Topografia di un azzardo

21 Gennaio 2020
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di Cristina Ruffoni

«Che cosa avrebbero di piacevole per noi anche  un semplice fiore, una sorgente, una pietra coperta di muschio, il cinguettio degli uccelli, il ronzio delle api ecc., per se stessi? Che cosa potrebbe dar loro una pretesa al nostro amore? Non sono questi oggetti, è un’idea da essi rappresentata ciò che noi amiamo in loro… Essi sono ciò che noi fummo, essi sono ciò che noi torneremo ad essere. Noi eravamo natura, come loro, e la nostra cultura ci deve ricondurre per le vie della ragione e della libertà alla natura».
F. Schiller, Della poesia ingenua e sentimentale, in Saggi estetici.

Anche per il poeta gallese Dylan Thomas, approdato all’Isola d’Elba nel 1947 per pochi mesi, la natura è immagine di verità sotto due aspetti: come identità o natura arcaica (ciò che fummo) e come riconciliazione futura o natura redentrice (ciò che torneremo ad essere). La distanza che separa l’uomo dalla felicità è la stessa che lo separa dalla sua perduta innocenza, ci assicurava il poeta. L’ipotetico sogno di una natura umanizzata e arcaica, riscattata dallo sfruttamento e dalla devastazione di quest’ultima civiltà, sembra caratterizzare il recupero di un’etica di una nuova generazione di architetti, al quale appartiene anche il giovane Guglielmo Parodi.  Il loro obiettivo  principale è quello di realizzare e promuovere progetti ecosostenibili dal punto di vista energetico ed economico, in una costante ricerca della bellezza, in seguito di una inevitabile e appassionata ricerca.
Secondo questa filosofia, è stata realizzata nel 2018 una piscina ricavata in una ex cava di granito nel meraviglioso Parco dell’Arcipelago Toscano, nella parte meridionale dell’Isola d’Elba.
Il ritrovamento di utensili dei primi abitanti dell’Isola e le antiche tombe villanoviane testimoniano l’utilizzo di questa pietra già nel periodo etrusco, ma è con i Romani che si espande e s’incrementa l’estrazione e il trasporto (attraverso dei fossati sulle spiagge, immersi d’acqua: scivoli galleggianti collegati alle navi che evitavano i carichi e i sollevamenti). Il granito viene utilizzato per le strade e gli edifici pubblici e per le colonne dei templi come il Pantheon e il Colosseo. Ad esempio la Reggia di Caserta e la Cattedrale di Aquisgrana sono state realizzate, molto probabilmente come scrive il Vasari, con il materiale ricavato dalle cave di granito in località Seccheto. Ed è proprio in questa località, celebre per le “Piscine”, dove gli stagni formano vasche naturali di acqua salata a pochi metri dal mare, che è stato scoperto dall’architetto Guglielmo Parodi, quasi per caso, vicino a una villa privata, il posto ideale per ricavare e integrare nelle lastre di granito una nuova piscina.
Se si osserva la planimetria e la fotografia della piscina, ci si accorge che le forme non si intersecano su un piano  ma si disseminano sulla superficie, sottolineando non la struttura ma l’andamento di uno spazio. La premessa formulata da Guglielmo Parodi è quella di un work in progress di uno spazio-flusso, uno spazio aperto, nel senso dell’ispirazione ad un’organicità cosmica, che non accantona la natura ma la rigenera.
La forma della piscina sembra quasi abolita, perdendo il carattere di superficie per assumere un valore di materia. Non è più così, un rapporto solo plastico costruttivo ma un ritmo insito nella materia, una materia in divenire, di mare e cielo, una sostanza di aria e di acqua, quindi non solo eterna come quella del granito. Una versatilità che caratterizza un certo modo di esserci dentro, una realtà naturale del paesaggio con cui si entra in rapporto. Il rapporto di base degli interventi urbani e architettonici con la realtà preesistente, oggi non è più quello dell’appropriazione e dell’occupazione ma si configura come una serie infinita di possibilità.
Non è un caso che il progetto H2 ROCK, relativo all’inserimento di questa piscina, è stato denominato: “a bordo Infinity”.
Analogamente nel 1956 Ettore Sottsass Jr. scriveva che «Tutte le possibilità espressive del mondo plastico devono contribuire alla creazione di una nuova e finalmente vera struttura che non è più l’insieme dei pilastri e delle travi a reggere la costruzione ma la struttura di uno spazio intenso, modulato e continuo».
L’isola d’Elba diventa così lo scenario ideale per l’utilizzo dell’architettura come via per modificare le condizioni di vita, non solo sotto l’aspetto materiale, ma nel senso della realizzazione dei desideri profondi degli uomini.

 www.gpar.it

ristrutturazione silos Asturie Gijòn

Per raggiungere l’obiettivo di costruire una nuova civiltà urbana, occorre affiancare all’inquadramento teorico una sperimentazione effettiva. Cosa contraddistingue la tua in particolare?

