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Festival di Salisburgo

4 Novembre 2019
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di Carlo Schiavoni

Nel momento in cui scriviamo si è appena concluso il Festival di Salisburgo 2019: anche quest’anno il ricchissimo cartellone ha presentato ben sette opere in forma scenica e due eseguite in forma di concerto: queste ultime sono state “Adriana Lecouvreur” di Francesco Cilea con la diva Anna Netrebko, Adriana di ineguagliabile potenza drammatica, e “Luisa Miller” di Giuseppe Verdi, il cui protagonista maschile Placido Domingo è stato accolto da ovazioni e standing ovation da un pubblico entusiasta che ha così voluto assolverlo da ogni accusa del movimento metoo (e …tanto peggio per gli americani!).

Al teatro in musica si sono aggiunti i concerti dei Wiener Philharmonikere e una parata di orchestre ospiti come i Berliner Philharmoniker, la Bayerische Rundfunk, la Gewandhaus di Lipsia e qui ci fermiamo. È un programma che si dipana in poco più di un mese, dal 20 luglio al 31 agosto, e che ben pochi teatri italiani riescono ad eguagliare anche nel corso di un intera stagione.

Rosa Feola (al centro) ha sostenuto il ruolo di Dirce – ph: Thomas Aurin

Al centro del Festival di quest’anno è stata, per quanto riguarda il teatro in musica, “Médée” di Luigi Cherubini nella versione francese del 1797, autentico capolavoro in stile neoclassico. Il regista Simon Stone compie scelte radicali: spariscono i dialoghi parlati nello stile dell’operà comique e l’azione si svolge in epoca moderna. Nello stesso tempo il regista fa ampio uso del mezzo cinematografico in particolare durante la sublime sinfonia che apre l’opera e in ciascuna delle introduzioni sinfoniche degli atti successivi. Medea diventa dunque una stalker dei giorni nostri che arriva ad uccidere i figli in una stazione di servizio. I dialoghi sono sostituiti dai messaggi telefonici che la stalker lascia al marito: sono recitati da un intensa Amira Casar, attrice francese di origine turca. Nello stesso tempo, Simon Stone conduce tutti i cantanti a muoversi sul palcoscenico da consumati attori. Se lo spettacolo avvince, lo si deve anche alla direzione incalzante, nervosa e teatralissima di Thomas Hengelbrock: in buca suonano da par loro i Wiener Philharmoniker. Se la protagonista Elena Stikhina convince come Medea, non altrettanto si può dire di Pavel Cernoch, che si dimostra in difficoltà nel registro acuto. A cui si aggiunge un’intonazione non proprio irreprensibile. Chi invece si trova perfettamente a suo agio con la scrittura belcantistica della propria parte è la Dircé di Rosa Feola.

Luca Salsi (Simone Boccanegra) e Marina Rebeka (Amelia) sono stati protagonista dell’opera di Giuseppe Verdi – ph: Ruth Walz

Delude le attese invece “Simone Boccanegra” di Giuseppe Verdi, eseguito nella versione del 1881, pur, sulla carta, con nomi di richiamo. Valery Gergiev dimostra, come temevamo alla vigilia, la sua scarsa dimestichezza con un repertorio che non sia quello russo. Manca dunque il colore dell’opera o meglio la tinta. L’orchestra è tirata a lucido: suona luminosa dall’inizio alla fine del capolavoro verdiano. Manca quella tinta cupa con cui si apre il prologo così come il colore del mare che si fa cinereo… Il nostro non va oltre una lussuosa routine, che i Wiener Philharmoniker sono comunque in grado di assicurare nonostante le lacune del direttore. Tra i protagonisti vocali si impone su tutti il Fiesco di Renè Pape, sofferto e carico di umana pietas. Luca Salsi, pur vocalmente esuberante, non coglie l’intimo conflitto di Simone. Marina Rebeka è una Amelia Grimaldi inadeguata, costretta dalla direzione di Gergiev, a “forzare”. Come se non bastasse, esibisce inoltre un’avventurosa dizione italiana. Meglio il Gabriele Adorno di Charles Castronovo, dalla vocalità calda ed espansiva. Il regista Andreas Kriegenburg ambienta gli intrighi politici nella nostra epoca, dominata dalle fake news. Vediamo i protagonisti chini sui propri smartphone, intenti a scambiarsi messaggi che vengono proiettati in scena. Il culmine lo si raggiunge con “Make Genoa great again”.

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