorme. Alla fine ci si ritrova quasi inevitabilmente a pensare che abbia ragione lei davanti a uomini che hanno devastato città, saccheggiato, ucciso e che ormai desiderano soltanto tornare a casa.
E poi c’è Calipso. Nolan la trasforma in qualcosa di molto più complesso della semplice ninfa innamorata. È lei a offrirgli i fiori di loto. Cura il corpo di Ulisse, ma soprattutto tenta di guarirne la mente. Quasi come una psicoterapeuta che accompagna un reduce nell’elaborazione del proprio trauma. Prova a trattenerlo perché comprende che non è ancora pronto.
Ed è forse proprio qui che si trova la vera intuizione del film.
L’Odissea di Christopher Nolan non racconta soltanto un uomo punito dagli dei.
Racconta un reduce di guerra. Un uomo che ha vinto, ma che non riesce a sentirsi un vincitore.
Ha perso i suoi compagni e ingannato con il suo multiforme ingegno. Abbandona moglie, figlio e cane. Ha contribuito alla distruzione di un’intera civiltà.
Prima ancora di riconquistare l’amore di Penelope, dovrà imparare ad accettare sé stesso e ciò che ha fatto.
Ed è qui che Nolan parla della guerra raccontata da Omero, ma sembra parlare delle guerre di oggi.
C’è una frase che rimane impressa, pronunciata da Matt Damon quando finalmente torna a Itaca, ancora travestito da mendicante davanti alla sua regina: «È sempre difficile tornare a casa. È stato così per Ulisse. È stato così anche per me.»
Per Nolan il vero viaggio non è attraversare il mare. È trovare il coraggio di tornare a essere sé stessi dopo aver conosciuto la guerra.
Ed è proprio questa chiave di lettura, probabilmente, la poesia della sua Odissea.