Personalmente ritengo che la civiltà urbana ideale debba essere caratterizzata da un solido e responsabile legame con il contesto in cui e grazie al quale essa stessa si sviluppa.
I primi insediamenti umani che si svilupparono sulla Terra nacquero nelle regioni più favorite dal clima e dalle risorse locali ed attraverso il rapporto con il luogo, mediante la sperimentazione, si evolsero.

Per me la sperimentazione è dunque qualcosa che risulta in primis strettamente connessa all’osservazione ed alla conoscenza del contesto. Essa, una volta acquisiti gli elementi che il contesto ci suggerisce, necessita di ampie dosi di immaginazione, creatività, curiosità e coraggio, caratteristiche che contraddistinguono e definiscono la specie umana.

La sperimentazione ci permette di verificare quello che a livello teorico possiamo solo ipotizzare e senza di essa credo che ogni forma di evoluzione sarebbe impossibile.

Nel mio piccolo credo che la sperimentazione di nuove soluzioni tecnologiche, applicate alla costruzione, sia un elemento fondamentale della progettazione; è importante tenersi costantemente aggiornati sugli sviluppi tecnologici ma, non meno, è fondamentale saper interpretare le cause dei propri successi o fallimenti, di cui la ricerca sperimentale è costellata, per trarre gli insegnamenti da applicare ai progetti successivi.

La conoscenza, in seguito allo sviluppo tecnologico e scientifico degli ultimi secoli, si sta sempre più specializzando in branche. Per “possedere” realmente la conoscenza in un determinato settore bisognerebbe dedicare la vita al suo approfondimento, ne è un esempio il continuo allungamento dei cicli di studio universitari. Credo però che lo sviluppo non passi solo dalla specializzazione, ma anche dalla multidisciplinarietà. Un patrimonio di conoscenze eclettico e vario è fondamentale per alimentare l’ immaginazione e quindi conseguentemente la sperimentazione di nuove soluzioni.

Nel progetto e nella realizzazione della piscina H2 Rock, così come in tutti i miei altri progetti, ho cercato di applicare questo procedimento di ricerca e sperimentazione che ho descritto e da cui non posso prescindere. In essi sono convogliati l’ osservazione del contesto, la ricerca e le mie conoscenze personali da cui provo a farmi suggerire soluzioni estetiche e tecnologiche innovative e rispettose delle esigenze.

Il principale obbiettivo perseguito nella realizzazione della piscina fin dalle prime bozze progettuali è stato quello di preservare il più possibile il contesto naturale presente tentando di minimizzare al massimo l’impatto dell’intervento antropico sul territorio.

Un’approfondita analisi del contesto naturalistico, geologico e storico, resa possibile soprattutto grazie ad un costante dialogo con la Committenza e con gli abitanti locali, ha permesso una conoscenza approfondita delle caratteristiche intrinseche del luogo ed indirizzato le scelte progettuali verso l’utilizzo di materiali locali in grado di inserirsi armonicamente nel contesto.

Sfruttando le eccezionali proprietà di resistenza, lavorabilità e impermeabilità del granito di Seccheto, è stato possibile sperimentare l’innovativa soluzione costruttiva che caratterizza la piscina. L’ involucro di contenimento dell’acqua è costituito quasi interamente dalla roccia stessa così come si presentava in seguito alle operazioni di scavo; si è proceduto ad isolare unicamente le crepe e le fratture presenti tra roccia e roccia, limitando pertanto gli interventi di nuova realizzazione al solo muro di tracimazione e ad una limitata porzione di platea.
Tale avanzata sperimentale soluzione tecnologica ha permesso di non utilizzare le convenzionali tecniche di realizzazione di piscine o bio laghi, che avrebbero implicato inevitabilmente l’utilizzo di teli impermeabili, guaine, o involucri di contenimento artificiali, optando per una soluzione tale da mantenere inalterate le rocce esistenti sia fuori che sotto il pelo d’acqua.

Le nuove applicazioni di risparmio energetico come si conciliano in un progetto come quello della piscina senza alterare, anzi esaltando, il contesto preesistente?

La piscina di Seccheto, oltre all’applicazione di sistemi di risparmio energetico attivi quali ad esempio la raccolta dell’ acqua utilizzata per i contro-lavaggi per un riutilizzo ad uso irriguo del giardino, l’illuminazione LED regolata da sensori crepuscolari e temporizzatori per evitare sprechi di energia quando la piscina non è utilizzata, è dotata di sistemi di risparmio energetico passivi, strettamente connessi alla natura stessa del luogo.
Le rocce che compongono l’involucro della piscina, ad esempio, accumulano durante il giorno il calore del sole e lo rilasciano in modo più lento rispetto ai consueti materiali di rivestimento utilizzati per la realizzazione delle piscine durante la sera. Questa lenta dispersione di calore dalla roccia all’acqua permette un utilizzo della piscina molto confortevole anche di notte ed un uso più prolungato nel corso dell’intera stagione.

Personalmente reputo che il concetto di risparmio energetico sia da considerarsi in una visione complessiva di insieme durante tutto l’iter progettuale.
Il risparmio energetico è qualcosa che va considerato non solo  una volta che l’opera è stata realizzata e viene vissuta ma, sopratutto, nella fase di realizzazione dell’opera.
L’utilizzo di materiali e di manodopera locale si riflette infatti direttamente su minori spostamenti di materiali e uomini con un conseguente risparmio di energia, tempo, costo e lavoro.

Nel progetto H2Rock, i sassi e le piane utilizzate per la realizzazione dei muri, della scala di accesso all’acqua e delle pavimentazioni intorno alla piscina sono state in buona parte recuperate all’interno della stessa area di progetto ed in parte fornite dalla vicina cava di estrazione in località San Piero che si trova a soli pochi km di distanza dal sito.
Grazie soprattutto alle sapienti tecniche murarie degli artigiani locali che le hanno realizzate tali elementi risultano perfettamente integrati nel contesto preesistente.

Tale orientamento a “Km 0”, nella scelta delle maestranze e delle forniture utilizzate, ha contribuito a garantire una perfetta integrazione nel contesto dei nuovi manufatti e ad un abbattimento delle emissioni di Co2, grazie all’utilizzo assai limitato di mezzi di trasporto impiegati per la movimentazione dei materiali.
Tale indirizzo del progetto verso scelte più eco sostenibili è da sempre ricercato e tenuto in considerazione nell’attività di progettazione del mio studio.

veduta piscina

Il granito di per sé, combinato con altri materiali a cielo aperto, si presta alle alterazioni, agli smottamenti e alla corrosione del mare?

Il granito di Seccheto è un materiale straordinario. Pur essendo abbastanza lavorabile (ovviamente da chi lo conosce in modo approfondito) ha delle proprietà di durezza, di resistenza alla corrosione nonché ovviamente di impermeabilità eccezionali.
Non tutto il granito presente è però uguale e bisogna prestare la dovuta attenzione.
Grazie al supporto di maestranze locali con moltissima esperienza, che conoscono il materiale in modo approfondito da generazioni, è stato possibile riconoscere le parti di granito che era meglio rimuovere, la cosiddetta “cote morta”, come viene chiamata in gergo locale, dalla “granodiorite” o “roccia monzogranitica”, conosciuta ed ampiamente utilizzata fin dall’epoca etrusca.
A testimonianza della resistenza del granito vi sono inoltre le “cave marittime”, caratteristiche pozze e vasche naturali di epoca romana presenti a poche centinaia di metri dal sito di progetto che, da quanto riscontrato da fotografie di inizio secolo fornite dalla Committenza, non presentano alcun fenomeno di erosione particolarmente evidente.

Considerando quindi l’impiego del granito in strutture erette secoli fa come il Pantheon, mi sento abbastanza tranquillo che l’azione degli agenti atmosferici sulla roccia risulti un fenomeno di degrado per ora trascurabile, per lo meno per i prossimi 2000 anni.

Per quanto riguarda invece gli altri materiali utilizzati nella realizzazione della piscina, è fisiologico che nel corso degli anni vada effettuata una costante ordinaria manutenzione.

In particolare l’isolamento delle crepe e delle fratture presenti nella roccia e dei punti di contatto tra elementi in cemento armato e scoglio, punti estremamente critici per la possibile fuoriuscita di acqua dalla piscina, è stato condotto mediante l’impiego di cicli di materiali speciali idro espansivi ed impermeabilizzanti.
Le fratture sono state poi rivestite a fresco con sabbia granitica selezionata sulla base delle caratteristiche granulometriche e di colore della roccia presente.
Tale minuzioso lavoro di campionatura delle varie tipologie di sabbia ed inerti locali ha permesso di ottenere una miscela tale da conferire alle parti impermeabilizzate una totale integrazione con la roccia mantenuta a vista, riproducendone esattamente la texture, il colore e la consistenza.

Cosa consigli e come si riesce a far coincidere il committente privato con il contesto pubblico?  E la tutela del patrimonio artistico e naturale italiano? Dove spesso, abuso edilizio e degrado paesaggistico, hanno alterato e danneggiato senza cura e rispetto.

Credo che sia chiaro come nella mia personale visone dell’ architettura il vero protagonista di ogni progetto sia e rimanga sempre il “Luogo” dove sorge la costruzione. Non è né la costruzione stessa, né  il Committente né ancor meno l’Architetto.

Le componenti coinvolte nella realizzazione di un progetto, Committente, Progettista, maestranze ed enti pubblici locali devono collaborare in sinergia condividendo la responsabilità di stare intervenendo su qualcosa che ci sarà dopo di Loro, che c’era prima di Loro, che permarrà fissa al suolo per periodi che si misurano secondo un altro tipo di scala temporale.

Lo sforzo a cui è chiamato il Committente ed il Progettista che lo guida ed accompagna nella scelta è quindi notevole: gli è richiesto di intraprendere scelte che soddisfino le proprie esigenze compatibilmente con il rispetto per il luogo dove il progetto sorge.

Nella mia personale esperienza ho avuto Committenti di diversa natura, più o meno sensibili alle tematiche del luogo dove si andava ad operare.
In ogni caso è sempre stato molto stimolante trovare soluzioni in grado di soddisfare le richieste di natura economica, funzionale ed estetica del Committente con le caratteristiche che il luogo imponeva.

Accompagnare il Committente verso scelte che siano indirizzate non solo al proprio beneficio, ma che a volte si traducono in compromesso tra esigenze personali ed esigenze del luogo credo sia una responsabilità deontologica fondamentale a cui ogni progettista è chiamato a rispondere.

Credo che quando questo aspetto viene meno i risultati si convertano inevitabilmente in ciò che sono state le speculazioni che hanno deturpato buona parte del nostro territorio.
In quel caso la scelta di natura economica o le mode del momento e altri fattori contingenti hanno prevalso rispetto alla ratio portando in taluni casi a veri e propri disastri.

Le sinergie che si creano con la Committenza direi quindi che sono a dir poco fondamentali per la buona riuscita di qualsiasi progetto.
Un grande docente, il Prof. Arch. Enrico Bona, a cui devo molto della mia passione per questa professione, una volta mi rivelò una grande verità: “..ricorda che non è e non sarà mai possibile fare Architettura senza avere alle spalle un Committente con profonda Cultura”.

veduta piscina

Il progetto e la realizzazione della piscina di Seccheto è asportabile altrove o ogni volta tutto è da rifare e inventare di nuovo a seconda dei materiali e dei luoghi che cambiano?

H2 Rock fa parte di un progetto condotto dal mio studio a partire dal 2016 che ha per oggetto l’inserimento di piscine, vasche, bio-laghi ed, in una visione più generale, dell’elemento “H20” all’interno di contesti naturali paesaggistici sensibili.
Il progetto si pone come principale obbiettivo quello di sviluppare soluzioni innovative, caratterizzate da un alto livello di integrazione con il contesto che esplorino i legami che si instaurano tra elemento antropico, di nuova costruzione, e situazione naturale esistente, mediante appunto l’acqua.

Le caratteristiche naturali dei luoghi dove vengono localizzati ed inseriti i progetti (attualmente sto seguendo la progettazione di altre due piscine, una in Liguria ed una sempre in Toscana), con particolare attenzione alle proprietà geologiche e morfologiche proprie del luogo, assumono un ruolo fondamentale nell’elaborazione del progetto.

Il progetto della piscina di Seccheto ha avuto come attrice protagonista la roccia granitica presente in questa parte dell’Isola; nella piscina in Liguria, invece, l’elemento caratterizzante del progetto risulta l’ardesia di cui sono composte le tipiche fasce liguri, in  quella in Toscana, la roccia ferrosa rossa locale.

Fondamentali sono poi le caratteristiche proprie del legame che quel determinato luogo ha con il Committente.
Le “cave marittime” presenti su tutto il tratto di litorale di costa sottostante la proprietà, di rara bellezza sia per il colore cristallino dell’acqua sia per la loro conformazione naturale,  hanno infatti assunto nel corso degli anni un forte legame emotivo nella memoria della Committenza ed hanno costituito pertanto un riferimento fondamentale nell’elaborazione del progetto.

L’approccio teorico al progetto direi quindi che è da considerarsi replicabile anche in altri luoghi, la sostanza del progetto invece trae la sua essenza dal contesto stesso nel quale viene realizzata.

Quali sono i tuoi studi e personali esperienze professionali? Cosa consigli a un giovane che vuole intraprendere questa avventura?

Nel 2004, durante il periodo universitario, ho vinto una borsa di studio che mi ha permesso di seguire un interessante progetto di riconversione di spazi portuali dismessi sul fiume Paranà a Santa Fè de la Vera Cruz, in Argentina, dove ho vissuto per circa un anno.
Nel 2007 mi sono laureato all’Università di Genova con un progetto di riconversione di spazi industriali dell’ ex ILVA di Cornigliano. Il progetto di tesi è risultato vincitore di menzione d’onore nel concorso internazionale OISTAT Theatre 2007 ed esposto a Praga in concomitanza del Festival Mondiale del Teatro e della Scenografia.
Dopo alcune esperienze lavorative a Londra ed a Genova in alcuni Studi, nel 2010, insieme ad un amico architetto trasferito in Spagna, ho seguito la progettazione architettonica della nuova sede MBA Asturias in varie fasi. Il progetto trattava questa volta di una riconversione di alcuni manufatti agricoli dismessi dei primi del ‘900 in nuova sede logistica di un azienda ad alto contenuto tecnologico.
Da quell’incarico in poi ho continuato la libera professione in totale autonomia, fondando GPAR partecipando a concorsi ed occupandomi di diversi progetti a varie scale.

Ad oggi devo dire che mi reputo soddisfatto delle scelte intraprese anche se a volte alcuni aspetti di questa professione possono risultare meno “divertenti” di quello che potrebbero essere.

Ad un giovane che decide di intraprendere questa avventura consiglio di viaggiare e osservare il più possibile;  di allenare la sua personale capacità di distinguere interventi e progetti di pregio da interventi inequivocabilmente sbagliati; di allenare la capacità di interrogarsi sulle motivazioni che portano un progetto a essere riconosciuto valido o in contrasto, andando sempre al di là delle apparenze, al di là della “pelle degli edifici”, al di là delle mode correnti, al di là della critica generale, al di là delle archistar, per maturare con il tempo e l’esperienza una capacità di giudizio ed un opinione realmente libera che gli permetta di progettare in modo totalmente consapevole.

Detto ciò intraprendere la libera professione è una scelta sicuramente molto stimolante ma rischiosa, specie in periodi in cui il mercato dell’edilizia risulta in Italia piuttosto statico.

In paesi come l’America o l’Australia, gli spazi e le condizioni ambientali sono molto diversi che nel nostro paese. Ipotizzi  una collaborazione e degli interventi futuri come  hai realizzato in Spagna per i silos anche in quei luoghi?

Amo molto viaggiare e la mia esperienza in Argentina mi ha permesso di conoscere in modo abbastanza approfondito alcuni paesi del Sud America. Lì il rapporto dell’uomo con il territorio è molto diverso: gli spazi incontaminati sono infinitamente più vasti rispetto a quello che siamo abituati a vedere in Europa.
Ricordo che uno degli aspetti che più mi aveva colpito quando ero approdato a Buenos Aires per la prima volta era proprio l’infinita grandezza degli orizzonti e della volta celeste che si estendeva sulla Pampa.
Una proporzione di natura incontaminata e di suolo non edificato così grande era davvero sensazionale ai miei occhi abituati alla costruitissima Liguria.
Credo che questa condizione, che mi è capitato di ritrovare nel corso degli anni in molti altri contesti, incida fortemente sul tipo di relazione che l’uomo instaura non solo con la natura stessa ma anche con l’habitat costruito che egli sceglie di edificare ed abitare.

Reputerei quindi molto stimolante, se capitasse l’occasione, poter seguire dei progetti in contesti simili dove realizzare nuove costruzioni trova forse maggiore senso rispetto all’Italia, un territorio spesso già completamente saturo,  in cui  è necessario agire attraverso il recupero, la messa in sicurezza e non di meno la demolizione.

Guglielmo Parodi

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